CHI E’ PUIGDEMONT, PROTAGONISTA DELL’INDIPENDENTISMO CATALANO

DI ALBERTO TAROZZI

Catalogna: nei mesi che verranno la sceneggiata potrebbe trasformarsi in tragedia, anche se non manca qualche rinvio a una mediazione possibile della Ue.
Che cosa e chi ha fatto precipitare una situazione che fino a poco tempo fa pareva non suscitare un allarme così inquietante?
Sul “che cosa” la documentazione si spreca. Dispetti a catena tra centro e periferia: la cancellazione da parte di Madrid, dei livelli di autonomia concessi da Zapatero, cui risponde un’accelerazione incontrollata della svolta indipendentista.
Uno scontro voluto da entrambe le parti, più preoccupate al salvare la faccia che a prevedere le conseguenze a medio termine del proprio agire.
La speranza che tutto si risolva in una sceneggiata strumentale a una trattativa successiva non è ancora spenta, ma si affievolisce la mattina del giorno dopo il referendum: feriti, anche gravi, ma non morti.
Barcellona canta vittoria a squarciagola, come avrebbe dovuto comunque fare. Madrid non si discosta dalla linea tenuta finora, difesa della legalità, ma non spende parole sul cosa farà nel caso i nazionalisti catalani procedano a tavoletta sulla via della secessione.
I perdigiorno si dilettano nel giochino salottiero del “chi ha vinto? chi ha perso?”. Che ci stiamo perdendo tutti, quelli che non vorrebbero che il focolaio diventasse incendio, appare chiaro.
Certo in difficoltà quella sinistra e quei movimenti che speravano di acquisire centralità nella mediazione dello scontro tra opposti nazionalismi. La loro carta era la richiesta di un’autonomia catalana significativa, tale da evitare la secessione, ma si tratta di uno scenario che le ultime ore hanno provveduto a rendere meno praticabile.

Nei media, meno parole vengono spese sui protagonisti dello scontro. Quanto meno su Rajoy qualche informazione la possediamo da tempo. Uomo di centro destra, di destra soprattutto come mentalità, non sganciata dai residui dei tempi del franchismo. Fin qui ben voluto a Bruxelles e nel mondo della finanza, per essere sottostato disciplinatamente ai diktat dell’austerity e aver mostrato al mondo che seguendo la linea dura dei monetaristi si innalza il Pil e si contiene lo spread. Magari non troppo gradito da quei tanti occupati in più che rimangono però sotto il livello di sopravvivenza, a dispetto del Pil, ma l’importante era dare i numeri giusti. Poi quel che succede succede e forse succederà anche a noi, che qualche numerino positivo lo diamo, ma pochi ne capiscono il significato, guardando al portafoglio.

L’altro protagonista è Puigdemont, fno a pochi giorni fa vero e proprio oggetto misterioso dell’universo politico internazionale.
Oggi tutti pendono dalle sue labbra e vivisezionano come un vaticinio della Sibilla le parole non sempre originali o geniali che ne vengono fuori.
Ma lui chi è?
Nato nel dicembre del 1962, vanta benemerenze politiche tutto sommato recenti: sindaco di Girona dal 2011 al 2016 e presidente della Generalitat de Catalunya dal 2016.
Ha studiato filologia catalana presso l’Università di Girona, ma non ha portato a termine gli studi. “È stato capo redattore del quotidiano El Punt, direttore dell’Agencia Catalana de Notícies e direttore del quotidiano Catalonia Today, che pubblica notizie sulla Catalogna in lingua inglese” (fin qui Wikipedia).
Altro? La sua pubblicazione più significativa, ma ormai molto datata (1994) suona “Cata … que?” e riguarda il come la Catalogna sia vista dalla stampa estera. Comunque sia è persona attenta al come le nuove tecnologie possano influire sulla comunicazione politica.
Ma veniamo alla politica dei giorni nostri: con Puigdemont (nazionalista di centro destra) assistiamo, già nel 2011, ai segni di una possibile svolta a destra e nazionalista nell’elettorato catalano. E’ lui a strappare ai socialisti spagnoli la Municipalità di Girona, loro feudo incontrastato dal dopo franchismo.
E’ ancora lui che consegna ai nazionalisti il governo della Catalogna agli inizi del 2016, con un’alleanza che comprende, da un lato, i partiti indipendentisti, articolati su un ventaglio che va dal centro destra al centro sinistra (Junts pel Sí), ma che raggiunge la maggioranza grazie all’appoggio di una formazione di estrema sinistra come la Cup (Candidatura di Unità Popolare).
Una svolta tutto sommato a destra (sia pure con coloritura cangiante) di un autonomismo storicamente di sinistra, in quanto contro Madrid e contro il franchismo. Ma il nostro vanta una copertura a sinistra che non trova precedenti storici analoghi significativi nel mondo latino, se non, forse, in alcuni anni del populismo argentino di Peròn.

Se volessimo usare una terminologia politica, secondo alcuni finita in disuso, un personaggio di destra, che apre a sinistra, ma è probabilmente intenzionato a chiudere a destra.
Nessun processo alle intenzioni, ma il suggerimento di seguire con un minimo di senso critico le evoluzioni di questo nuovo protagonista della scena internazionale.
Vale per l’Europa, ma anche per noi.