3 OTTOBRE 2013, LA STRAGE DEI MIGRANTI A LAMPEDUSA: DI CHI LE RESPONSABILITA’?

DI MICHELE GAMBINO

Nell’ottobre del 2014 andai a Lampedusa e vi restai per un mese. Volevo capire quale catena di circostanze, ed eventualmente di errore o dolo, avesse causato la morte di 366 persone davanti a Cala Tabaccara.
I sopravvissuti mi parlarono di due imbarcazioni che avevano avvistato il loro scafo alla deriva. Una delle due si era avvicinata e subito allontanata. La seconda aveva addirittura girato intorno al barcone carico di migranti, e poi si era allontanata. Fu proprio per attirare l’attenzione di una o di entrambe queste imbarcazioni che lo scafista, un certo Bensalam, poi arrestato, diede fuoco ad uno straccio imbevuto di benzina, causando il panico e bordo e il rovesciamento del barcone.
Una delle due imbarcazioni aveva il transponder di bordo acceso. Lavorando sui tracciati AIS di quella notte riuscii ad identificarlo. Di trattava di un peschereccio di Mazara del Vallo. Il tracciato mostrava chiaramente che intorno alle 3 del mattino, mentre stava per entrare in porto, il peschereccio aveva deviato dalla sua rotta e rallentato bruscamente, dirigendosi verso il punto in cui si trovava il barcone dei migranti per poi allontanarsi dopo averli sicuramente visti.
Rintracciai l’equipaggio e parlai col capitano e con molti membri dell’equipaggio. Tutti negarono, malgrado l’evidenza, di aver mai visto il peschereccio alla deriva.
Mentivano, senza dubbio, ma il loro comportamento era inspiegabile: perché avevano sentito lo scrupolo di avvicinarsi, e si erano poi allontanati? Perché non avevano compiuto il semplice gesto di chiamare via radio la Guardia Costiera? L’unica risposta possibile era la più semplice: perché insieme al barcone alla deriva avevano visto i soccorritori. Vale a dire l’imbarcazione militare che, secondo molti dei migranti, aveva girato intorno a loro, li aveva illuminati con un grosso faro e poi era andata via.
L’equipaggio del peschereccio si era comportato come chiunque di noi farebbe se, passando in macchina davanti al teatro di un incidente, vedesse la polizia sul posto.
Al momento del duplice avvistamento il barcone carico di migranti era in panne alla deriva, ma ancora a galla. Sarebbe affondato poco dopo, e solo l’intervento del Gamar, una barca da pesca che si trovava all’ancora a Cala Tabaccara per una battuta di pesca, avrebbe salvato 150 delle circa 500 persone a bordo.
Nel corso del mio lavoro, ho ricostruito con una buona dose di certezza quel che accadde quella notte, e credo di aver identificato, oltre al peschereccio di Mazara, anche l’imbarcazione militare che avvistò il barcone e non intervenne. Ho ricostruito persino le motivazioni, discutibili, ma umane, a prescindere dalle loro tragiche conseguenze, che spinsero l’equipaggio militare a non intervenire.
Non arrivai ad una certezza, ed è per questo che non realizzai il docufilm che avevo in mente. Mi limitai ad andare da un magistrato per riferirgli quel che sapevo.
Nelle scorse settimane i componenti dell’equipaggio di Mazara del Vallo sono stati raggiunti da avvisi di garanzia. Se le cose sono andate come ho ricostruito, si tratta dei colpevoli meno colpevoli nella catena di errori di quella notte. Spero che raccontino al magistrato quello che con me hanno pervicacemente negato, e che finalmente sia fatta chiarezza.
Intanto, a Lampedusa, sono in corso le commemorazioni ufficiali. A me piacerebbe che sul palco ci fossero solo gli otto del Gamar, che rischiando le loro vite salvarono decine e decine di persone. Vito Fiorino, Carmine Menna, Rosalia Raccioppi, Linda Barocci, Sharani Bonaccorso, Marcello Nizza, Alessandro Marino, Grazia Migliosini.
Lo Stato, prima di celebrare cerimonie, dovrebbe fare chiarezza sulle responsabilità della tragedia del 3 ottobre, e poi riflettere: sulle molte altre stragi che una diversa politica dei soccorsi avrebbe evitato, sulla gestione scriteriata e mafiosa dei centri di accoglienza, più in generale sulla posizione che un Paese democratico e civile dovrebbe avere davanti ad un fenomeno epocale come quello delle migrazioni per guerra e necessità.