COMMISSIONE D’INCHIESTA SU MANI PULITE? NON SERVE

DI ANGELO DI NATALE

La richiesta di istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’operato di “Mani pulite” ad opera del Psi sembra lanciare addosso ad Antonio Di Pietro, l’ex magistrato che ne fu e ne rimane il simbolo, il dardo della nemesi della storia.

Sono state infatti le sue parole, pronunciate un mese fa in un’intervista a Myrta Merlino nel corso del programma televisivo “L’aria che tira” in onda su La7, a riaccendere in un gruppo politico, tanto più se denominato Psi e di non rinnegate radici craxiane, l’insana passione per quello strumento capace di mettere nelle mani di deputati e senatori gli stessi poteri d’indagine della magistratura per indagare su di essa, in relazione ad una delle pagine più importanti, gravi e suggestive della storia dell’Italia repubblicana.

I tentativi di istituire una commissione d’inchiesta su “Mani pulite” hanno la stessa età del fenomeno giudiziario, storico e politico che dovrebbe esserne l’oggetto, anche se in quella prima fase l’obiettivo dichiarato non era di “processare” i magistrati ma di accertare illeciti arricchimenti personali conseguiti dai destinatari delle tangenti e di devolvere allo Stato i patrimoni di non giustificata provenienza.

Già pochi mesi dopo il leggendario arresto di Mario Chiesa, con cui tutto ebbe inizio, a Montecitorio la proposta viene formalizzata in un disegno di legge approvato all’unanimità il 7 luglio ’93 e arenatosi al Senato. I non pochi fautori ci riprovano nella successiva legislatura – quella aperta, nel ’94, dall’irruzione tambureggiante e vittoriosa sulla scena politica di Silvio Berlusconi, poi processato per tangenti proprio in alcune delle tante inchieste del pool milanese, condannato ma successivamente prosciolto per prescrizione – quando, ben presto risulta chiaro quale debba essere il bersaglio della commissione: “accertare se la conduzione delle inchieste avesse riscontrato omissioni o zone bianche”, formulazione anche esplicitamente consonante con la richiesta che dalla Tunisia lancia da tempo Bettino Craxi. Solo nel ’98 la proposta va al voto della Camera che la boccia proprio per quell’emendamento che ne stravolge il senso svelando il vero fine prima inconfessabile e adesso dichiarato alla luce del sole.

Seguono vari altri tentativi, soprattutto dall’area berlusconiana che vuole che il parlamento indaghi sull’uso politico della giustizia, ed incrociano quelli esperiti o suggeriti dalla famiglia di Craxi, ma nessuno va in porto.

Ecco, dinanzi a quell’oggetto del desiderio, cosa affermava il 13 luglio 1998, Di Pietro da otto mesi senatore de l’Ulivo in carica.

<<È solo uno strumento surrettiziamente utilizzato per dire che in Italia c’è stato un evento strano, adesso l’abbiamo capito, mettiamoci una pietra sopra. Su cosa vogliono indagare, su Tangentopoli o su Mani pulite? Sulla corruzione o su chi l’ha scoperta? Il Polo delle libertà – osserva Di Pietro – ha detto chiaro e tondo che la vuole su tutt’e due, qualcuno addirittura solo su Mani pulite… L’Ulivo ha temporeggiato: possiamo riparlarne e questo può essere o un’ipocrisia o uno stratagemma… Se la commissione parlamentare d’inchiesta nasce, non potrà non finire per mettere sotto indagine l’attività della magistratura anche nell’ormai famoso 21 novembre 1994, il giorno dell’avviso a Berlusconi. Così, rieccoci alla quinta inchiesta, avremo Cesare Previti che interrogherà Borrelli, Berlusconi che interrogherà Colombo… Ma si può, legalmente, dare il via a questo scontro istituzionale?>>.

Alla domanda “Lei che farebbe”, Di Pietro risponde: <<Se proprio vogliono capire il fenomeno – ma io credo che sia ben chiaro a tutti – dovrebbero limitarsi a una commissione di studio con il compito di rileggere gli atti d’inchiesta prodotti dal ’92 in poi, non solo a Milano, ma in tutta Italia, e metterli insieme tra loro. E da lì ricostruire cos’è successo a cavallo degli anni ’80 tra il sistema della politica e l’imprenditoria. Il nocciolo è qui, nel rapporto perverso, anomalo, illegale tra politica e impresa. Ogni magistrato ha indagato sul suo segmento, manca uno studio che unisca e tiri tutti i fili della tela del ragno. Questo sarebbe utile, senza fare il can can che ha in mente Berlusconi>>.

E ancora sull’accusa del capo (ora come allora) di Forza Italia ai magistrati di avere ordito un complotto politico per farlo fuori, Di Pietro è tranchant: <<Il vero complotto lo fa chi afferma una cosa del genere. Dal punto di vista logico, non esiste che un investigatore, venendo a conoscenza di un fatto di notevole rilevanza, ci rinunci. Chi glielo fa fare? Dal punto di vista probatorio, al di là delle frasi a effetto, mi devono ancora trovare un processo dove si poteva indagare su un fronte e non si è indagato. Parole a vanvera quante ne vogliamo, fatti zero. Tutto il problema dei berlusconiani è che non è stata toccata la sinistra, ma chi dice questo commette due falsi. Un falso storico, perché qui non si deve mischiare, il pool di Milano ogni volta che ha trovato ha proceduto, e ci sono quintali di carta che riguardano accusati del Pci-Pds, sono stati fatti processi e ci sono state condanne. Se si pretende la condanna della sinistra, mi devono dire: Sinistra Giovanna, nata a… il…, ci vogliono le prove, voglio dire, e noi le abbiamo cercate. C’è poi un falso giuridico, quello sui finanziamenti occulti al Pci da Mosca: quelli sono fatti coperti da amnistia, se ne può discutere, ma non potete accusare i giudici, perché i giudici non possono procedere>>.

Così parlava Di Pietro quasi vent’anni fa.

Se oggi le sue dichiarazioni suggeriscono, e perfino legittimano, almeno secondo i proponenti, una nuova richiesta di commissione d’inchiesta, ciò si deve al fatto che egli abbia radicalmente cambiato opinione e magari meriti lo stesso appellativo di “magistrato pentito” di recente attribuito da Piercamillo Davigo a Gherardo Colombo, tutti e tre compagni di viaggio, con il coordinatore Gerardo D’Ambrosio e il procuratore capo Saverio Borrelli, nella primissima fase di quella stagione irripetibile?

Riccardo Nencini, segretario del Psi, per giustificare la richiesta segnala le parole dell’ex magistrato “abbiamo distrutto cinque partiti'” ma soprattutto – precisa egli stesso –  quelle, contenenti a suo avviso il nesso causale della sua iniziativa politica, con le quali Di Pietro riconosce che quello tributato all’esperienza di Mani pulite fu un “consenso fondato sulla paura delle manette”.

Ma, ad un’analisi attenta, finalmente sottratta alla concitata battaglia politica combattuta per anni su questo tema, le parole di Di Pietro sono veramente un fatto nuovo così dirompente da richiedere, e magari questa volta ottenere, una verifica con lo strumento della commissione parlamentare d’inchiesta?

Per rispondere alla domanda occorre tenere presenti non solo gli elementi lessicali segnalati dai proponenti del gruppo parlamentare Psi Nencini, Enrico Buemi, Oreste Pastorelli e Pia Locatelli ma l’intera analisi e il senso compiuto delle partole di Di Pietro che potremmo focalizzare e ricostruire così: <<Mani Pulite ha prodotto un vuoto: è da lì che sono cominciati i partiti personali a cominciare da me… quello fu un consenso fondato sulla paura delle manette …. con quell’inchiesta si sono distrutte anche le ideologie, aprendo lo spazio alla nascita dei cosiddetti partiti personali..>>. Alla domanda “Lei rinnega Mani pulite”, ecco la risposta: <<No, non confondiamo, io rifarei tutto, non rinnego nulla, meno di tutto Mani Pulite. Ma da magistrato ho condannato delle persone, non un sistema. Quelle persone rappresentavano idee politiche, alcuni le mettevano in pratica facendo il proprio dovere, come Aldo Moro o Giorgio La Pira, mentre altri utilizzavano il loro ruolo per interessi personali…. Dietro quei politici c’erano partiti che venivano dalla Resistenza, che hanno dato l’impronta alla nostra Costituzione, partiti che vanno rispettati>>.

Autocritica? <<No – risponde Di Pietro –  sto facendo una critica. Dalla fine della Prima Repubblica sarebbero dovute emergere nuove idee e persone che le portassero avanti… Invece da quell’inchiesta è nato un grande vuoto e sono comparsi personaggi rimasti sulla scena politica più per se stessi che per altro, a cominciare da me. Penso a Berlusconi, a Bossi, ecc.. >>.

Se le rivelazioni di Di Pietro, come risulta dall’ascolto integrale di quell’intervista, sono tutte qui, è difficile cogliere un solo elemento di novità tale da giustificare qualunque indagine sul terreno dell’operato del pool inquirente suscettibile di svelare chissà quale retroscena, movente segreto, trama occulta, o disegno complessivo di uso strumentale dell’inchiesta a favore di alcuni e contro altri.

L’ex simbolo di Mani pulite nell’intervista mette sul tavolo essenzialmente due elementi.

Il primo è di conferma integrale di quanto da sempre risaputo e mai smentito sulla “normalità straordinaria” di un’attività inquirente esperita nel rispetto delle norme e della prassi corrente e però produttiva di effetti eccezionali e sconvolgenti per una concomitanza di fattori che, anche per memoria storica, potrà essere utile rievocare, nessuno dei quali però imputabili al disegno sovraordinato di qualcuno.

Il secondo elemento propone qualche novità, ma questa attiene esclusivamente alla sfera della soggettiva analisi storico-politica dell’ex magistrato il quale, confermando tutto quanto da sempre sostenuto sul piano dei fatti e degli atti compiuti dal pool, questa volta, a differenza che in passato, lamenta quasi con rammarico quanto devastanti e dirompenti siano state le conseguenze, anche gravi ed ingiuste, prodottesi nella vita politica e sociale del paese per la cancellazione di ben cinque partiti, quelli che avevano sempre o quasi sempre governato: la Dc ininterrottamente dal 1946; il trio laico degli alleati storici Pri-Psd-Pli quasi con stessa longevità ad eccezione di qualche parentesi differenziata e intermittente tra le varie sigle; il Psi continuamente dal governo-Cossiga del 1980 in poi, dopo le precedenti partecipazioni ai dicasteri di Aldo Moro (’63-’66), Mariano Rumor ed Emilio Colombo (’70-’72) e ancora di Rumor (’73-74).

Di Pietro insomma non fornisce alcun elemento fattuale nuovo, ma esprime una propria opinione diversa dal passato sugli effetti che ne sono scaturiti, non voluti né perseguiti da alcuno, dovuti al fatto che le responsabilità o il semplice coinvolgimento di tanti politici che anche al più alto livello rappresentavano quei partiti finirono per travolgere i partiti stessi e quindi un intero sistema politico-istituzionale.

La sua analisi, di mero rilievo storico, si spinge poi alla considerazione che a quelle forze politiche che avevano retto il governo dell’Italia per 46 anni si sostituirono partiti personali, Forza Italia innanzitutto ed altri tra cui il suo.

E in ciò esprime il suo senso di rammarico per il fatto che i partiti spazzati via avevano certo la responsabilità di essere stati guidati da uomini pesantemente coinvolti in pratiche di sistematica corruzione, o di averne comunque beneficiato, come ha dimostrato il consolidato sistema di raccolta di tangenti divenuto strumento ordinario di illecito finanziamento, ma erano partiti che con altri leader ed in altre epoche (per la Dc cita Moro e La Pira ma l’elenco potrebbe essere ben più lungo) avevano dimostrato un livello etico sicuramente alto ed una funzione storica preziosa. Quindi il rammarico per l’ulteriore effetto preterintenzionale della distruzione delle ideologie.

Rimane infine l’elemento che più di tutti Nencini e il Psi hanno assunto a base logica, giuridica e politica della loro richiesta: il “consenso fondato sulla paura delle manette”.

Ma anche su questo punto nessuna novità.

Se avesse voluto segnalare, denunciare o ammettere che la collaborazione degli indagati fosse stata, in uno o più casi, estorta con la minaccia delle manette, avrebbe usato parole diverse e più appropriate.  Peraltro gran parte degli indagati, o almeno di quelli via via coinvolti direttamente negli episodi corruttivi, veniva arrestata immediatamente all’affiorare di gravi indizi ed era già in carcere. Tutt’al più costoro avrebbero potuto subire il condizionamento di rimanervi più a lungo in mancanza di una collaborazione piena. Ma ciò, al di là della brutale semplificazione, non è nulla di diverso da quanto prevede la legge penale in ordine alla sussistenza delle ragioni di misure cautelari. In presenza di gravi indizi, chi nega ogni proprio coinvolgimento è anche un soggetto propenso all’inquinamento delle prove e, in una certa misura, alla reiterazione del reato.

Di Pietro invece parla d’altro.  Parla del consenso diffuso e dell’inclinazione, quasi naturale e spontanea in molti indagati, alla collaborazione con gli organi inquirenti, proprio per il clima che si era creato nel paese, anche per il consenso di massa dell’opinione pubblica verso Mani pulite, e per la conseguente percezione da parte loro della necessità di non potere occultare quanto ciascuno sapesse sulle trame delle tangenti e sul sistema consolidato che vigeva nei loro partiti.

Quegli indagati si ritrovano di fronte una macchina schiacciasassi (il pool milanese), mai vista prima all’opera, la quale finalmente ha trovato il “filo d’Arianna di un sistema in precedenza forte perché ben protetto dai poteri di riferimento e perciò mai pienamente venuto alla luce, mentre in quel momento è improvvisamente smascherato e si scopre debolissimo e senza rete.

Quel consenso, nella verosimile realtà di quei giorni e nella testimonianza che un quarto di secolo dopo ne dà Di Pietro nell’intervista a La7, altro non è che il convincimento di gran parte degli indagati, nel clima politico e sociale e nelle condizioni date, della necessità dell’ammissione dei fatti come unica via d’uscita da una situazione che difficilmente avrebbe contemplato alternative circa la possibilità di sfuggire agli accertamenti investigativi o di trovare salvezza sul piano probatorio.

Tutto qui.

A noi sembra che le recenti parole di Di Pietro non portino alcun nuovo argomento alla tesi della necessità o dell’utilità di una commissione parlamentare d’inchiesta.

Rimane invece tutta l’urgenza storica e politica di comprendere meglio la vicenda, di illuminarne ogni piega, di ricostruirne tutti i tasselli.

“Tangentopoli” – non Mani Pulite – abbattè un sistema politico, istituzionale e di potere sul quale si era retta l’Italia per quasi mezzo secolo. Ciò accadde improvvisamente e repentinamente nei mesi in cui la tenuta civile e sociale del Paese, investito dalle stragi di mafia di Capaci e via D’Amelio (che seguono, rispettivamente, di appena due e quattro mesi l’arresto di Mario Chiesa) era a forte rischio, peraltro nella bufera di una crisi economico-finanziaria senza precedenti: è il tempo del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti, della speculazione inarrestabile in quel venerdì nero dell’11 settembre 1992 quando i tassi sui mercati monetari raggiungono il 40% e l’Italia esce fuori dallo Sme.

Settembre ’92 ci restituisce anche la memoria di uno dei suicidi eccellenti associati a “tangentopoli”: il 2 di quel mese, prima che arrivi in Parlamento la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, si uccide Sergio Moroni. Nella lettera al presidente della Camera Giorgio Napolitano il deputato Psi non accusa i magistrati che lo indagano e potrebbero ottenerne l’arresto, denuncia invece il “grande velo di ipocrisia condivisa da tutti che ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento”.

Anche Bettino Craxi, simbolo più forte e diretto di quel potere che crolla, a luglio di quell’anno non nega la massiccia totale illegalità del fenomeno aggredito dai magistrati, ma ne afferma la diffusa normalità, respingendo quindi l’idea che debbano essere fatte valere responsabilità personali.

Ma se quello invocato da Craxi era una sorta di “legge” non scritta, il codice penale di cui si armano Borrelli, D’Ambrosio, Di Pietro e gli altri, prescrive tutt’altro e colpisce il bersaglio con straordinaria facilità perché il pool Mani pulite affonda il coltello nel burro, in quanto l’asse del potere politico da sempre saldamente poggiato sul pentapartito stava crollando per via elettorale: nelle elezioni del 5 e 6 aprile ’92 la coalizione supera di poco il 50% toccando il suo livello più basso anche per l’affermarsi di forze di protesta come la Lega-Nord.

E’ in questo eccezionale, casuale, concorso di fattori che sta la spiegazione delle conseguenze abnormi di quella che in altri momenti e contesti avrebbe potuto essere un’inchiesta giudiziaria come tante.

Del resto Mario Chiesa, recluso nel carcere di San Vittore, non parla subito, resiste per settimane. Ma Antonio Di Pietro che su di lui indaga dall’anno prima scopre e sequestra due conti che il presidente del Pio Albergo Trivulzio detiene in Svizzera, denominati Levissima e Fiuggi. E’ in quel momento che chiama il suo difensore per dirgli “Riferisca al suo cliente che l’acqua minerale è finita”.

E Chiesa vuota il sacco.

Cosa potrebbe scoprire mai una commissione parlamentare d’inchiesta sull’operato di quei magistrati?

Meglio una squadra di storici e di giornalisti liberi da risentimenti di parte e spirito di casta.