CARDIOCHIRURGIA: QUEL GESTO DI RICONOSCENZA DA OLTRE OCEANO

DI STEFANIA ZILIO

Dennis è un omone di 120 kg proveniente dagli Stati Uniti. Durante una visita in Vaticano viene colpito da una sindrome coronarica acuta. Viene portato d’urgenza all’ospedale San Camillo-Forlanini. Ricoverato in cardiologia, viene sottoposto a coronarografia, che mostra una situazione coronarica molto grave. Non vi è altra soluzione se non quella dell’intervento cardiochirurgico. Abbiamo intervistato il dottor Marco Picichè, il cardiochirurgo che lo ha operato a Roma, e che peraltro recentemente è ritornato all’ospedale San Bortolo di Vicenza, dove già aveva lavorato fino al 2012.

Dottor Picichè, che cosa era successo esattamente al paziente e qual è stato il primo impatto?

Sono stato chiamato in consulenza dai cardiologi, il paziente oltre alla stenosi grave della coronaria sinistra aveva anche una ipoplasia, cioè un ridotto sviluppo, della coronaria destra. Tutta la sua vita dipendeva dalla coronaria sinistra, che ora è quasi occlusa nel suo tratto iniziale. L’occlusione completa di quello che si chiama “tronco comune” avrebbe comportato l’arresto cardiaco. Mi sono trovato di fronte ad un omone obeso, impaurito, ma cordiale. Era consapevole di quanto accadeva perché negli Stati Uniti lavora come fisioterapista in ospedale. In passato, mi ha spiegato, aveva lavorato anche in cardiochirurgia, per riabilitare i pazienti sottoposti ad intervento. Ora si trovava di fronte ad un’inversione dei ruoli.

Un paziente straniero può decidere di non voler subire l’operazione in Italia?

Chiunque può decidere di non subire un’operazione o un trattamento medico indipendentemente dall’ essere italiano o di un altro Paese. Nel caso specifico, il problema era che voleva essere rimpatriato per fiducia nei confronti del sistema ospedaliero americano. Ma ovviamente non potevo essere d’accordo. Se avesse voluto, avrebbe potuto firmare una dichiarazione e uscire contro il parere dei sanitari. Dopo le opportune spiegazioni sulla natura delle sue coronarie, si è convinto. Gli spiegai l’intervento che avrebbe dovuto subire, i rischi e i benefici di sottoporsi a tre bypass coronarici, firmò il consenso davanti alla moglie. Devo dire che mostrò subito di essere una persona per bene, infatti, notai che se da un lato avrebbe voluto essere rimpatriato, dall’altro cercava di non offendere nessuno, ringraziando tutto l’ospedale per le cure ricevute fino a quel momento.

L’operazione è andata bene, il paziente è salvo e Dennis ritorna a casa.

Si, andò tutto bene, il giorno dopo uscì dalla terapia intensiva e dopo pochi giorni di reparto era in piedi a camminare con l’aiuto dei fisioterapisti. Dopo pochi giorni, grazie all’ assicurazione che copriva le spese sanitarie, ritornò negli Stati Uniti, dove avrebbe continuato l’ospedalizzazione e la riabilitazione.

Poi un giorno arriva la sorpresa…
Un giorno trovo una mail da parte di Dennis che mi informa di aver spedito via aerea 12 deambulatori dall’America. Sia con due ruote che con 4 ruote. Riteneva che i deambulatori del San Camillo fossero obsoleti. Fui colpito dalla bellezza di questo gesto di gratitudine. Era un bel modo di ringraziare tutti: medici, infermieri, fisioterapisti e l’ospedale in senso lato. E soprattutto era un bel modo di pensare a generazioni di altri pazienti che a centinaia, o possiamo dire migliaia nel corso degli anni, avrebbero utilizzato quei deambulatori.

Ma arrivati a Malpensa non è stato possibile farli pervenire all’ospedale, è vero?

Purtroppo sì. La segreteria dell’ Unità Operativa di cardiochirurgia ha cercato di farsi rilasciare i deambulatori, ma alcuni problemi burocratici hanno reso per il momento problematica la cosa.

Qual è il problema?

All’inizio sembrava fosse per la mancanza del marchio CEE. Ma forse non solo. Mi sono dato da fare personalmente, con l’ impegno anche della responsabile dei fisioterapisti, la sig.ra Gianna Giannandrea, abbiamo contattato il Ministero prima, successivamente l’aeroporto di Malpensa. Adesso sembra che si possa trovare la soluzione, l’iter da seguire, inviato da Malpensa, è stato trasmesso all’ Unità Operativa di cardiochirurgia per competenza e ora spero che seguendo quelle istruzioni, chi si occuperà della questione riesca ad ottenere il nulla osta ministeriale necessario.

Un medico premiato senza premio

Non mi sento di dire così. Il premio c’è stato, è stata la riconoscenza sincera, il fatto che ora con questo paziente siamo amici e che in America c’è ora qualcuno che mi pensa con affetto. Il fatto di non avere avuto un regalo materiale per me rientra nella buona mentalità di Dennis. Per lui fare un regalo alla struttura in cui un professionista lavora è il miglior modo di fare un regalo alla persona. Molto più che comprare un oggetto personale. Così è per chi ama il proprio mestiere. E lui, che ama il proprio lavoro, ha ragionato con il suo metro, che condivido. Inoltre, non c’è solo il chirurgo. Dennis voleva ringraziare tutti e direi che ha fatto anche di più, facendo un regalo anche ai pazienti, per generazioni. In sala operatoria il cuore di quest’omone di 120 kg era apparso voluminoso. Con questo gesto di gratitudine, abbiamo toccato con mano il suo grande cuore per la seconda volta