IL CONTAGIO: UN OCCHIO SULLA DROGA, SUI SENTIMENTI. E SU MAFIA CAPITALE

DI COSTANZA OGNIBENI

Dopo aver ricevuto gli onori e una standing ovation al Festival di Venezia, dove è stato presentato come film fuori concorso, Il Contagio è ora nelle sale italiane.

Uno sguardo su una periferia romana povera, drammatica, che, tra una sniffata di cocaina e una birra gelata, trasuda umanità da ogni poro; poi sul centro della capitale, ricco, gaudente che, tra un drink offerto dal capoccia di turno e qualche grammo di stupefacente, trasmette, attraverso tinte gelide e paesaggi imponenti, un isolamento individuale che non lascia speranza. È l’occhio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini a offrire le molteplici prospettive con cui si può raccontare la vita di una città italiana; della città italiana per antonomasia, con i suoi drammi, le sue disuguaglianze, i suoi squilibri. E in una tiepida serata autunnale, abbiamo avuto modo di incontrarli, insieme con la costumista Francesca di Giuliano, per farci raccontare qualcosa di più sul fortunato lungometraggio.

Il Contagio è tratto dall’omonima pièce teatrale, tratta a sua volta dal libro. Quando e perché avete pensato che un libro del genere sarebbe potuto diventare un film?
Tutto è iniziato nel 2009, quando abbiamo visto lo spettacolo teatrale di Nuccio Siano, anche sceneggiatore del film e interprete del ruolo di Carmine. Lo spettacolo era la trasposizione del libro di Walter Siti uscito l’anno prima. Ci siamo appassionati e abbiamo pensato subito che sarebbe potuto essere perfetto come soggetto di un film, soprattutto per la sua capacità di fotografare tante situazioni nel momento in cui si stanno svolgendo: lo spettatore è come un passante che incontra via via tanti personaggi, senza sapere quello che è successo loro prima o che accadrà dopo. Li coglie in un momento preciso della loro esistenza. Inizialmente il progetto non era stato affidato a noi, ma in un secondo momento, visto che rappresentava un continuum con la nostra prima pellicola Et in Terra Pax, lo staff di Kimerafilm, la società che lo aveva prodotto, lo ha proposto a noi. È stata una combinazione di fortuite coincidenze.

Quali sono le differenze e le analogie con il libro?
Quello che volevamo tenere del libro era la sua anima, il suo essere la trasposizione letteraria di un quadro: quando tu vedi un quadro, hai un’idea d’insieme; puoi soffermarti sul dettaglio, ma quello che lo rende tale è la visione completa che ne hai nel momento in cui lo osservi da lontano. Così doveva essere il film: il racconto di un mondo, di una città, con le sue contraddizioni; una città spaccata in due, ma solo apparentemente, come del resto anche il nostro paese. Inoltre, come il libro, anche il film è diviso in due parti: abbiamo nella prima parte la storia di Marcello e del suo mondo e nella seconda parte la storia di Mauro, che diviene protagonista di un altro mondo. Una differenza accentuata anche cromaticamente, con un lavoro certosino fatto sui costumi, sulla scenografia, sulla fotografia, per trasmettere a livello più o meno subliminale uno stacco tra una prima parte caratterizzata da colori caldi, e una seconda parte che presenta tinte più fredde, accompagnate da uno stile geometrico, rigoroso.

Parlano di lavoro certosino sui costumi. Francesca mi guarda con aria perplessa; dai suoi occhi traspaiono ancora gli strascichi di quello che deve essere stato un durissimo lavoro di fino. Eppure non è un film “in costume”: in cosa è consistito il tuo ruolo?
Tutti i film sono in costume. I personaggi sono sempre da costruire, anche attraverso il loro vestiario. Il look è uno degli elementi fondamentali attraverso cui traspare la personalità. I vestiti sono inoltre una grande impronta di un’epoca: quando fra un po’ di anni qualcuno vorrà rivedere Il Contagio, avrà modo di sapere che nel 2017 ci si vestiva in questo modo. Per quanto riguarda la palette dei colori, inizialmente è stato difficile perché dover seguire determinati toni rappresentava una limitazione: avevo a disposizione solo cinque colori con cui dovevo occuparmi di vestizione dei personaggi e relativa psicologia, da combinare con le misure degli attori. Inoltre dovevo far sì che i colori che sceglievo, a prescindere dai toni più o meno caldi, si abbinassero in modo armonico con il contesto. Peggio che giocare a Mastermind!

Sorrido, comprendo, ma mi rivolgo nuovamente ai registi: come mai avete scelto colori più caldi per rappresentare la periferia con tutte le sue tragedie e colori più freddi per rappresentare la Roma delle elitè, non certo meno drammatica?
Non è una scelta casuale: per quanto le storie di vita dei quartieri poveri siano drammatiche, sono storie d’amore. C’è l’amore coniugale, l’amore tra madre e figlio, l’amore tra giovane e professore. E dall’altra parte c’è il gelo della vita in cui entra Mauro: un’apparente “avercela fatta” rispetto ai suoi compagni che esclude tuttavia ogni forma di rapporto interumano, una realizzazione corroborata da un mors tua vita mea letteralmente contrapposta alla vitalità dei quartieri popolari.

A cosa è dovuto il titolo del film? Perché si parla di “Contagio”?
Il titolo del film deriva dal libro, il cui autore è il professore stesso che vediamo interpretato da Vincenzo Salemme. Walter Siti ha voluto parlare di “contagio” per parlare di una realtà che gravita intorno al suo grande amore per Marcello. Nel film, invece, “Il Contagio” è un’istantanea sul mondo, un mondo che abbiamo voluto rappresentare nelle sue molteplici sfaccettature per raccontare di un disagio che caratterizza la nostra generazione che è trasversale, passa attraverso le periferie, per depositarsi nel cuore delle città senza risparmiare nessuno. Pur non parlando esplicitamente di cooperative o di Mafia Capitale, si percepisce una velata denuncia, anche perché il soggetto è stato scritto nel periodo in cui stavano emergendo le prime intercettazioni di Buzzi e Carminati, pertanto ci è sembrato strategico attualizzarlo rispetto al libro.

Una grande protagonista del film è la cocaina. Qual è il ruolo di questo elemento all’interno della pellicola?
Per i personaggi della periferia, la cocaina è un punto d’incontro, ma è anche il momento del relax, nonostante ti mandi su di giri: è il momento di goliardia tra compagni in cui non si vuole pensare, un po’ come l’alcool. Nella seconda parte del film, la cocaina è la benzina che ti consente di andare avanti, che ti permette di concentrarti sui tuoi obiettivi perché ti dà una visione quadrata della realtà, eliminandone ogni sfumatura. È la polvere magica che ti consente di non soffrire, di anestetizzarti di fronte a qualsiasi forma di dolore, sia fisico, magari per la stanchezza, sia psicologico.

Perché avete voluto rappresentare con un lungo piano sequenza la discesa agli inferi del protagonista?
Come sappiamo, quando si raggiunge un livello di abuso di sostanze stupefacenti c’è una percezione distorta del tempo e dello spazio e per parlare bene e in poco tempo della discesa agli inferi di Mauro era necessario il piano sequenza: lo stile iper-realistico che fino a quel momento aveva caratterizzato tutto il film, doveva man mano trasformarsi nel racconto della testa di Mauro. Non bastava più raccontare quello che stava succedendo a Mauro, come fatto fino a quel momento, occorreva un’immedesimazione più profonda, occorreva che lo spettatore provasse le sue stesse emozioni.

Un’altra grande protagonista del film è la figura della donna. Apparentemente debole, perdente, in realtà è l’elemento che in qualche modo rappresenta una riuscita. Si può dire che sia un film sull’incapacità degli uomini di rapportarsi ad esse?
Il film parla proprio di questo, della crisi del maschio contemporaneo, dovuta alla sua incapacità prendere atto del suo nuovo ruolo, non più legato al pater familias, ma ad altri valori che non riesce a fare suoi. E fintanto che non riconoscerà questa nuova collocazione, risulterà sempre perdente rispetto a una donna, al contrario, abituata a lottare da sempre e pertanto unico elemento di possibile evoluzione all’interno di una società machista. Il film vuole essere una rappresentazione di questa incapacità e le donne ne escono vittoriose perché, contrariamente ai loro compagni, combattono.

Nel film ci si sofferma parecchio sui sentimenti: ci sono scene in cui si indugia per qualche secondo sui personaggi e si mette da parte l’azione per far emergere qualcos’altro, cosa ben rara nel cinema hollywoodiano e molto usata nel cinema orientale. È una caratteristica legata al vostro stile, frutto di influenze provenienti dal cinema asiatico, o è una semplice eredità del libro?
Nel Contagio ci si sofferma sulle immagini perché è attraverso esse che si trasmette l’esperienza emotiva del personaggio. Fa parte del nostro stile, abbiamo entrambi subito l’influenza del cinema dell’Est Europa: io (ndr Matteo Botrugno) mi sono laureato discutendo una tesi su un film di Tarkovskij, mentre Daniele ha discusso una tesi su Kieślowski. È un tipo di cinema che rappresenta uno sguardo, un punto di vista. Il nostro punto di vista è legato ai personaggi; in questo caso volevamo far emergere la loro sfera emotiva legata alla loro storia, che si svolge all’interno di una Storia molto più ampia.

Il Contagio è un film sulla droga, sulla periferia, su Mafia Capitale, sulla contrapposizione tra classi, sull’amicizia, sull’amore. Su quale di questi elementi è veramente incentrato il vostro film? E qual è il grande comune denominatore che li raccoglie tutti?
Il Contagio si focalizza su tutto ciò che hai elencato. Il grande comune denominatore? Il contesto in cui avvengono, ovvero Roma. Ma Roma, a modo suo, è un microcosmo, in grado di raccogliere elementi trasferibili a qualunque altra realtà.