SVEZIA: UN MICROCHIP SOTTOPELLE E 3000 PERSONE SI TRASFORMANO IN CYBORG

DI FRANCESCA CAPELLI

Un microchip delle dimensioni di un chicco di riso, impiantato sottopelle, tra il pollice e l’indice della mano. Permette di caricare biglietti ferroviari, attivare sensori, accendere e spegnere le luci, fare acquisti, grazie a una tecnologia che è la stessa delle carte di credito.
È già una realtà per 3000 svedesi che hanno accettato di farselo impiantare dalla società Epicenter di Stoccolma, un incubatore di imprese high-tech, che ha firmato un accordo con la compagnia ferroviaria di stato della Svezia perché il microchip venga accettato come mezzo di pagamento. Prima, infatti, serviva solo ai dipendenti dell’azienda per accendere e spegnere le luci dell’ufficio o pagare il caffè della macchinetta. Per la prima volta, il dispositivo non si limita a un uso aziendale interno.
Tremila svedesi, insomma, si sono trasformati in cyborg, ossia in organismi composti da un corpo naturale e un elemento artificiale. Cosa diversa da un robot, una macchina programmata per fare operazioni più o meno complicate: può anche essere capace di sbagliare e di imparare con l’esperienza, un tentativo dopo l’altro, ma resta molto lontano dalle possibilità di pensare come un essere umano.
Non si tratta del primo esperimento di questo tipo. Già nel 1998 Kevin Warwick, docente di Cibernetica all’Università di Reading (Gran Bretagna), si fece impiantare un chip al silicio nel braccio sinistro, con il quale poteva accendere e spegnere le luci del suo studio o il suo computer, aprire porte, alzare o abbassare il riscaldamento di casa. Nel 2002, il passo successivo: un minuscolo apparecchio elettronico composto da cento elettrodi venne impiantato all’interno di un nervo del suo braccio. Questa volta non si trattava di inserire semplicemente un chip, ma di collegare tutto il sistema nervoso di Warwick a un computer. Dopo tre mesi il micro-apparecchio venne rimosso, perché era in parte fuori uso. Il corpo di Warwick, infatti, lo aveva completamento inglobato e avvolto con tessuto fibroso. Ma nel periodo in cui aveva funzionato erano stato fatti molti esperimenti: Kevin poteva controllare – con il suo pensiero e con il dispositivo elettronico – una sedia a rotelle e una mano artificiale; il microchip poteva anche creare sensazioni artificiali (per esempio, caldo o freddo), stimolando determinati elettrodi collegati al sistema nervoso.
A chi gli chiedeva se non avesse avuto paura di possibili danni, provocati al sistema nervoso da una tecnologia ancora sperimentale, Warwick rispondeva che per tutta la durata dell’esperimento era stato perfettamente consapevole del rischio, ma che per uno scienziato si trattava di una sfida troppo affascinante, impossibile da rifiutare. Il suo obiettivo era la ricerca medica: sviluppare un dispositivo elettronico in grado di migliorare la vita delle persone paralizzate a causa di incidenti o malattie neurodegenerative, che potrebbero controllare la loro sedia a rotelle o altri dispositivi con il loro pensiero. Oppure potrebbero provare sensazioni fisiche (caldo, freddo, tatto) agli arti paralizzati.
Da decenni la ricerca medica produce cyborg, basta pensare ai pazienti dotati di pacemaker o defibrillatore automatico. La novità sta nella miniaturizzazione del dispositivo e nella sua versatilità.
Diventa così realtà la metafora creata dalla scienziata e filosofa omosessuale Donna Haraway, docente dell’università di Santa Cruz in California. In “Manifesto Cyborg” (pubblicato nel 1984 negli Usa e nel 1991 in Italia da Feltrinelli), Haraway spiega come l’immagine del cyborg, estrapolata dalla letteratura fantascientifica, diventa il simbolo della rottura di quel dualismo che ha sempre caratterizzato la cultura occidentale: corpo/mente, uomo/donna, naturale/artificiale. È un corpo privo di sesso, in parte umano e in parte macchina, in proporzioni variabili. E mostra come la presunta naturalità dell’uomo non sia altro che una costruzione sociale. L’uso di protesi, lenti a contatto, stent aortici, pacemaker e, ora, microchip cambia la concezione del corpo, non più inalterabile e intoccabile, ma terreno di sperimentazione e manipolazione.
Agli entusiasmi fanno da controcanto gli allarmi sui possibili rischi, a cominciare dalla possibilità che si crei una nuova categoria di esseri viventi, dai poteri superiori e per questo pericolosi. Un po’ come Anakin Skywalker quando diventa Lord Fener, il cattivo di “Guerre Stellari”.
Meno letterarie, ma più concrete, sono le minacce alla privacy. Il microchip, infatti, ci renderebbe tutti tracciabili. Come peraltro già fanno smartphone e carte di credito.