FIN CHE MORTE NON LI SEPARI DALLA GALERA

DI FRANCESCA DE CAROLIS

Avevo deciso di non parlarne, per ora… e lasciarlo lì in un cantuccio dell’anima, l’incontro che lunedì scorso ho avuto a Parma, nel carcere di Parma, con Claudio Conte, da quattro anni ormai caro amico di penna…

Ma il mal di testa scoppiato mentre ero là dentro, ancora non vuole passare. Chissà che buttando fuori tutto quello che mi si è rappreso nell’anima…
E dunque finalmente l’ho incontrato. Claudio Conte, ricordate? Quello che due anni fa, nel carcere di Catanzaro, ha costruito un presepe intorno all’immagine di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni annegato nel tentativo di raggiungere la Grecia.
Da più di un anno Claudio si trova in quel di Parma, un manufatto di ferro e cemento come tutte le carceri “moderne” alla periferia della città, Lontano dagli occhi e, come si dice, dal cuore… E, devo dire, quando arrivi, quasi ti rassereni un po’ per via delle siepi e degli alberi che ombreggiano il viale che porta, oltre il cancello d’ingresso, alla struttura.
Peccato che appena entri nel gelido e grigio e lungo lungo corridoio, quasi un tunnel, che arriva agli edifici interni, capisci subito che tutto quel verde chi è lì detenuto neppure lo vede. E dopo un po’, immagino, lo dimentica persino… insieme a tante, troppe cose, della vita…

Claudio, condannato all’ergastolo, è in carcere da quando aveva diciotto anni. Una prima breve condanna appena diventato maggiorenne, poi sei mesi fuori, nei quali, mi ha detto, si è giocato la vita. Oggi ha 47 anni e mi racconta di quanto quel tempo sia lontanissimo.
Mi racconta, soprattutto, del tempo trascorso a ricostruirsi una vita (per quanto possa essere possibile ricostruirsi una vita dentro le mura di un carcere), degli anni passati a studiare nel carcere di Catanzaro, delle relazioni lì tessute con pazienza, con i docenti, le persone, sul territorio.
Racconta la speranza di una vita possibile, dopo tanti anni, dopo tutto quel bel percorso… Claudio, nella primavera dello scorso anno, quando ancora si trovava a Catanzaro, si è laureato in giurisprudenza. 110 e lode. Ha scritto un bellissimo racconto della giornata della laurea e presto sarà pubblicato, vedrete…

Mi racconta dei tanti incoraggiamenti di chi lì aveva incontrato, delle parole di apprezzamento, addirittura, del magistrato che tanti anni prima lo aveva condannato, che ha saputo vedere in lui un uomo nuovo. Si aspettava un premio, dopo tutto quel percorso… un primo permesso, magari…
E invece da un giorno all’altro è stato catapultato in quel di Parma. E non vi sto a dire i perché e i percome. Quel che importa sapere è che questo gli ha spezzato la vita. Persa la fiducia, le relazioni, i contatti che aveva costruito con il mondo fuori. Distrutta la speranza di una vita possibile.
“Perché questa non è vita. E’ morte” mi dice. “Se non conta proprio nulla tutto il percorso che ho fatto…”

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