NAPOLI: NEONATA DOWN RIFIUTATA DA SETTE FAMIGLIE. UN PADRE SINGLE LA ACCOGLIE

DI ANNA RITA NOCITI

 

E’ accaduto a Napoli, in ospedale nasce una bambina ma la piccola è affetta dalla Sindrome di Down. La neonata non è stata riconosciuta dalla madre che ha partorito in anonimato, una possibilità prevista dalla legge, nessuna traccia del padre evaporato ancora prima della nascita, forse spaventato da questa figlia diversa.
Il caso finisce sulla scrivania dei giudici del Tribunale dei Minori che avviano le pratiche di adozione.
Sono ben sette le famiglie in lista d’attesa, sono contattate dal tribunale ma sono sette i “no” di risposta. Nessuna delle famiglie vuole una bambina “diversa” da accettare nella propria casa, da seguire, da amare. Scalando la graduatoria si è arrivati al n. 8 della lista, non è una famiglia, è un single che aveva avanzato la richiesta ad accudire un bambino disabile, senza condizioni.
Si tratta di un uomo e il suo status non lo renderebbe idoneo a prendere in adozione una neonata. La legge che regola le adozioni nazionali e internazionali, prevede l’eccezione, è conosciuta come “Adozione Speciale”.
La legge è il numero 184/1993 Art. 44: le “Adozioni Speciali” sono quelle che riguardano i minori orfani di madre o di padre o di entrambi, in cui con il single si sia instaurato nel tempo, un rapporto di fiducia preesistente, o ancora, il minore presenta una disabilità. La regola appunto delle adozioni eccezionali è lontana dai clamori dell’attualità, è vicina al dramma dei bambini disabili, traditi dagli uomini e dalla natura.
Per questa piccola bambina si apre uno spiraglio di vita accanto a un papà e non quello di essere rinchiusa in istituto. Un papà che la porterà sulle spalle, le darà l’amore, facendole capire che il mondo, in fondo, non è poi così cattivo.
Per circa dieci mesi la bimba è in pre-affidamento, periodo che dovrà accertare il buon inserimento della piccola e le condizioni di vita insieme. Questo dell’Adozione Speciale, è uno dei pochissimi casi accaduti nel nostro Paese.
Una storia che fa riflettere, essere abbandonata al suo destino e lo stesso destino poi, che apre le porte a una nuova vita. Lui, un uomo dal grande spirito di solidarietà, di amore verso il prossimo, non si è spaventato dinanzi a quel cromosoma in più: un papà che ama e basta, un esempio di civiltà. Non esiste un diritto assoluto ad avere figli, esiste invece il diritto dei figli ad avere una famiglia che li ami per come sono.
Si mette in luce, in questa storia l’ipocrisia delle adozioni, in cui i single adottano dopo i rifiuti delle coppie.

Il numero “otto” non è in questi casi un numero qualunque. Nel film “L’ottavo giorno”, film franco-belga, il protagonista (Daniel Auteuil) si convince che il Creatore completò la sua settimana l’ottavo giorno, creando Georges, un ragazzo Down e vide che era il più buono di tutti. O ancora, ricordiamo la grandezza d’animo del filosofo Emmanuel Mounier che a cena, spesso in compagnia dei potenti della Francia dei tempi, riservava il posto come capotavola sempre e solo alla sua Francoise, la figlia disabile.

Cos’è la Sindrome di Down? Una condizione cromosomica, più propriamente detta Trisomia 21 e, in passato mongoloidismo, causata dalla presenza di una terza copia (o una sua parte) del cromosoma 21.
E’ abbreviata, dall’acronimo del suo nome inglese, Down’s Syndrome o DS.
E’ la più comune tra le anomalie cromosomiche del genere umano, associata solitamente a un ritardo di crescita sia nella capacità cognitiva sia in quella fisica. Il QI medio di persone con la sindrome di Down è circa 50 contro i 100 delle persone normali, la disabilità è molto variabile tra gli individui affetti e con essa, le malattie di cui sono portatori, in particolare la cardiopatia. Le caratteristiche fisiche sono evidenti: bassa statura, collo tozzo, espressione simile alla razza mongola con occhi piccoli e distanti, naso piatto.
In Italia dei bambini nati, 1 ogni 1200 ha questa sindrome, le prospettive di vita per fortuna, grazie agli studi e alla ricerca, sono passate da 10 anni nei primi venti del secolo scorso, a 60 anni ai giorni nostri.

Le persone affette da Sindrome di Down sono purtroppo, per ignoranza, per pregiudizi infondati, per cattiveria, mal giudicati, scansati come affetti da una malattia contagiosa. Sono messi in disparte quando invece hanno molto da ricevere e dare.
Solo pochi giorni fa, durante la trasmissione “Otto e mezzo”, Marco Travaglio, rispondendo a Gianrico Carofiglio, ha detto, riferendosi al M5S: “ Andate avanti pure a trattarli come mongoloidi”, aggiungendo poi, nel tentativo mal riuscito di spiegare meglio, “ dei fuori di testa, dei dementi incapaci di ragionare”.
Si è lavorato molto perché si smetta di usare tali termini che si riferiscono a persone diversamente abili come mongoloide, ritardato o handicappato, termini che diventano violenti e denigratori se usati come offesa. Questo rileva la bassezza culturale e umana, l’offesa alla dignità di queste persone diverse da noi ma che racchiudono tutta la bellezza nel cuore e nell’anima di un cromosoma ribelle. Persone che lottano ogni giorno per dimostrare il loro valore. Sono persone, sono bambini come gli altri, non esiste il “diverso” che fa paura, esiste un valore in più che dobbiamo saper conoscere e apprezzare.

Nel 1940, i Nazisti decisero di uccidere tutte le persone disabili, perché ritenuti la vergogna dell’essere umano: più di 200.000 individui disabili furono uccisi, inclusi i bambini portatori della Sindrome di Down. Un genocidio vergognoso.
Oggi, in alcuni Paesi europei, sta accadendo la stessa vergogna. Avviene in Islanda, accompagnata dalla Danimarca e dalla Cina: un test che controlla la presenza della malattia cromosomica, utilizzato per uccidere tutti i bambini con la Sindrome di Down. Da molti anni non viene alla luce un solo bambino “speciale”. Un sottile sentimento eugenetico di principio hitleriano nei confronti di questi bambini.
In Islanda la legge sull’aborto consente che si possa praticare, in caso di anomalie cromosomiche, tra queste la Sindrome di Down, anche dopo sedici settimane dall’inizio della gestazione.
L’Islanda è il Paese più vicino alla realizzazione di una comunità “down free”, ovvero, dove i nascituri ai quali viene diagnostica la sindrome, vengono nel 99% dei casi, abortiti dopo le procedure di screening prenatale.
Non è uccidendo e facendo la selezione che si argina la comparsa della Sindrome. Se si abortiscono tutti i bambini con la Trisomia21, la scienza non avrà più alcun interesse a trovare il modo d’intervenire sul Dna e di conseguenza correggere l’anomalia cromosomica, la sindrome non la si può debellare come l’epidemia:
vogliono eliminare i bambini Down gettandoli dalla rupe Tarpea.

Altro episodio sconcertante in Gran Bretagna dove i genitori, (il padre chirurgo estetico e la madre, donna bellissima, finita tante volte sul letto operatorio del marito) di una bambina di due anni, portatrice della Trisomia21, sono favorevoli a sottoporre la loro figlia, dopo aver compiuto 18 anni, a intervento chirurgico estetico per attenuare le caratteristiche del viso così, riferiscono i genitori, la bambina sarebbe accettata dalla società e servirebbe alla ragazza ad accrescerne l’autostima e a evitare di essere giudicata per il suo aspetto.

L’ideale di perfezione all’eliminazione di un bambino diverso sembra appartenere più a un periodo storico di epoca greco-romana, dove a essere condannato alla morte, non era solo il neonato ma anche la madre che lo aveva generato, colpevole di averlo messo alla luce diverso dal resto della comunità.

I bambini Down sono bambini come gli altri, anzi qualcosa di più. Sono bambini che osservano, giocano, ridono, si arrabbiano, hanno bisogno di carezze come tutti, capaci ancora di più di accarezzare noi con una dolcezza che non si può descrivere. Loro, bambini speciali, parlano oltre il linguaggio verbale, attraverso i loro meravigliosi occhi che parlano ancora di più della loro anima, siamo noi a essere capaci di non farli vivere una situazione di totale dipendenza.
Le persone affette da questa sindrome cromosomica hanno le stesse esigenze di chiunque altro: studiare, lavorare, confrontarsi con la società, facendo sentire la loro voce ed essere ascoltati. Certo, hanno bisogno di assistenza in ciò che sono bisogni semplicemente umani, non per questo devono essere isolati.
Le derive disumane oscurano la possibilità di adempiere il bene nella diversità, una società non può includere criteri di scarto tra le persone acclamando il principio di parità di diritti e dignità per ciascun individuo.
Chi è in questa società il diverso? chi ha un cromosoma in più o chi ha un cromosoma in meno.
Loro, i Down, insegnano ai “normali” che la diversità è bellezza interiore, nell’imperfezione e solo in essa, che tutti ci riconosciamo uguali.
La risposta è che tra di noi si riflette la consonanza di uomini identici in natura, nell’epoca del tutto è possibile, sembra insolito vedere un muro, un confine tra normale e a-normale nell’accettare e classificare degli individui in termini di persone, il compito è di rieducare la natura umana. L’Era del progresso è la nostra ma, di fronte a queste discriminazioni ci troviamo a combattere con arretratezze culturali con nuovi mezzi, le tecnologie illusoriamente veloci sono solo una filantropia di facciata.

Non è la posizione eretta, l’immagine evolutiva della specie umana che progredisce, la disabilità è uno scarto biologico e culturale tra ciò che avrebbe dovuto essere e ciò che invece è. Ecco la contraddizione, una specie di eterno ritorno della miseria umana che inganna se stessa. Tutti gli esseri umani mancano di qualcosa, ognuno di noi è disabile, tutti ugualmente deficitarii. La malattia, la vecchiaia, i tratti somatici sono anomali, un individuo che non è capace di guidare è anomalo per chi guida, l’anomalia è differenza ed è questa la meraviglia di ciascuno di noi.
Una poesia di Paolo Ursaia dice: “ Il pregiudizio, un vetro smerigliato: mi chiami Down, financo mongoloide, ti avvicini come fosse carità senza veder ciò che è negli occhi miei. Tu che arrossisci per un capello fuoriposto, ma ti sei chiesto com’è viver una vita fuori posto? In un mondo che tutto ciò ignora, perdona, il ritardato non credo d’esser io”.