ARGENTINA: GUERRA DI SIMBOLI PER I 50 ANNI DALLA MORTE DI CHE GUEVARA

 DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Mito, icona pop, logo. E ora protagonista involontario di una battaglia simbolica. A 50 anni dalla morte, Ernesto Che Guevara è (anche) questo. “Gli eroi son tutti giovani e belli”, cantava Francesco Guccini. E se muoiono quando ancora lo sono – giovani e belli – si trasformano in miti. Non hanno il tempo di invecchiare, imborghesirsi, diventare rancorosi dittatori o di convertirsi a tutto ciò che avevano ripudiato da giovani. Il Che sarà sempre il “guerrillero heroico”, con il basco nero e la stella, della foto di Alberto Korda, scattata nel 1960, sette anni prima della morte, in Bolivia.
Di quella foto – o meglio della successiva elaborazione grafica in bianco e nero, creata da Jim Fitzpatrick – si appropriò persino la pubblicità, per una campagna della vodka Smirnoff, nel 2000. In quel caso Korda fece causa, la vinse e donò l’indennizzo al sistema sanitario cubano per l’acquisto di medicinali.
Era scontato, quindi, che la città argentina di Rosario, dove Guevara è nato nel 1928, utilizzasse lo stesso logo per identificare i luoghi della “Ruta del Che” (la via del Che), un itinerario turistico che fornisce un filo conduttore per scoprire la città.
Peccato che per molti mesi la casa natale di Guevara, nel centro di Rosario (calle Entre Ríos 500, all’angolo con la Tucumán), sia rimasta priva dell’immagine che la segnalava ai turisti. Il motivo ufficiale? Il cartello si era danneggiato e doveva essere sostituito, ma l’operazione – per l’indolenza tipica della burocrazia argentina – ha richiesto più tempo del previsto, tra le lamentele via TripAdvisor di viaggiatori disorientati e i reclami dei dirigenti della locale Segreteria del Turismo. Ben consapevoli che molti viaggiatori stranieri fanno sosta a Rosario come una forma di pellegrinaggio, per poi proseguire per Alta Gracia, nella sierra vicino a Córdoba, dove la famiglia Guevara si era presto trasferita, perché la zona offriva condizioni climatiche più favorevoli per l’asma di cui soffriva proprio il piccolo Ernesto. Qui i devoti trovano pane per i loro denti: la casa dei Guevara si è infatti trasformata in un museo che ospita le foto più belle della vita familiare del Che.
Non che a Rosario il cartello della discordia sia mai stato particolarmente visibile, dal momento che si confonde, per il colore rosso, con l’insegna di una compagnia di assicurazioni situata al pianterreno dell’edificio di calle Entre Ríos. Molti si lamentano che non sia possibile fotografarlo lasciando fuori dall’inquadratura l’insegna dell’assicurazione, che a sua volta non è mai stata entusiasta dell’associazione con un simbolo della lotta al capitalismo. Tanto che si era diffusa la voce che il ritardo nella sostituzione del cartello fosse il risultato di una precisa scelta.
Ancora più esplicita la richiesta della ong “Fundación Bases” (www.fundacionbases.org), che si dichiara di orientamento liberale e che da mesi raccoglie firme, attraverso la piattaforma Change.org, per chiedere la rimozione del monumento eretto nel 2008 in avenida 27 de Febrero, peraltro l’unica statua del Che in tutta l’Argentina. “L’eredità assassina del comunismo e di questa figura” si legge nella petizione “non meritano omaggi di tipo ideologico da parte dello stato, pagati con i soldi di tutti i cittadini”. L’obiettivo era raccogliere adesioni (per ora sono poco meno di 15mila) da presentare proprio oggi, per l’anniversario della morte del Che, al sindaco di Rosario.
L’autore della statua, Andrés Zerneri, ha ribattuto alle accuse spiegando che la sua scultura è stata prodotta con il bronzo di 75mila chiavi, donate da persone di tutto il mondo. Il risultato di una sorta di crowdfunding e di tre anni di lavoro, senza oneri per lo stato.
Il mito del Che, comunque lo si giri, funziona e si autoalimenta. Gli stessi responsabili di Fundación Bases sono consapevoli che molto difficilmente otterranno l’abbattimento della statua, ma si sono buttati in questa crociata dopo che il presidente Mauricio Macri, all’indomani della sua elezione, nel 2015, aveva fatto togliere il quadro del Che (e quello del suo predecessore Néstor Kirchner, morto nel 2010) dalla galleria dei ritratti della Casa Rosada, il palazzo del Governo. La guerra dei simboli è appena iniziata.