LA NEONATA DOWN CHE NESSUNO VOLEVA HA TROVATO UN PAPA’ “SPECIALE”

DI CHIARA FARIGU

L’ha portata per nove lunghi mesi dentro il suo grembo. L’ha sentita crescere, scalciare e poi spingere per venire al mondo. Ma quel qualcosa in più, della sua bimba speciale, che fin dal primo vagito chiedeva attenzioni e cure, l’ha paralizzata. Si conosce la neo-mamma, sa già che non ce la farebbe a combattere contro il mondo per quella X di troppo. A sostenere gli sguardi della gente, a lottare contro i pregiudizi. Né lei né il suo papà. Sa bene che la sua piccola merita tutto l’amore possibile ma non sarà lei a donarle ciò di cui ha bisogno. Non se la sente. Decide di fare un passo indietro, di abdicare al ruolo di mamma, di donarla ad altri genitori più coraggiosi, più consapevoli delle difficoltà o semplicemente maggiormente più disposti a donare e ricevere amore. Perché è solo di questo che ha bisogno la sua piccola nata con la sindrome di Down, quel cromosoma in più che rende così speciali chi lo ha. Decide pertanto di lasciarla in ospedale, affinché siano “altri” a crescere la sua bambina.

Inizia così l’avventura di Stella (nome di fantasia) che appena venuta al mondo ha dovuto fare i conti col primo no della sua vita, il più sofferto, il più pesante e tranciante in senso assoluto. Ma questo sarebbe stato (forse) superabile se al no dei genitori non se ne fossero aggiunti altri sette, uno dietro l’altro nel giro di pochi giorni. Non riconosciuta dai genitori biologici e lasciata in ospedale, come prevede la legge, è iniziato per lei l’iter dell’adozione. Il tribunale dei minori di Napoli, città dove si è svolto il fatto, avvia le pratiche di procedure alla ricerca delle famiglie in liste d’attesa per l’adozione. Ne contatta ben sette ma riceve sette no. Quel cromosoma in più spaventa, diventa predominante sul bisogno di dare e ricevere amore incondizionato. Vorrebbero essere genitori sì, ma di un figlio sano e forte. Senza prove da superare, senza battaglie da combattere, senza sguardi da sostenere. Poi la svolta.

Il Tribunale finalmente trova una richiesta di adozione adatta, cioè quella in cui non si esclude di potersi occupare di un bimbo disabile. La richiesta è di un uomo, un single. Sicuramente speciale per sensibilità e cuore. Non mette limiti al suo grande desiderio di paternità, non gli importa se maschio o femmina, se biondo o bruno e tantomeno se sano o con qualche deficit. Figuriamoci se può intimorirlo quella X di troppo. A lui interessa solamente qualcuno di cui avere cura. Dopo sette no arriva per Stella il più dolce dei sì. Sì ad una casa, sì ad un papà, sì senza riserve e coccole a gogò.

Com’è stato possibile ciò?

In Italia, l’adozione dei single è consentita in casi molto rari. Li stabilisce una norma del 1983, la Legge 184 all’articolo 44 che prevede delle “adozioni speciali“, come quelle per i piccoli affetti da disabilità. Ed è grazie a questa norma che il giudice dei minori può affidare finalmente la bimba. Si tratta al momento di una pre-adozione, di un periodo di prova e se tra neo-papà e la piccola si instaurerà un rapporto stabile e duraturo, Stella diventerà per legge “sua figlia” a tutti gli effetti.

Una storia a lieto fine. Come nelle favole più belle. Ma che induce a profonde riflessioni sulle rigide leggi relative alle adozioni. Nelle quali si parla di giusti requisiti da possedere, di condizioni economiche, di età, di abitazioni adeguate, per carità tutti criteri da non sottovalutare, ma nelle quali ci si dimentica dell’elemento fondamentale: del grande desiderio di donare e ricevere amore. E’ questo il principale e maggiore requisito che fa di una persona, sposata o single, un genitore.

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