LA VICENDA DI DAMIANO E LO JUS SOLI

DI EMILIO RADICE

Jus soli, jus sanguinis, oppure jus culturae. Ma, credete, c’è anche lo jus doloris, lo jus solidarietatis, lo jus amicitiae, lo jus amoris a legare gli uomini fra loro, a dargli dignità, a farli volare più in alto della dimensione del nostro penoso dibattito nazionale. Su La Repubblica si è dato spazio all’unione, oltre ogni steccato di pelle e di religione, che già si realizza nella scuola. Ma l’altro giorno la stessa cosa l’ho vista a un funerale, quello di un ragazzo di 23 anni, Damiano Lauri, romano della borgata Gordiani, morto per un malore dopo un tuffo nel lago di Zurigo. E i suoi amici, altri ragazzi come lui, piangevano e…non parlavano italiano. Per Qazim, Alicia, Michele, Massimiliano la lingua comune era il tedesco, quella con cui ogni giorno in Svizzera superano la barriera della propria origine, chi kosovaro, chi domenichino, chi con nonni calabresi e chi misto cileno-barese. Era anche la lingua con cui Damiano affidava loro le proprie confidenze o sussurrava parole d’amore a Felicia, ragazza di origini caraibiche e cittadinanza svizzera, anche lei ad accarezzare la bara ai funerali che si svolgevano nella campagna di Labico, assieme agli amici venuti da Zurigo per accompagnare a casa il loro amico. Il tedesco era ed è, per loro, la lingua del lavoro, della possibilità, di un progetto per il futuro, della libertà di scoprire ed espandere le proprie capacità, come altrove può esserlo l’inglese o il francese o lo spagnolo. Come da noi dovrebbe essere l’italiano. Damiano era partito per Zurigo oltre due anni fa. Il quattro maggio del 2016 scriveva sul Facebook: “Ci vuole una bella forza d’animo per spostarsi dal luogo in cui si è nati per cercare lavoro”. Lui lo aveva fatto, lasciandosi alle spalle la borgata romana dove era nato, non lontano dai luoghi dove in questi giorni altra gente, altri nostri ragazzi senza possibilità e senza un progetto per il futuro, se la prendono con i “meno italiani”, con gli immigrati, che una possibilità di vita sono venuti a cercarla da noi e cercano nella lingua italiana il loro idioma comune, quello con cui scherzare, sostenersi, parlare di amore, essere felici. Oppure piangere se anche a loro dovesse capitare di disperarsi per un amico che muore, sia esso ganese, etiope o italiano, come Damiano. E se la loro vita, compreso il dolore, trovasse nella nostra lingua il modo di esprimersi ne dovremmo essere orgogliosi.