NONNA PEPPINA, SFRATTATA TORNA NEL CONTAINER

DI CHIARA FARIGU

Era fiduciosa Giuseppina Fattori, per tutti “nonna Peppina”, l’anziana donna sopravvissuta al sisma dello scorso anno divenuta poi il simbolo della lotta contro la burocrazia che, a dispetto dei suoi anni ha combattuto con tutti i mezzi finché ha potuto. Ha sperato sino all’ultimo che il giudice del Tribunale del Riesame potesse “mettersi una mano sul cuore” e respingere quell’atto di sequestro col quale poteva essere sfrattata dalla sua casetta in legno antisismica, dono dei suoi figli. Ha lottato e ha perso. A nulla sono valsi gli attestati di solidarietà giunti dall’Italia intera contro quel cavillo burocratico che se ne infischia delle ragioni del cuore.

La sua casetta in legno è abusiva nonostante sia stata costruita in un terreno edificabile di sua proprietà. Ma che per essere messa in regola necessita dell’“autorizzazione paesaggistica”, certificato per il quale occorrono tempi biblici per ottenerlo. San Martino di Fiastra, come altri borghi del maceratese, è ubicato nel Parco dei Monti Sibillini e le costruzioni sono soggette a vincoli edilizi nel rispetto dell’ambiente. Una restrizione curiosa, si potrebbe obiettare, visto le tonnellate di macerie che hanno ridisegnato la geografia di quegli scrigni incastonati in paesaggi dalla bellezza mozzafiato. Vincoli superati in altre circostanze analoghe sino al ripristino della normalità. Ma non stavolta. Non per Peppina. L’unica custode di quei luoghi che chissà mai se torneranno a splendere come un tempo. Per lei il diritto spinto all’eccesso, ovvero il “summum ius summa iniuria” l’aforisma giuridico degli antichi romani col quale bollavano come somma ingiustizia quella dovuta all’applicazione rigida della legge.

Novantacinque anni, carattere fiero da montanara doc, Peppina non vuol saperne di staccarsi da quella terra nella quale è nata, diventata donna, madre e poi nonna. I suoi ricordi sono lì, custoditi in quel borgo spazzato via dalla forza distruttrice del sisma. La sua casa benché ridotta in macerie le racconta i giorni felici di un tempo che fu. Quando con tanto lavoro e molti sacrifici si dedicava col marito alla cura dell’orto e alla famiglia. Una vita dura alla quale però è grata perché le ha dato tanto e che lei ricambia con tutto l’amore di cui è capace. Peppina ha un unico desiderio: morire lì dov’è nata. Accanto ai suoi cari, nella sua terra.

A nulla sono valsi i numerosi tentativi dei figli di tenerla con loro, al caldo del camino e degli affetti. Ci hanno provato e riprovato ma lei lontano da Fiastra sfioriva, si rintanava nella sua tristezza. Peppina è una donna concreta, ha bisogno di guardare coi suoi occhi la sua casa fatiscente ma ancora traboccante di ricordi. Solo lì si sente viva. Per questo le sue figlie hanno ceduto regalandole quel minuscolo chalet, per ridarle il sorriso, restituirla alle sue “cose”. Poi quel maledetto codicillo burocratico ha scompaginato nuovamente la sua vita. Prima il sequestro e l’intimazione di sfratto. Diventato esecutivo ieri con l’ordine di sfratto giunto direttamente dal Tribunale. Firmato da quel giudice nel quale aveva riposto ogni speranza.

Piange Peppina. E’ arrabbiata. Deve traslocare in 10 metri quadrati di un freddo container, con “bagno” esterno senza alcuna comodità ad eccezione di una stufetta elettrica per un po’ di calore. La sua fiducia è stata tradita, le rassicurazioni ricevute andate in fumo. Ma lei ha deciso. Morirà lì tra quelle montagne, circondate da ciò che ama con lo sguardo teso a sbirciare quella casa, la sua vita.
Con l’inverno che incombe e la neve, tanta neve. L’unica cosa che la spaventa davvero. I ricordi, la sua compagnia. E le preghiere per tutti, anche per quelli “cattivi che l’hanno fatta soffrire”.

“E’ un’offesa all’intera umanità” ha dichiarato la figlia nel portare via la mamma da quella che era diventata la sua dimora. Impossibile darle torto. Nel frattempo faranno ricorso. Quei sigilli devono essere tolti. Peppina ha diritto di scegliere dove vivere. E lei ha scelto. Vicina al suo mondo di sempre: Fiastra

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