VERONICA PADOAN: LA FIGLIA DEL MINISTRO CHE CHIEDE DI RISPETTARE GLI ULTIMI

DI LUCA SOLDI

 

Veronica Padoan, e’ da sempre impegnata in modo convinto contro lo sfruttamento del caporalato è stata anche denunciata, insieme agli altri attivisti del movimento “Campagne in lotta”, per associazione semplice finalizzata all’istigazione della violazione delle leggi.
Veronica fa parte della categoria delle persone ribelli, e’ socialmente “impegnata”, pronta a combattere per gli ideali. Della famiglia Padoan è sicuramente la meno istituzionale, decisamente più del padre Pier Carlo, ministro dell’Economia, ma anche della sorella, dirigente della Cassa depositi e prestiti. Veronica, insieme ad altri volontari, si batte da sempre nella denuncia del sistema del caporalato nelle campagne, da ben prima che il padre andasse anche ad amministrare le Finanze del governo Renzi.
E la figlia del ministro non chiede per se’, chiede per gli ultimi.
Insieme agli altri militanti contrasta lo sfruttamento degli uomini e la condizione, imposta, di vivere in tanti non luoghi, in tanti ghetti, dove essere umani e’ davvero complicato. Non luoghi, appunto, dove la parola casa, intimità, riposo sono solo degli eufemismi per nascondere le verità che emergono solo quando morte e violenza emergono alla luce del sole.

La sentenza, con il foglio di via,  impone alla Padoan di non recarsi più nel Comune di San Ferdinando, in Calabria, dove si trovava lo scorso 18 agosto, insieme ad alcuni volontari dell’associazione “Campagne in lotta”, per protestare, per impedire, lo sgombero di una baraccopoli occupata da alcuni migranti. Con la sentenza trovano compimento le dichiarazioni del questore di Reggio Calabria, Raffaele Grassi che nell’occasione delle proteste ebbe a dire: “Le posizioni dei soggetti che hanno intralciato e ostacolato il libero trasferimento dei migranti usando la forza di intimidazione sono in corso di valutazione da parte delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria”. Così per Veronica Padoan, figlia del ministro dell’Economia Pier Carlo, ecco arrivare adesso il provvedimento che la caccia per tre anni da Rosarno, il cuore della Calabria agricola. Foglio di via, immediatamente esecutivo ma contro il quale Veronica potrà ricorrere al TAR. La donna che non si è mai fatta scudo dell’illustre padre, sembra che oltre alle accuse dei diretti interessati alla legalità del territorio, abbia catalizzato anche le attenzioni, negative, di molti media. Poche le attestazioni da parte dei grandi giornali, poche le considerazioni dei partiti.

Scontato per quelli di destra che hanno calcato la mano prendendo di mira Veronica per le proprie radici e per le eccessive attenzioni per un mondo, quello del caporalato, su cui indagare pare sempre un peccato.

Veronica Padoan ha seguito personalmente le vicende anche del cosiddetto ‘ghetto’ di Rignano Garganico, una vera e propria di baraccopoli, un ghetto in campagna che ospita oltre duemila braccianti stagionali extracomunitari. “

Una vera e propria città invisibile nata attorno a un gruppo di vecchie masserie e costruzioni in lamiera, cartone e assi di legno. Quello che eufemisticamente e’ stato definito il ‘Grande Ghetto’ era sorto nei campi tra San Severo, Rignano Garganico e Foggia quasi una ventina di anni fa, dopo lo sgombero di uno zuccherificio abbandonato, dove al tempo, trovavano riparo molti braccianti stranieri sfruttati nei campi vicini. Mentre lo Stato si voltava dall’altra parte questo mondo diventava il più grande accampamento di migranti e lavoratori stagionali d’Italia.

“La questione del gran Ghetto di Rignano – aveva detto più volte Veronica Padoan – preme pesantemente sulla Regione Puglia perché ha delle responsabilità oggettive e riceve notevoli pressioni che giungono direttamente dall’Unione Europea“. Poi ha più volte sottolineato: “Ci troviamo di fronte ad uno dei complessi abitativi più grandi, ma come questo in Italia ci sono altri ghetti. Il giochino di catalizzare tutta l’attenzione sui ghetti lascia il tempo che trova. E’ dal 2014 che la giunta Vendola aveva millantato di smantellarlo, il problema non sono queste comunità. Il problema è che se non si organizza effettivamente il lavoro nei campi è inutile parlare di smantellare i ghetti. La questione abitativa è presente anche nei contratti provinciali e nazionali”.

Ed ancora corso di una intervista Veronica ebbe a dire: “Se permettete, non dovrebbe essere importante chi sono, ma quello che dico”. Ed ancora: “L’unico strumento reale per cambiare le cose sono i contratti nazionali di lavoro e gli accordi provinciali: sono l’unica maniera, seppur minima, per eliminare lo sfruttamento o parte di esso”.

Ed addentrandosi sulla questione fondamentale dei luoghi di vita quotidiana, di riposo, di queste masse sfruttate: “Non inserire la questione del trasporto e dell’abitazione all’interno dei contratti significa regalare l’illegalità ai caporali. E questi signori lo sanno bene. Sanno che gli strumenti per cambiare le cose sono proprio quei contratti che loro hanno firmato. Sanno che la legalità del territorio e del lavoro in agricoltura passa attraverso la legalità di chi ci lavora. È una storia così banale, così triste, così vera”.

Una posizione che va decisamente oltre le considerazioni del singolo caso, che meriterebbe approfondimento ma dalla politica e dai media tutto ciò è parso eccessivo.
Il caporalato si può combattere ma andare oltre, sradicarlo come chiederebbe Veronica Padoan e “Campagne in lotta” pare troppo distruttivo, eccessivo.