IL MIO RICORDO DI BISCARDI

DI ITALO CUCCI

“Fine anni Ottanta” ricorda Cucci. “Un giorno di luglio che dirvi non so sbarco con la famiglia a Kelibia, il porto di Tunisi e Cartagine. Un cortile assolato, una fila lunghissima per il controllo passaporti. Sembriamo migranti disperati. Poi, una voce alta e forte, un timbro francese autoritario, è un gendarme, ce l’ha con me; quasi mi metto sull’attenti, mi tocco il petto come dire “vuole me?”, e lui, con un gran sorriso, “Vous, Processò du Lunedì, venez ici, ici…”. Invidiati dal popolo, eccoci liberati dall’attesa con cerimonie varie, un “Vive la Rai” e “Salutì a Biscardì”. Biscardì, Coppì, Platinì…

Quando glielo dissi, non fece una piega: “Frate, il mondo è nostro”. Suo di sicuro. Dall’apprendista “Peldicarota” agli Sgub con Pertini, Agnelli, Andreotti e Spadolini in trasmissione, Terza Camera prima dell’avvento di Bruno Vespa, naturalmente in territorio pallonaro e parole da bar sport; da provinciale “Alicetta di Larino” – secondo definizione del mitico avvocato Colalucci del “Tifone” che ne registrava gaffe e sfondoni – a Mister Denghiu, quando il suo geniale spot – lo inventò lipperlì per togliere dall’imbarazzo il regista – fece il pieno di gradimento e irritò l’Ordine dei giornalisti privo d’ironia.

Appunto. Un grande. Un lunedì il presidente Ciampi gli chiese di lanciare “Fratelli d’Italia” in trasmissione, ascolti garantiti da un pubblico famelico di Patria (c’era di mezzo la Nazionale) cui far sapere che cantare l’Inno non era da qualunquisti. Il “Processo” era diventato – secondo norma Rai – una trasmissione “di servizio” voluta dal più grande dg, Biagio Agnes, che con Aldo giocava a scopetta e scambiava idee, la più audace colta al volo da Sandro Curzi per Telekabul. Molti lo buttarono in ridere – e gli stava pure bene – perché in realtà era un personaggio di valore, colui che insieme a Maurizio Costanzo aveva inventato il talk show, resistendo più del Grande Baffo, come dovette registrare il Guinness dei Primati dopo trent’anni consecutivi di conduzione. Lo schernivano per il suo accento molisano che maltrattava l’italiano, in privato parlava come un accademico della Crusca; lo deridevano per le gaffe che in queste ore saranno ricordate da tutti i media, in realtà sapeva confezionarle abilmente come il Gran Maestro Mike Bongiorno. Gli invidiavano le vallette illustri o meschine – da Daniela Caccia a Jenny Tamburi, da Vanna Brosio a Ana Maria Van Pallandt – ma io gli facevo visita in famiglia, in Sabina, dove ritrovava la dimensione umana con la moglie, Antonella e Maurizio, i figli che gli hanno consentito di far tivù una vita standogli vicino.

Era una contraddizione vivente e un grande intenditore di tivù, tanto che il primo corposo libro sulla Rai lo scrisse lui, insieme a Luca Liguori, portandolo in udienza privata a Papa Woytila, evento che non mancò di commentare con un “Ieri io e il Papa abbiamo parlato della Rai”. Gli odiatori cacasotto si moltiplicavano fra viale Mazzini, Saxa Rubra e corso Sempione, ma intanto lui si faceva amico il Berlusconi e la sua corte e gran parte dei giornalisti che, invitando al Processo, faceva diventare famosi se non popolari. Ero già direttore quando mi invitò al battesimo della trasmissione ma la popolarità dei primi anni Ottanta la devo a lui. Lo avevo conosciuto quando lavorava a “Paese Sera” e faceva il fenomeno, siglando i pezzi A.B. e costringendo il direttore, Arrigo Benedetti, a firmare per esteso (“Non voglio confondermi” – diceva). Un lunedi sera di fine ‘79 “provammo” il “Processo” nei sotterranei di una palazzina di vja Teulada dove oggi fanno la fila per il Giudice di Pace. Poi partimmo, nell’Ottanta, con la Nazionale. Conduceva la trasmissione Enrico Ameri che giurava di averla inventata; Aldo stava abbarbicato a una scaletta di ferro e faceva il regista; poi un giorno si mise lui al tavolo e cominciò il Romanzo Popolare o, come diceva Arpino, il Carro di Tespi del Calcio, un urlatorio che si calmava solo con le schede di Nesti, oggi più vicino a Dio che al pallone. Una commedia, insomma, e lui che dava le parti. Un lunedì mi disse “stasera dovresti attaccare Bearzot”, “impossibile – gli risposi – siamo diventati amici”, “bene – fece lui, maligno – d’ora in poi sarai l’amico di Bearzot”.

Fu la mia fortuna professionale perché insieme al Vecio e all’Italia “vinsi” il Mondiale ‘82. Per il “Processo” curai anche numerose “esterne” e fui per un ventennio ospite quasi fisso. Finché un lunedì sera, a Telemontecarlo, collegato da Roma quando il “Processo” si faceva a Milano, e in studio c’era anche Andreotti (se ben ricordo) ogni volta che qualcuno cercava di parlarmi iniziando con “direttore” rispondeva un altro, collegato da Torino: Luciano Moggi, IL direttore. Finì lì.

Era stato bello. Grande Aldo, scusa se ti ho ricordato sorridendo. Odiavi le messe cantate. Una preghiera e via”.

DA QN