MORTO LUIGI BOBBIO, RIVOLUZIONARIO E INTELLETTUALE ORGANICO.

DI VINCENZO SODDU

La fortuna di nascere da un padre politologo.
Luigi Bobbio, spentosi improvvisamente nella serata di ieri a settantatré anni, era però qualcosa di più del figlio del filosofo Norberto e anche dell’insigne docente universitario esperto di politiche pubbliche per cui era noto ai più. Luigi Bobbio era stato tra quelle centinaia di studenti, tra i quali Guido Viale e Marco Revelli, che il 27 novembre del 1967 per venti giorni occuparono la sede delle Facoltà umanistiche di Torino, palazzo Campana, prima di essere portati via e denunciati, ma di fatto dando il via al Sessantotto italiano e al Maggio francese. «Da qui cominciò tutto» commenta oggi, commosso, l’amico Giovanni De Luna, anche lui tra i protagonisti di quei giorni. Qualche mese dopo fu tra i fondatori di Lotta Continua, anche se non figurò mai nel Gruppo dirigente, rimanendo sempre defilato e fedele al suo profilo accademico. Defilato, al contrario di molti ex esponenti, che, dopo lo strappo di Prima Linea occuparono ruoli di forte influenza sull’opinione pubblica, a partire dal mondo dell’Informazione, guadagnandosi l’appellativo di lobby. Intervistato a suo tempo su Sofri e le sue responsabilità nell’omicidio di Pinelli, era stato chiaro anche se sostanzialmente fedele alla tesi degli altri membri dell’ex Movimento. Allora sostenne che l’intera rete organizzativa di Lotta Continua nulla aveva però a che fare con la lotta armata e che lo stesso Sofri in quei giorni si stava rendendo conto del fatto che l’eccesso di organizzazione del Movimento stava andando di pari passo con un eccesso di violenza e che quindi fosse necessario riassumere responsabilità nazionali per evitare esiti di sangue.
Sul Movimento scrisse anche un libro, «Lotta Continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria» (Savelli, 1979). Tra gli altri suoi scritti «Le crisi urbane: che cosa succede dopo? Le politiche per la gestione della conflittualità legata ai problemi dell’immigrazione» e «I governi locali nelle democrazie contemporanee».
Su questo fronte collaborò attivamente, tra gli anni Novanta e Duemila, partecipando alle commissioni di mediazione tra le popolazioni e le amministrazioni locali per prendere decisioni in tema ambientale, come ricorda ancora oggi lo stesso Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana, con il quale lavorò in un clima particolarmente intenso, soprattutto sul capitolo della partecipazione, e che parla di una perdita «per tutti coloro che sono impegnati a riflettere e a operare per il rinnovamento della democrazia e delle istituzioni».
Ci lascia un esemplare modello di intellettuale organico, raro oggi per l’Italia, e che lascia un vuoto soprattutto in chi ancora crede in un lavoro serio che migliori il profilo e la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni del Paese.