IL SUONO DEL TAM TAM PER IL BASKET NELLA MULTIETNICA CASTEL VOLTURNO

DI- STEFANO ALGERINI

“Il nome l’ho inventato io: il tam tam in Africa è lo strumento che serviva per comunicare, ma è anche uno strumento musicale, una percussione, che serve per dare il ritmo. E comunicazione e ritmo è quello che vogliamo portare in questa zona, dunque mi sembrava perfetto”. Lui è Massimo Antonelli, ex giocatore di basket della nostra serie A per una decina di anni consecutivi dalla metà degli anni settanta (in bacheca anche uno scudetto vinto con l’allora Sinudyne Bologna guidata da Dan Peterson) il quale, finita la carriera da giocatore, si è dato all’insegnamento del gioco. Non come allenatore, ma proprio come maestro: inventandosi anche un rivoluzionario metodo di allenamento chiamato “Music basketball method”. Pratica assai divertente, giudicando dai filmati, che trasforma una palestra in una specie di discoteca, dove il gioco fluisce a ritmo di musica. Il tam tam basket è la squadra di Castel Volturno, formata da ragazzi nati in Italia (ma da genitori africani) a cui Antonelli da più di un anno si dedica anima e corpo. Come allenatore in teoria, ma come tuttofare in pratica. Lo abbiamo sentito per parlare di questo progetto e non solo.

Antonelli, come è iniziata questa avventura?

“Due miei amici, nonché ex giocatori a loro volta, Pietro D’Orazio e Guglielmo Ucciero, mi hanno chiamato un paio di anni fa perché c’era da provare a ridare vita ad un palazzetto dello sport chiuso da dieci anni. La passione per il basket e l’idea che si potesse fare qualcosa per quella zona, che in fatto di strutture sportive è praticamente a zero, era la spinta propulsiva. Gli americani la chiamano “Giving Back Philosophy”, ossia la voglia di ridare indietro qualcosa alla comunità da cui hai avuto tanto (il basket in questo caso). Così abbiamo iniziato questa avventura in collaborazione con la società che si occupa del calcio a 5, e grazie al crownfunding siamo riusciti nell’impresa”.

E la squadra di basket per i figli degli immigrati?

“Dovete capire che stiamo parlando di una zona, quella di Castel Volturno, in cui praticamente la metà degli abitanti è di origine africana. Ed i figli di queste persone, ragazzi nati e cresciuti qui, non potevano fare nessun tipo di attività sportiva perché le famiglie, in larga parte poverissime, non avevano i mezzi per iscriverli ad un qualunque tipo di società. Dunque ci è sembrato naturale cercare di fare qualcosa per loro, dare la possibilità di fare quello che per tutti i loro coetanei è la normalità”.

E come vanno le cose?

“Benissimo. Abbiamo una quarantina di ragazzi che partecipano con il massimo dell’entusiasmo possibile. Hanno provato la gioia di giocare a basket e adesso non vorrebbero mai smettere. Basta sentirli parlare per capire quanto il basket per loro sia diventato una ragione di vita, ed anche la speranza di avere un futuro nel mondo dello sport. Non è poco”

Il rapporto con la città di Castel Volturno?

“Beh, per me è diventata la seconda casa. Certo, i problemi ci sono e la convivenza non procede sempre liscia, ma sarebbe difficile aspettarsi qualcosa di diverso considerando i numeri che ho detto in precedenza, inimmaginabili per qualunque città del nostro paese. Ed anzi, proprio considerando questo, direi che la cittadinanza in maggioranza è veramente molto accogliente, ospitale. E sentiamo il tifo e la collaborazione di tutti quelli (e sono stati tanti) che ci hanno dato una mano per portare avanti questo progetto.

Tra questi forse non va inclusa la Federazione Italiana Pallacanestro…

“No, ma in effetti loro applicano solo le regole. Regole che prevedono che una squadra di ragazzi tra i quattordici ed i diciotto anni non possa avere più di due giocatori stranieri. Quello che noi diciamo però è che questi ragazzi non sono stranieri, perché sono nati qui e dall’Italia non sono mai potuti uscire. Pensi che sulla quarantina di ragazzi e ragazze che abbiamo in squadra solo uno è andato una volta in Africa a conoscere i parenti. Quindi perché impedirli di confrontarsi in un campionato? Tra l’altro non è che il nostro basket navighi nell’oro a livello di talento e impatto fisico, quindi… hai visto mai che da qui possa nascere un futuro nazionale italiano”.

Ecco, parliamo anche della situazione del nostro basket ad alti livelli: che ne pensa?

“Credo che la nostra nazionale agli europei abbia fatto il massimo possibile. Messina ha fatto tutto quello che si poteva fare, ma la squadra aveva dei limiti oggettivi evidenti. E quando ti trovi ad affrontare una Serbia capisci che la differenza di qualità fisica e di talento è troppo evidente, non c’è niente da fare”.

Le cause?

“Da noi i giocatori bravi a livello giovanile ci sono, il problema è il passaggio cruciale sui 18-19 anni. Lì quasi tutti vanno ad ingrossare le panchine della squadre delle serie maggiori, ma il campo lo vedono pochissimo. E non c’è, in quel momento, un lavoro continuo sull’uno contro uno, sul timing dei passaggi, come invece sarebbe vitale per sviluppare tutte le potenzialità di un giocatore. Manca il tempo e la voglia, ma così non si migliora, si resta ad un livello medio che poi, come si vede, non è sufficiente”.

Speriamo in Tanjevic?

“Sì, speriamo. Certo i miracoli non li fa nessuno, però a me ad esempio la scelta di Fucka per allenare gli under 14 è piaciuta. Ho sentito molti miei ex colleghi criticarla perché Gregor non ha esperienza, ed è sembrata una scelta dettata dall’amicizia con lo stesso Tanjevic, ma invece secondo me dare i giovanissimi “lunghi” ad un lungo, sia pure atipico come era Fucka, può fare solo del bene a questi ragazzi. Insomma se ti insegna uno che quel mestiere lo ha fatto secondo me è preferibile.

Torniamo al Tam Tam: altri problemi da risolvere?

“Quello del trasporto. I ragazzi arrivano a piedi anche da zone lontane chilometri, e se perdono il pullman si tratta poi di camminare sulla Domiziana, magari di notte, e questa è un’esperienza che non mi sentirei di consigliare a nessuno… Ci stiamo cercando di arrangiare con passaggi, ma il nostro obbiettivo è di riuscire a comprare un pullmino con cui fare questo lavoro giornaliero. Quindi chi ci volesse aiutare può andare sul sito buonacausa.org e gliene saremo eternamente grati. Soprattutto i ragazzi”.

Ed in effetti, se si può, l’idea di dare una mano a questo Tam Tam sembra ottima. Perdete due minuti e cercate in rete le numerose interviste fatte a questi ragazzi: “colored” dalla parlata campana che fanno simpatia dopo dieci secondi che gli ascolti. Sono italiani (e tali saranno considerati, prima o dopo, anche dalla legge: è inevitabile) e chiedono solo di avere le stesse possibilità di fare un’attività sportiva, così come succede normalmente ai loro connazionali dalla pelle solo un pochino più pallida: perché non aiutarli?