MIGRANTI: MARRAMAO, NO RAZZE MA ESSERI UMANI UGUALI E DIFFERENTI

DI CARLO PATRIGNANI

Umano e inumano: è su questi due aggettivi, tornati prepotentemente alla ribalta per l’inedito fenomeno dell’emigrazione con i suoi conflitti etnici e nazionali, con le lotte a dominanza religiosa connesse, che la sinistra si gioca il suo futuro, la sua esistenza, nel mondo gliobalizzato, come fosse una partita a scacchi.

Cos’è, dunque, l’umano e il suo opposto, l’inumano? Qual’è la linea di demarcazione tra i due? Le grandi, inumane tragedie del ‘900: Auschwitz e i forni crematori per l’eliminazione, non solo fisica, di ebrei, omosessuali, malati di mente, di chi non si riteneva degno di far parte della razza ariana, è l’immediata, secca risposta del filosofo Giacomo Marramao, ordinario di Filosofia teoretica presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo Università degli Studi Roma Tre, che accusa, alla luce dei vergognosi lager libici dove rinchiudere i migranti, le élites politiche italiane e europee di pochezza culturale, perchè senza una visione alta del fenomeno destinato a durare a lungo.

Dopodichè, il filosofo di fama mondiale e già direttore scientifico della Fondazione Lelio Basso-Issoco, senza esitazione alcuna, declina cos’è che, per lui, fa l’umano, da non legare mai – scandisce – alla superiorità, parola cardine del nazismo.

Cos’è che, per me, fa l’umano? E’ l’affermazione, indiscutibile, del principio di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, a prescindere dalla cultura, dal colore della pelle, dalla religione professata, dalla lingua parlata. Attenzione, però. L’uguaglianza deve andar insieme, accompagnarsi sempre, a un’altra parola: la differenza, dell’altro naturalmente, per evitare la perniciosa deriva dell’assimilazione e dell’omologazione, come dell’integrazione e della stessa accoglienza, già fallite in Europa, che tolgono senso e valore alla differenza, che, oltre a essere un arricchimento culturale e una risorsa, è il solo criterio per costruire l’uguaglianza.

Marramao, non le manda a dire: il coraggio e la competenza ne sono la formidabile leva e così, senza tanti giri di parole, ribadisce la sua adesione, entusiastica, alla teoria della nascita dello psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, per il quale: tutti gli esseri umani sono uguali per la nascita, non per un fatto culturale o politico, e poi diventano diversi per identità e per pensiero.

Con Massimo ho avuto tante belle discussioni e molti interessanti incontri – come, due anni fa circa, l’affollatissima Aula Magna del 2015 per festeggiare i 40 anni dell’Analisi collettiva – di altissimo profilo culturale: il suo è stato, è un pensiero rivoluzionario, in cui mi ci sono ritrovato e mi ci ritrovo. Non ci sono le razze umane, ma gli esseri umani, uguali e differenti o diversi, come non ha valore alcuno la logica identitaria o d’appartenenza, causa dei mali – razzismo, xenofobia, discriminazione – che affliggono il mondo e soprattutto le società occidentali. Il punto di partenza, anche di una nuova antropologia umana, dev’essere la battaglia e l’affermazione dell’universalità della differenza o della diversità se si vuole costruire l’uguaglianza.

Ci sta, nella appassionata conversazione, il richiamo che Marramao fa, di passaggio, al ’68, all’esplosione, 40 anni fa, di una ribellione, fallita, allo status quo: la libertà assoluta tanto declamata più che cambiare il mondo finì nella lotta armata, nella droga, nella conversione religiosa e nell’abbraccio con il capitalista da abbattere.

Rispetto ad oggi, quella generazione, cui appartengo, aveva una visione cosmopolita del mondo: oggi l’incontro con l’altro, il migrante, non è vissuto con l’atteggiamento di una straordinaria occasione di apertura e arricchimento culturale, di curiosità e di socializzazione come allora. Non c’era il terrore dell’altro visto come un intruso da respingere. C’è stata, quarant’anni dopo il ’68, una mutazione antropologica negativa che ha soppiantato il cosmopolitismo sostituendolo con la logica identitaria e d’appartenza, che, per certi aspetti, non esito a definire patologica.

La stella polare, di bobbiana memoria, dell’uguaglianza, per distinguere destra e sinistra, oggi si deve coniugare, accompagnare con l’altra parola: la differenza o la diversità, perchè in ballo non c’è soltanto il migrante, ma anche la donna.

E’ questo dell’uguaglianza e della differenza o diversità, il test decisivo per il futuro della sinistra: un test che riguarda tanto il migrante quanto la donna, alla quale va riconosciuto, senza se e senza ma, non solo di essere un essere umano, ma di avere una sua specifica, originale differenza, per identità e per pensiero soprattutto, quindi non solo fisica, dall’uomo. E’ questa una sfida culturale enorme e difficile, ma non impossibile, conclude Marramao.