CORTE COSTITUZIONALE: IL TAP SI FARA’. DOPO UNA LUNGA ODISSEA

DI ANDREA DELLAPASQUA

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E LA REAZIONE DEL GOVERNATORE. Il 10 ottobre la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il conflitto di attribuzioni che la Regione Puglia, guidata da Michele Emiliano, aveva sollevato con riguardo al comportamento del governo, nello specifico in riferimento all’attività svolta dal Ministro dello Sviluppo economico, il quale non si sarebbe peritato di svolgere un riesame di ogni atto relativo al procedimento che ha portato all’autorizzazione del gasdotto Tap. Le motivazioni della decisione saranno note nei prossimi giorni. A stretto giro di posta, dopo la decisione della Consulta, il governatore Emiliano ha parlato di scelta errata che “ adesso autorizza l’inizio dei lavori del cantiere contro la logica progettuale e contro la volontà delle popolazioni che non accettano, giustamente, l’approdo del gasdotto e la realizzazione delle opere connesse sotto e nelle adiacenze di una delle più belle spiagge del Salento in pieno sviluppo economico”, ha stigmatizzato poi l’atteggiamento del governo il quale non ha coinvolto la Regione nelle scelte di fondo che ricadono sul territorio “era diritto dei pugliesi localizzare l’opera nel punto ritenuto più adatto alla vocazione dei territori e questo diritto è stato negato da vari governi succedutisi nel tempo”, per ribadire infine comunque la necessità di rispettare le leggi “anche in questo momento così triste per la Puglia”, insomma l’invito pare volto ad evitare un’altra Val di Susa.

TAP, CHE COS’E’. Il Trans Adriatic Pipeline (TAP), come ci spiega il sito ufficiale della società “è il progetto per la realizzazione di un gasdotto che trasporterà gas naturale dalla regione del Mar Caspio in Europa. Collegando il Trans Anatolian Pipeline (TANAP) alla zona di confine tra Grecia e Turchia, attraverserà la Grecia settentrionale, l’Albania e l’Adriatico per approdare sulla costa meridionale italiana e collegarsi alla rete nazionale. I lavori di costruzione del gasdotto sono iniziati nel 2016. Una volta realizzato, costituirà il collegamento più diretto ed economicamente vantaggioso – sempre secondo la società- alle nuove risorse di gas dell’area del Mar Caspio, aprendo il Corridoio Meridionale del Gas, una catena del valore del gas lunga 4.000 chilometri, che si snoderà dal Mar Caspio all’Europa”. Il costo preventivato del progetto complessivo di cui il Tap rappresenta la parte finale è di 45 miliardi di euro. Le società coinvolte in questo progetto sono varie : BP (20%), SOCAR (20%), l’italiana Snam S.p.A. (20%), Fluxys (19%), Enagás (16%), e Axpo (5%).

TAP, LA GENESI. Tutto nasce con uno studio di fattibilità finanziato dall’Unione Europea e realizzato dall’Elektrizitäts-Gesellschaft Laufenburg (EGL) società che nel 2003 dà vita allo studio conclusosi nel 2006, lo studio giunge a conclusioni positive con riguardo agli aspetti economici, ambientali e tecnici. Ci spostiamo nel tempo di altri 7 anni, nel 2013, il consorzio Shah Deniz II sceglie come progetto di gasdotto TAP che ha la meglio su Nabucco Gas Pipeline, quest’ultimo progetto prevedeva come Paese di ultimo approdo l’Austria. Per quanto concerne il Paese che qui ci preme di più, l’Italia, il progetto prevede che il gasdotto sia in buona parte celato alla vista, una volta attraversato l’Adriatico, esso attraverserà la costa in maniera sotterranea, per mezzo di un tunnel di 1,5 km, scavato a 25 metri di profondità, questo partirà a 700 metri dalla costa e fuoriuscirà in mare aperto, ad 800 metri dalla costa.

I DUBBI PER L’AMBIENTE E I TENTATIVI DI STOP. Un aspetto piuttosto noto, legato alle proteste dei cittadini dei comuni pugliesi coinvolti (una tra le tante azioni è stata per esempio quella del 4 luglio in cui centinaia di cittadini di Maledugno hanno cercato di bloccare l’asportazione di alcuni ulivi, proteste si sono levate anche in altri Paesi, in Grecia ad esempio si lamenta la sordità del governo verso la potenziale distruzione di siti archeologici per fare spazio al progetto) ed alle azioni della Regione stessa, è connesso al destino degli ulivi. La Puglia possiede ulivi millenari che rappresentano un patrimonio ambientale, paesaggistico, culturale, economico e turistico. Ciò che è previsto, in seguito ai lavori di scavo, è la temporanea ripiantumazione degli ulivi in zone limitrofe per poi ricollocarli nella zona originaria. Nonostante le rassicurazione della società responsabile dell’opera che sostiene di utilizzare “altissimi standard” operativi i contadini e gli abitanti in generale non si fidano ed hanno in più occasioni protestato e tentato di fermare i lavori, sostanzialmente il concetto è il seguente: con un ulivo millenario se qualcosa va storto si perde un patrimonio inestimabile. Per la verità, dieci anni or sono, la ripiantumazione di ulivi legata a ragioni di sfruttamento del territorio a fini edilizi venne autorizzata dalla regione Puglia senza eclatanti levate di scudi. Altro aspetto, già riportato attraverso le parole di Emiliano, riguarda il timore per zone turistico-balneari di prim’ordine le quali, secondo i detrattori, verrebbero, nonostante tutti gli accorgimenti, deturpate. Tutte le azioni legali promosse nel tentativo di stoppare l’opera non si sono rivelate fruttuose sia in ambito di giustizia ordinaria che amministrativa e, da ultimo, attraverso la Corte Costituzionale. Il governo Renzi a suo tempo considerò un vero proprio “cavallo di Troia” una legge della Regione Puglia che sembrava fatta proprio con lo scopo di generare una conseguenza “collaterale”: lo stop al progetto TAP. Una volta inserito il progetto TAP nell’elenco delle “opere strategiche per il Paese” il governo ha avuto la possibilità di muoversi con maggiore libertà nei confronti delle autorità regionali ma la legge della regione Puglia dell’11 aprile 2016 prevedeva un vincolo di destinazione d’uso dei terreni che ospitano gli ulivi colpiti da xylella che impediva di fatto il loro utilizzo alternativo per esempio ad opera di privati, tale passaggio della legge, impugnato dal governo dinnanzi alla Consulta, è stato dichiarato incostituzionale dai giudici della Suprema Corte dando di fatto ragione al governo. Tutto ciò che si poteva mettere in campo in ambito giuridico-procedurale è stato messo in campo senza mai segnare un punto a favore dei no TAP salvo in un caso che sembrò allora bene augurante: a settembre 2014 il Ministero dei Beni culturali, consultato con riguardo al progetto TAP, si è espresso in questi termini: [il progetto TAP non ha] “minimamente considerato l’impatto del metanodotto sugli elementi di valore paesaggistico dell’area”, il Ministero parla di un territorio “particolarmente pregevole e altamente significativo per stato di integrità, valore testimoniale e profondità storica la cui configurazione si fonda sulla ‘trama agraria’ disegnata dalle ‘chiusure’ realizzate in pietra a secco e dal mosaico continuo dei diversificati sesti di impianto degli uliveti, con presenza di numerosi esemplari anche aventi caratteristiche monumentali”. Il giorno dopo il governo ha autorizzato lo stesso il progetto.

LE PRESUNTE RAGIONI GEOPOLITICHE E LE “PORTE GIREVOLI” PER INCARICHI PUBBLICI DI SOGGETTI PRIVATI. Una ragione nemmeno troppo sussurrata che starebbe fortemente alla base del gasdotto sarebbe di natura geopolitica. E’ arcinoto ai più quanto l’Europa ed ancor di più l’Italia dipendano dal gas russo, da qui la magnanima italica tolleranza verso qualunque azione di Putin in ambito militare per non parlare del silenzio assordante in materia di diritti umani e di “destino avverso” dei giornalisti. Il gasdotto in questione ci libererebbe dalla dittatura della mono fornitura facendoci entrare nel “magico mondo delle libertà di scelta”, in realtà, scopriremo più avanti, della partita TAP fa parte anche una società russa. Evidentemente comunque le cosiddette ragioni di geopolitica vanno a braccetto anche con interessi che non appaiono solo ed esclusivamente pubblici: come rileva Il Fatto Quotidiano c’è anche dell’altro, e questo altro, che presenta un gusto ibrido pubblico-privato, ci porta in Svizzera: “Il giorno che probabilmente cambia la storia del Tap, infatti, è il 14 novembre del 2011. A Baku, la capitale dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Alijev riceve con tutti gli onori Doris Leuthard, ministro dell’Energia della Svizzera. Quello è l’incontro che ufficializza al mondo le ottime relazioni tra i due Paesi. Ma non solo. Perché è in quel giorno del novembre del 2011 che il progetto del Tap prende finalmente quota. Sì, perché il mega gasdotto che dovrebbe unire il Salento all’Azerbaijan nasce proprio in Svizzera. A partorirlo nel 2003 sono gli elvetici di Egl e i norvegesi di Statoil Hydro che mettono in piedi una società con 3,8 milioni di euro di capitale sociale. Ogni società detiene il 50% del pacchetto azionario per un progetto che ha bisogno di nuovi soci e nuovi finanziamenti. Ma soprattutto di una sponda politica. La soluzione a dire il vero la hanno in casa. Il direttore della Egl è Thomas Hesselbarth, che fino a quel momento era titolare solo di una modesta società: la Energy Consultants, con capitale sociale di 20mila franchi svizzeri. Hesselbarth, però, è fortunato. Quando cominciano a progettare il Tap, infatti, nel consiglio d’amministrazione della Egl siede proprio Doris Leuthard: rimarrà in carica per quattro anni, dal 2002 al 2006. Poi lascerà la poltrona in cda, perché verrà eletta al Parlamento elvetico con il partito Popolare”. L’articolo procede raccontandoci ancora, per esempio che sempre alla ricerca di “credibilità” e sponde rassicuranti, visto che la Deloitte, società incaricata dell’analisi dei conti TAP, avanzava dubbi, “entrano gli inglesi della British Petroleum che acquisiscono il 20% delle azioni, nominando come loro consulente l’ex premier Tony Blair: nel progetto, insomma, cominciano a credere e investire ai più alti livelli”…

RE:COMMON. L’associazione Re:Common ha una mission molto particolare, leggiamo dal loro sito: “Re:Common è un’associazione che fa inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo.
LA NOSTRA MISSIONE: Disastri ambientali, violazioni dei diritti umani e devastazione sociale avvengono spesso in contesti di corruzione sistemica, attività economiche losche, quando non esplicitamente illecite e rapine finanziarie.
Re:Common lavora per contrastare il consolidamento di un modello estrattivista di società, fondato sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, sullo spossessamento delle comunità che li vivono e il conseguente impoverimento di miliardi di persone”.
Re.Common avanza “Dieci ragioni per dire no al gasdotto TAP”, noi ne diamo conto riassumendone il contenuto fermo restando che è possibile trovare sul loro sito una esposizione più ampia della questione:
1 NON SERVE né a noi né al resto d’Europa. In Europa di gasdotti ce ne sono in abbondanza. Tuttavia i consumi sono in costante diminuzione. 2. DANNEGGIA IL TERRITORIO ben oltre la sua costruzione. Le ruspe, il cantiere, le tecnologie che verranno usate sono tutti aspetti preoccupanti. Terminata la costruzione, le cose non saranno “come prima”, lo abbiamo visto in altri luoghi dove sono stati costruiti gasdotti simili. 3 La realizzazione del gasdotto non causerebbe solo un danno economico “compensabile”. L’infrastruttura, infatti, arriva dal mare, attraversa la falda acquifera, che proprio nella zona di San Foca passa quasi in superficie, mette a rischio la costa, l’habitat marino, le riserve d’acqua e le piantagioni antiche di ulivi anche millenari. 4 ANTI DEMOCRATICO e non ascolta i cittadini. Il TAP è solo una parte di un gasdotto più lungo, la cui costruzione è stata decisa da governi e compagnie private, senza però consultare i cittadini. 5 E’ IMPOSTO DALL’ALTO. 6 LA SICUREZZA ENERGETICA NON C’ENTRA l’Europa ha coniato il concetto di sicurezza energetica a tavolino, proprio quando è risultato evidente che solo per una questione di “sicurezza” avrebbe potuto legittimare l’utilizzo di qualsiasi mezzo a tutela del diritto primordiale a garantirsi il petrolio e il gas di cui l’Europa avrebbe “bisogno”, inoltre non affronta il vero problema, ovvero ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e dal gas. 7. SERVE INTERESSI FINANZIARI e non i nostri. 8. SOSTIENE GOVERNI AUTORITARI. Le maggiori riserve di gas ancora da sfruttare si trovano nella regione del Mar Caspio. Il gasdotto TAP dovrebbe trasportare gas che viene dall’Azerbaigian, dal giacimento di Shah Deniz II nel Mar Caspio. Ma forse anche da un futuro gasdotto in Turkmenistan. A quale prezzo però? Azerbaigian e Turkmenistan sono due paesi retti da governi autoritari, in cui le violazioni delle libertà civili sono all’ordine del giorno. E’ di qualche tempo fa fa la denuncia di decine di persone incarcerate in Turkmenistan e di cui non si ha più notizia.9 E DOVREMMO PAGARLO NOI? Sembra proprio di si…Proprio perché si trova nella lista dei “progetti di priorità europea”, il TAP è candidato a ricevere prestiti a tasso agevolato dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo sviluppo e da altre istituzioni finanziarie pubbliche (come la Banca europea degli investimenti e Cassa Depositi e Prestiti). Ma non solo. Il consorzio costruttore potrebbe finanziare la costruzione vendendo sui mercati finanziari dei titoli di debito (i “project bond europei”) con un rating particolarmente alto grazie all’intervento di alcune delle istituzioni appena menzionate, assieme alla Commissione europea. 10. NON È UN’ALTERNATIVA ma un ostacolo a pratiche alternative.

L’INCHIESTA DELL’ESPRESSO: MAFIA, POLITICA E PUTIN. Nella sua inchiesta L’Espresso parte proprio da Re.Common: “Le carte, ottenute grazie a una richiesta di atti dell’organizzazione Re:Common, documentano che la Egl italiana ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. I ricercatori avevano chiesto di esaminare tutti gli altri atti, ma la Commissione europea ha risposto che devono restare riservati per rispettare i segreti industriali, la sicurezza e la privacy delle aziende del gasdotto. Comunque ora è chiaro che il Tap è nato con «fondi strutturali europei» concessi a un colosso svizzero dell’energia, in teoria esterno alla Ue”. L’Espresso ci informa che l’amministratore delegato di Egl, la società madre del TAP, è un cittadino svizzero, Raffaele Tognacca, questi ha lavorato anche in Italia per la Erg, tornato in Svizzera ha fondato una società finanziaria la Viva Transfer che “un’indagine anti-mafia italiana ha additato come una lavanderia di soldi sporchi”. Il procuratore aggiunto Michele Prestipino ha parlato della vicenda in questi termini: “un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso”. L’indagine partita dalla guardia di finanza nel 2014 su di un traffico di droga internazionale giunge fino a Tognacca che riceveva denaro dai narcotrafficanti, Tognacca si difende asserendo di essere all’oscuro riguardo la provenienza illecita del denaro. L’inchiesta del giornale procede rendendoci edotti del fatto che “oggi la Egl italiana non esiste più: è stata assorbita da Axpo. Ma il Tap va avanti. Nel 2009 la Commissione europea accetta pure di cambiare il beneficiario del residuo finanziamento a fondo perduto, dirottato dalla Egl alla Tap Asset spa, un’altra filiale di Axpo con sede a Roma, nello stesso palazzo della delegazione europea. La vicinanza aiuta. La società-bis infatti eredita i contributi quando è già diventata una scatola vuota: nove mesi prima, infatti, ha venduto il progetto del supergasdotto, per almeno 12 milioni, all’attuale capofila Tap Ag. Pure questa è una società svizzera, ma oggi è controllata da multinazionali dell’energia come l’italiana Snam, l’inglese Bp, la belga Fluxys, la spagnola Enagas, l’azera Az-tap e naturalmente Axpo. Nel 2013 il corridoio sud del gas, cioè l’intero maxi-gasdotto, viene approvato dalle autorità europee, appoggiate dagli Usa, con una dichiarata funzione anti-russa, per creare un’alternativa al metano della Gazprom. Ma ora i documenti mettono in dubbio questa giustificazione geo-politica: il gigante russo Lukoil, infatti, è entrato con il 10 per cento nel consorzio guidato da Bp e dalla società azera Socar per sfruttare il giacimento di Shah Deniz 2, proprio quello del Tap. Mentre alcune intercettazioni italiane autorizzano a pensare all’esistenza di accordi sotterranei anche con altre società russe. Controllate da oligarchi fedeli al presidente Vladimir Putin”. Il giornale procede poi entrando a gamba tesa nel pantano degli scandali italiani: “Nel febbraio 2009 l’imprenditore pugliese Giampaolo Tarantini viene registrato al telefono, nell’inchiesta sulle escort di Berlusconi, mentre parla con Roberto De Santis, un manager legato all’ex premier Massimo D’Alema. Nel colloquio, già pubblicato dall’Espresso, De Santis chiede aiuto a Tarantini per ottenere il via libera del governo Berlusconi a un progetto «enorme», dove «la società capogruppo si chiama Tap». Ora è possibile capire i retroscena di quell’intercettazione. Intervistato dalla tv pugliese Telerama, De Santis ha giustificato così le sue parole sul gasdotto: «Ero consigliere d’amministrazione della società Avelar, che aveva interesse nel Tap, ma dal 2010 in poi non ne ha più avuto, perché non ha più ritenuto opportuno continuare in quella avventura imprenditoriale… Avelar aveva degli accordi con la svizzera Egl, che poi sono venuti meno nel 2010». L’Espresso poi ci spiega come Avelar non sia mai comparsa ufficialmente nel TAP e faccia capo ad un miliardario Viktor Vekselberg, proprietario del colosso Renova e vicinissimo a Putin. Per penetrare in Italia il miliardario russo si è avvalso di due manager a digiuno di energia ma con buoni appoggi politici: il dalemiano De Santis e un amico di Dell’Utri, Massimo De Caro, questi è poi stato arrestato per il furto di libri antichi presso la biblioteca dei Girolamini a Napoli. De Caro, come rileva la magistratura ha anche girato 400 milioni di euro a Dell’Utri per motivi ancora oscuri. “Finora-ci ricorda l’Espresso- si ignorava che un oligarca amico di Putin, attraverso l’italo-svizzera Avelar, avesse stretto accordi, mai rivelati, sul gasdotto anti-russo”.

Gli ulivi ci guardano, alcuni hanno mille anni, altri, i maggiormente fortunati, ne hanno di più. Il pianeta possiede ancora un certo numero di alberi nonostante la scelleratezza e la cupidigia umana, l’albero di San Francesco ad Assisi, seppur divelto da un fulmine, posa ancora i propri occhi su di noi. Talvolta si dice: “se queste mura potessero parlare!”, dimentichiamo però chi dura più a lungo del cemento perché ha radici. Non ci stupiamo più di alcunché, forse un giorno la trama di serie b di un testo di fantascienza, supportata da nanotecnologie, neuroscienza e intuito ci porterà davvero ad ascoltare le impressioni che i secoli hanno depositato sulla corteccia degli ulivi…che cosa ne trarremo? Forse uno strano gusto di qualcosa d’indigesto, o forse la visione spuria che consegna la neve infangata dagli scarponi degli uomini in cammino disordinato e forse ancora, l’albero più ciarliero, l’Ulivo “trimillenario”, ci racconterebbe di come tutto ciò che viene venduto come necessario (“ti scalda, ti protegge dalla Russia, ti rende libero”) è necessario a chi lo vende.