QUANDO MUORE UN FIGLIO

DI RENATA BUONAIUTO
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Ci sono dolori, dolori grandi dai quali è difficile venir fuori. Dolori che ci piegano in due, che ci fanno respirare a fatica, che ci confondono i pensieri, li diradano e li rendono impalpabili. Oggi ho conosciuto una mamma “una mamma orfana”.  Due anni fa ha perso il suo unico figlio, in un incidente d’auto. Valerio stava ritornando a casa in macchina, con lui altri tre amici. Non viaggiava veloce e non aveva bevuto, l’aveva fatto per loro l’autista di un camion, incurante dei rischi che ciò avrebbe potuto causare. Aveva in quello stato di ebbrezza ripreso il suo viaggio, spezzando per sempre quello di un giovane di soli vent’anni. Valerio e’ stata l’unica vittima, il ritardo dell’ambulanza, la mancanza di un defribillatore a bordo, hanno impedito anche di sperare.
Per non lasciarsi morire, Giulia ha iniziato a cercarlo per quelle strade che a molti appaiono come disperate allucinazioni, metavisione”, “metafonia”, “scrittura automatica”… Le sue notti si sono riempite di registrazioni mute, di suoni incomprensibili, di immagini confuse in una nebbia dalle quali e’ possibile anche vedere l’invisibile. Ha iniziato ad incontrare sensitive, che le potessero raccontare di lui, della sua nuova vita, del suo nuovo tempo. Ha cercato conferme in quelle parole, in quegli scritti ma, principalmente ha cercato ancora di essere “mamma”, e di riascoltare il suono di quella parola da cui pian piano diventava orfana. Una parola di sole cinque lettere, ma che racchiude l’universo. Un piccolo lallismo che pian piano prende corpo, una sillaba che si distingue fra mille e che vola all’infinito fino a riempirci il cuore e ci consacra “Mamma”.
I suoi occhi erano vuoti, forse anche i miei lo sono stati, erano privi di lacrime ma gonfi di notti passate a cercare di imprimerne i ricordi, fissarli in foto, in immagini che non fossero solo ombre scontornate, bianco e nero. Mi ha parlato del suo lavoro, della sua malattia con la quale oramai conviveva in una sorta di tregua armata, mi ha parlato dei suoi progetti che non avevano piu’ date, piu’ tempo, piu’ speranze ma, ancor di piu’, non avevano senso. Mi ha parlato della sua rabbia, della sua vita sospesa, della sua non fede. L’ho ascoltata, rannicchiata in un angolo del divano, protetta da cuscini, per difendere il mio dolore. L’ho ascoltata con la dolcezza di chi può capire oltre le parole, di chi può cogliere anche le vibrazioni delle labbra, il battito veloce di una palpebra e, sentire che quella ferita è ancora lì e, brucia e fa male. Perché Ho scavato nel suo cuore ed ho scoperto che c’era ancora tanto tanto Amore da offrire alla vita, che c’era tanta Fede ancora a lei sconosciuta, che c’era tanta speranza di pace e voglia di un futuro, un futuro da vivere.
Ho scoperto che questo viaggio, il suo come il mio, non sono strade senza via d’uscita, non sono vicoli bui e pericolosi ma, tunnel alla fine dei quali possiamo ritrovarci, riscoprirci, rinnovarci. Il dolore ci accompagnerà per sempre ma la luce infondo al tunnel ci illuminerà e ci aiuterà a capire che dietro tanta sofferenza c’è un Amore immenso, un Amore puro che se ascoltato, se vissuto, se compreso, può renderci migliori e, forse un giorno anche donarci una felicità dolce e silenziosa, pacata e intensa e chissà forse ancora vita.