FISCAL COMPACT: L’APPUNTAMENTO DI CUI NON VOGLIONO PARLARE

DI ANDREA DELLAPASQUA

SCADENZA “SEGRETA”. Su sbilanciamoci.info Andrea Baranes ci ricorda che entro fine anno il Parlamento dovrà ratificare il Fiscal Compact sottolineando un aspetto del caso: “nessuno ne parla ma qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. […] Alzi la mano chi nelle ultime settimane ha visto anche solo un trafiletto o un qualche servizio televisivo menzionare il Fiscal Compact”. E’ nelle cose confermare quanto esposto, basta avere ascoltato il dibattito mediatico, il cicaleccio partitocratico sulle alchimie elettorali, per comprendere quanto assordante sia il silenzio in merito. E’ bene porre il focus su vari aspetti della governance economica UE per avere una visione il più possibile chiara su chi o “che cosa” determina i destini di noi europei.

LA GOVERNANCE EUROPEA. Un libro illuminante per avere un’idea più precisa riguardo la cosiddetta governance europea è l’ottimo “Il ricatto dei mercati” di Lidia Undiemi, un testo che svela ai più anche la vera natura del MES di cui poi ci occuperemo. La cosiddetta governance europea poggia su sette volani principalmente. Incominciamo con il semestre europeo, all’interno del quale ogni singolo stato membro deve tener conto delle raccomandazioni prodotte dagli organismi UE in merito alla propria politica economica; abbiamo il patto Euro Plus che vincola i ventitré paesi aderenti alla realizzazione di riforme in ambiti specifici come quello occupazionale, quello della finanza pubblica sostenibile e della stabilità finanziaria e quello della competitività; abbiamo il Fiscal Compact; le modifiche al patto di stabilità (ulteriori interventi volti a rendere più rigoroso il rispetto dei vincoli del patto di stabilità); la sorveglianza sugli squilibri macroeconomici; i meccanismi per la stabilità finanziaria della zona euro fra cui il MES; infine il patto per la crescita. “Il panorama degli interventi appare complesso e disarticolato, soprattutto se si pensa al fatto che tre diversi accordi coinvolgono un numero differente di paesi (ventitré il patto Euro Plus, diciassette il MES e venticinque il Fiscal Compact); il che fa pensare che sia stata realizzata una sorta di «integrazione differenziata». Come dire: a ciascuno la sua Europa” (Lidia Undiemi).

IL FISCAL COMPACT. Il fiscal Compact si aggiunge alle regole del trattato di Maastricht e di fatto le rende ancora più severe. Si parte dal vincolo del deficit del 3% al quale va ad addizionarsi il pareggio di bilancio strutturale, si calcola cioè il deficit escludendo gli effetti del ciclo economico (in soldoni se si è in una fase negativa globale per l’economia la Commissione Europea ne tiene conto) ed escludendo gli effetti delle misure una tantum, si prevede che il bilancio delle pubbliche amministrazioni sia in pareggio o in attivo, tale parametro è rispettato se il deficit strutturale dell’anno delle PA è inferiore allo 0,5 % del prodotto interno lordo. Non finisce qui: dopo il deficit esiste un parametro per il debito (per chi è a digiuno di economia il deficit riguarda le entrate e le uscite dell’anno, con le uscite che superano le entrate, mentre il debito riguarda tutto il debito accumulatosi nei decenni, per intenderci stiamo ancora pagando spese legate a guerre del secolo scorso), in questo caso il vincolo prevede non si superi il 60% nel rapporto debito-pil (i dati del Sole 24 ore relativi all’anno scorso attestano l’Italia al 132,6%,), i paesi che superano questa soglia (l’Italia la supera del doppio e oltre) devono ridurre il rapporto di un ventesimo ogni anno. Come molti ricorderanno con la legge 1 del 2012 il pareggio di bilancio nel nostro paese è stato inserito come vincolo attraverso una norma di rango Costituzionale (insomma è come se fosse dentro la Costituzione stessa avendone il medesimo valore), i parametri da rispettare per ottenere il risultato non sono delineati dal governo italiano o dal suo parlamento ma dalle istituzioni europee che stabiliscono di volta in volta che cosa significhino nel concreto espressioni come “periodo di grave recessione economica” o “eventi straordinari”.

NOSTRO SIGNORE DEL MES. Il MES è l’acronimo italiano di “meccanismo europeo di stabilità”, presentato anche come fondo salva-stati. Il nome potrebbe trarre in inganno: “meccanismo”, la parola potrebbe semplicemente rimandare ad una regola, banalmente quando un bambino muove i primi passi nel gioco del calcio apprende delle regole: la regola del fuori gioco, la regola del vantaggio ecc…, quindi ai più, se mai fosse venuto in mente di soffermarsi sul MES, sarà distrattamente venuto in mente un sistema di regole che debbono essere seguite perché ci sia stabilità, in una partita Juventus-Napoli la regola del fuori gioco prescinde dai partecipanti ma organizza semplicemente la partita che viene giocata dalle due squadre ciascuna delle quali è di proprietà di una società diversa, nessuna delle due, al netto delle polemiche, “possiede la regola”, ma ne è vincolata semplicemente e la “regola” non è una società terza, non esiste “la regola del fuori gioco football club” che contende il campo a Juventus e Napoli, per analogia sarà così anche in Europa…
…e invece no. Mentre il Fiscal Compact è un trattato, cioè un accordo vincolante stipulato tra più stati, il MES è tutt’altro. Il MES è entrato in vigore in due atti, prima è stato modificato l’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea e poi gli stati della zona euro hanno sottoscritto un trattato che ha istituito un ente finanziario internazionale: il MES e la UE sono due soggetti internazionali differenti, il MES è altro dalla UE, il MES è l’abdicazione della UE. Il MES è un’organizzazione internazionale intergovernativa con sede in Lussemburgo, ad essa hanno aderito i paesi della zona euro, l’11 luglio 2011 17 ministri della zona euro hanno sottoscritto il trattato (quindi i governi dell’epoca hanno deciso il futuro di tutti noi senza passare da una ratifica parlamentare, senza sondare il volere dei cittadini, le maggioranze dell’epoca hanno firmato per noi). Gli stati soci debbono versare una quota calcolata secondo i parametri di sottoscrizione del capitale della BCE (27,1 % Germania, 20,4 % Francia, 17,9 % Italia, 11,9 % Spagna…), ora fate attenzione perché questo passaggio è fondamentale: a differenza della BCE in cui vale il principio delle vecchie banche di credito cooperativo per cui “ogni testa è un voto” nel MES conta di più chi più soldi ha messo ed è il MES che organizza “il salvataggio degli stati in difficoltà” erogando prestiti che possono essere ritirati in qualunque momento se lo stato non segue pedissequamente i comportamenti richiesti (ed inoltre si parla di prestiti e non di regali a fondo perduto). In sostanza il MES si affianca a livello di eurozona a colossi responsabili di disastri biblici come il Fondo Monetario Internazionale (i disastri argentini e greci sono stati gestiti anche da un dirigente del Fondo Monetario Internazionale che gli italiani conoscono bene in quanto ora è il Ministro dell’Economia in carica: Pier Carlo Padoan).

UNA CRISI CHE VIENE DA OLTRE OCEANO. Il crack economico mondiale preparato nel 2007 ed esploso nel 2008 con effetto domino partendo dal fallimento della grande banca d’affari americana Lehman & Brothers come è noto nasce da una bolla speculativa partita dai mutui subprime. Senza produrci in dotte dissertazioni (consigliamo comunque a tutti il film “La grande scommessa” davvero molto ben fatto, se seguito con attenzione permette una visione soddisfacente del gioco messo in atto dalle speculazioni) possiamo così esemplificare: le banche facevano ricadere i rischi propri su sprovveduti risparmiatori/investitori che acquistando prodotti derivati dal contenuto sconosciuto nel miraggio del facile guadagno si ritrovavano dentro il “pacco sorpresa” anche i mutui non pagati e con faciloneria concessi dalle banche stesse a soggetti difficilmente solvibili. Il prodotto derivato, ancora esistente, si chiama così perché la sua fortuna o sfortuna il suo apprezzamento o il suo deprezzamento derivano da un elemento terzo quale ad esempio la solvibilità di un mutuo o la scommessa su un raccolto di grano argentino o, addirittura, una scommessa segreta avversa all’acquirente (no, non è fantascienza ma anche questo è accaduto). La crisi, creata dagli USA, come una malattia ha contagiato l’Europa, l’America ne è uscita ma si sa, l’America ha altri mezzi, oltre, non nascondiamocelo, ad un’economia anche di guerra, possiede una Federal Reserve (la loro banca centrale) molto reattiva che immediatamente ha immesso nel sistema monetario fiumi di dollari, l’intervento della BCE è stato meno repentino. Questo breve salto nel recente passato ci permettere di aggiungere un’ultima considerazione sul MES, anche il MES, come ultimo prestatore di denaro può avere bisogno di liquidità e dove potrebbe prendere i soldi? Bene, è autorizzato a cercarli nel mercato mondiale, quello insomma che ha causato disastri in questi ultimi anni…

RICAPITOLIAMO. I Paesi della zona euro hanno una governance economica piuttosto complessa, esiste in particolare un fiscal compact molto vincolante, sottoscritto dagli stati aderenti, ma esiste anche una entità altra, con poteri in materia economica addirittura superiori alla UE tutta e quindi anche alla BCE, il MES. Il MES decide se prestare denaro a stati in difficoltà, decide anche quali politiche economiche questi stati dovranno seguire pena il ritiro del prestito, il MES viene finanziato dai paesi stessi che lo hanno voluto, nel MES il paese dominante è la Germania.

LA POLITICA ECONOMICA. In Economia, negli ultimi anni è capitata una cosa che sarebbe oggetto di battute o di aperte risate se non fosse legata al tracollo dell’Economia mondiale stessa: buona parte degli economisti neoliberisti che vaticinavano risposte “smart” per i governi si sono ritirati in qualche angolo remoto del pianeta dove ancora non hanno inventato le telecamere. I tanti “figli di Freedman” premio Nobel per l’Economia e consigliere di Reagan (p.s. Il Nobel per l’Economia propriamente detto non esiste, Nobel non l’aveva istituito, l’hanno istituito, pensate un po’…le banche) si sono dissolti come neve al sole; con le dovute correzioni, aggiornamenti ed integrazioni i neoliberisti ci raccontano la vecchia dottrina del laissez faire di settecentesca memoria: lo Stato non deve intervenire in economia, farebbe solo danni. Dopo la grande crisi del 2008 improvvisamente sono tornati in auge i Keynesiani seguaci di John Maynard Keynes, l’uomo che ispirò il New Deal di Roosvelt e cercò delle soluzioni ad un’altra grande crisi, quella del ‘29, la soluzione fu speculare rispetto alle politiche dei liberisti: lo Stato deve intervenire in economia e può andare in deficit spending per aiutare il paese. Ecco servito il paradosso: a parole ora si torna accademicamente a Keynes, i nobel incominciano a venire assegnati ai Keynesiani come Stiglitz e Krugman, però la politica, quella dei governi, quella della UE, quella del MES, quella di JP Morgan (la grande banca d’affari che apertamente in un documento del 2013 suggeriva misure poi in parte ritrovate per esempio nel job act italiano e nel suo equivalente francese) continua ad essere neoliberista e soprattutto di pareggio di bilancio, il pareggio di bilancio che ora abbiamo in Costituzione è un’idea settecentesca che si studia in storia dell’Economia. Le conseguenze sono note a tutti, basti pensare alla Grecia, riassumendo potremmo così narrare l’intervento in Grecia da parte della comunità internazionale: ora hai fame quindi devi spendere ancora meno per mangiare (cosa che spinse Varufakis a fare le valige e dimettersi da ministro dell’Economia).

4,8 MILIONI DI POVERI. Tornando all’articolo di Baranes incontriamo un passaggio difficile da non condividere: “Quello che però colpisce di più è l’affermazione definitiva della tecnocrazia sulla democrazia. Qualsiasi futuro governo dovrà operare entro margini strettissimi e imposti da una visione dell’economia come una scienza esatta, guidata da regole matematiche dove il benessere dei cittadini o l’ambiente diventano le variabili su cui giocare, mentre i parametri macroeconomici sono immutabili. Indipendentemente da cosa ci riserva il futuro, il debito va ridotto a marce forzate e questo va garantito a ogni costo. Che il costo sia disoccupazione, perdita di diritti, impossibilità di investire per una trasformazione ecologica dell’economia, non è un problema, non può essere nemmeno materia di discussione […] è a dire poco incredibile assistere al livello di un dibattito concentrato sulle presunte responsabilità dei migranti, mentre in un Paese con 4,8 milioni di persone in povertà assoluta stiamo affermando che ci imponiamo vent’anni di alta pressione fiscale e tagli alla spesa pubblica e ai diritti fondamentali. Il problema non è e non può essere “prima gli italiani”. Il problema è se sia possibile sancire che la vita delle persone – di tutti noi – sia sacrificabile nel nome di una percentuale decisa decenni fa da qualche burocrate”. Dobbiamo essere chiari con chi è ingenuo, nessuno deve spiegare l’Economia ai governanti, nessuno tra chi ha messo in atto il dissanguamento della Grecia pensava seriamente che questo l’avrebbe salvata, la Grecia però ora è stata svenduta, è un po’ più tedesca per esempio, gli aeroporti non sono più suoi ma teutonici, quindi, una volta ancora, non si tratta di errori di valutazione che si continua semplicemente imperterriti a fare: c’è dello scientifico impegno.

In prima battuta abbiamo parlato del chiacchiericcio mediatico sulle future spericolate alleanze figlie del Rosatellum, ripercorrendo tutto ciò si torna anche inevitabilmente a pensare ad un governo. Chiunque governerà questo paese non potrà più affidarsi al vecchio, collaudatissimo, straordinariamente longevo gioco del nemico: i migranti, le ruberie del PD, i dipendenti pubblici fannulloni, ma dovrà seriamente affrontare un nodo cruciale dell’esistenza di un paese: la sostenibilità morale ed umana di certe pratiche di politica economica.