ALMAVIVA, LAVORO MORTO

DI ENRICO ROSSI

«Avete dieci giorni per trasferirvi in Calabria o altrimenti perderete il lavoro». Ecco in sintesi il messaggio recapitato dal padrone di Almaviva a sessantaquattro lavoratori di un call center di Milano. Un ricatto balordo, che umilia le persone e spezza i legami familiari. In queste moderne catene di montaggio dove l’età media dei lavoratori è trent’anni, per uno stipendio di 750 euro al mese e con gli straordinari gestiti dall’azienda come premi, «domina sfacciata – sono parole della CGIL – la convinzione che i lavoratori debbano essere spremuti e messi alla frusta, così rendono di più e si selezionano naturalmente». In questo settore il ricatto padronale è diventato ormai la regola. Cassa integrazione a zero ore, straordinari non pagati, controllo a distanza individuale. Prendere o lasciare. Oltre che una vergogna questo è un misfatto costituzionale. Il Parlamento e il Governo devono intervenire subito per punire questi abusi e per tutelare i lavoratori trattati come animali da soma. Le forze democratiche devono scendere in strada assieme al sindacato, accanto a questi lavoratori. È vergognoso che tutto il dibattito politico si riduce da settimane solo alla legge elettorale, l’impressione è che questo marchingegno sia uno strumento di distrazione mediatica per consentire ai nuovi e spregiudicati padroni, quelli dei call center come quelli delle acciaierie, di attuare i loro di piani aziendali, sfruttando la crisi e usando la subalternità delle classi dirigenti ai dettami del potere economico e finanziario. Non abbiamo altro tempo da perdere, la lotta di classe dei padroni è in atto e tocca a noi adesso scegliere da che parte stare.