CLIMA E AMBIENTE, TRUMP SI DA’ NUOVE ARIE

DI MARCO MILIONI

La recente decisione di Washington di dare avvio alla cancellazione del «Clean power plan», pone una serie di interrogativi sul futuro energetico e ambientale di non poco conto: sia per quanto concerne gli Usa sia per il resto del globo. Il «Clear power plan» è in soldoni una direttiva impartita dalla precedente amministrazione, l’amministrazione guidata dal presidente democratico Barak Obama, direttiva in forza della quale si redigevano, tra gli altri, parametri più stringenti per la gestione delle centrali elettriche. Da un punto di vista pratico il piano avrebbe avuto l’effetto di avviare più velocemente verso la rottamazione le centrali per la produzione di energia elettrica meno moderne, specie quelle a carbone. L’impianto della scelta di Obama era stato duramente contestato dalla lobby del carbone la quale a più riprese lo aveva bollato come inutile, illegale e costoso. Tali critiche erano state fatte immediatamente proprie dal repubblicano Donald Trump durante la campagna per le presidenziali Usa, che lo ha visto prevalere sulla favorita democratica Hillary Clinton.

In realtà tale retromarcia non è arrivata direttamente dal governo americano bensì dopo una precisa presa di posizione di Scott Pruitt il capo dell’Epa, l’agenzia nazionale per la protezione ambientale. Il che pone un primo interrogativo di non poco conto. L’Epa non è una emanazione “direttamente politica” del governo. E nonostante gli Usa siano una delle patrie delle spoil system, va pure detto che gli americani da sempre si dicono alfieri della suddivisione dei poteri. Ebbene le agenzie, dovrebbero rispondere anzitutto alla legge. E nel caso di quelle ambientali dovrebbero rispondere alla scienza. La strada imboccata da Pruitt in questo senso è l’ennesima conferma che negli Usa, come in molte altre parti del mondo, la terzietà della pubblica amministrazione viene menata come un vanto in lungo e in largo. Anche se poi alla prova dei fatti, ovvero quando gli interessi in ballo diventano enormi, nel caso americano la lobby del carbone stima in 33 miliardi di dollari il costo delle incombenze ecologiche generate dal piano voluto da Obama, risulta evidente che chi tira le fila sono i poteri che stanno dietro le istituzioni. In questo caso si tratta del potere industriale che senza problemi ha modificato le direttive uscite dalla Casa bianca. Tuttavia la vicenda non può certo essere addebitata ad una deferenza del solo Trump verso certi gruppi di pressione, perché a parti invertite basterebbe pensare quanto l’amministrazione Obama sia stata prona nei confronti del potere finanziario quando si è trattato di riscrivere le regole che sovrintendono al funzionamento delle banche.

D’altro canto non si può nemmeno negare che proprio sul piano ambientale Obama, che per il resto ha servito durante due mandati molto sbiaditi se non deludenti (basti pensare all’incapacità di superare da protagonista l’avvitamento imposto anni fa dai neocon in Medio Oriente), abbia ottenuto alcuni risultati interessanti. Non tanto per la loro entità in sé, quanto perché costituivano una primissima piattaforma di partenza per ripensare l’approccio energetico sul piano mondiale. In quest’ottica per mesi si è parlato dell’impatto positivo, e non a torto, che le scelte di Obama avrebbero potuto avere sul riscaldamento globale. La letteratura in questo senso è sterminata, le pubblicazioni al riguardo affollano le librerie di tutto il mondo anche se non manca nella comunità scientifica una minoranza che non ritiene identificabile un nesso di causa tra riscaldamento globale e produzione di anidride carbonica. Il dibattito comunque non si esaurirà certo con la decisione del duo Pruitt-Trump.

Quello che invece è mancato dal dibattito globale (almeno nella misura dovuta) è il discorso relativo all’impatto che l’industria estrattiva del carbone, nonché l’utilizzo dello stesso come materia prima energetica, provoca sull’ambiente di chi vive vicino alle miniere o alle centrali a carbone. Si tratta del frutto di una causalità o del fatto che anche nel campo democratico c’era, politicamente parlando, qualche scheletro nell’armadio? Un breve ma sapido esempio potrebbe venire dalla sostanziale bonomia con cui in passato l’amministrazione Obama aveva considerato da parte dei petrolieri americani la ricerca dei giacimenti domestici di gas (o petrolio) di scisto. Una pratica ambientalmente «assai poco green» tornata in voga potentemente proprio durante il governo democratico.

Tuttavia sul risiko dell’industria energetica americana avviato da Pruitt ci sono due incognite che non possono essere sottovalutate. La prima riguarda la influenza della cosiddetta «industria green» a stelle e strisce. Negli anni è cresciuta anche se in modo tutto sommato discreto. Queste persone e queste imprese dopo anni di investimenti supportati anche dal sistema bancario rimarranno in silenzio? E ancora, quale sarà negli ‘States’ in questa chiave il ruolo del senato e della camera bassa? Che cosa succederebbe se decidessero, mutatis mutandis con le stesse modalità adottate per difendere in qualche modo l’Obama care, di sovvertire la scelta dell’Epa con provvedimenti di legge che in ragione della loro natura sono gerarchicamente sovra-ordinati rispetto ad un atto di indirizzo che giunge da una agenzia ambientale? L’ipotesi non è solo un’ipotesi di scuola giacché pochi giorni fa Mark Reynolds, il direttore esecutivo del «Citizen’s Climate Lobby», un comitato ecologista americano molto noto, dalle colonne di Newsobserver.com ha inviato un esplicito messaggio proprio alle camere. Il motivo? Attivarsi per bloccare la mossa partorita dall’amministrazione Trump. Quale sarà l’esito di questa come di altre campagne ovviamente sarà solo il tempo a poterlo dire. Quel che è certo è che fra qualche mese si saprà se sui temi ambientali il divario dall’Europa, che tra mille distinguo mostra comunque una sensibilità maggiore, si sarà ampliato o meno. Rimane sullo sfondo però il problema dei problemi. L’impronta ecologica dell’Occidente in termini di consumo delle risorse è un moloch evidente. Coi ritmi di crescita della popolazione mondiale e con la crescita che si vorrebbe imporre su scala globale ai consumi e alla produzione, questo tipo di sbilanciamento non è più sostenibile: non ce n’è per tutti, indipendentemente dalla materia del riscaldamento globale. Serve un cambio di paradigma. Nel maggio del 2016 durante un incontro pubblico in provincia di Vicenza il climatologo Luca Mercalli fece una rivelazione che si commenta da sola. Sono gli stessi vertici della finanza, in quella circostanza delle multinazionali del credito elvetico, a chiedere che sia la politica «a mettere un freno alla deriva che la finanza» sta imponendo sul piano ambientale. «Fermateci voi – raccontò in quella occasione Mercalli riferendo il discorso fattogli da alcuni finanzieri svizzeri – perché da soli non potremo mai farlo».