ECCO COME FACEBOOK HA BLOCCATO IL MIO ACCOUNT: UN INSULTO INESISTENTE

DI MARCO GIACOSA

 

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Verso la fine di luglio, una sera, collegandomi a Facebook dal telefonino, ricevo un messaggio: ti devi disconnettere e rientrare.

Può capitare. Eseguo. Appena inserisco la password ricevo un altro messaggio: Abbiamo rimosso un post perché violava gli standard della comunità, e ti sospendiamo per un giorno.

Leggo il post, a me non sembra offensivo: ma tant’è.

 

Un giorno

La sospensione, a differenza di quel che accadeva qualche anno fa, quando non vi era possibilità di accedere all’account, adesso funziona così: leggo tutto, salto da un profilo all’altro, da una pagina a un gruppo, accedo al controllo del diario, ma non posso scrivere nulla, non posso mettere like, non posso dire che parteciperò a un evento. Starò ventiquattr’ore lontano: visto l’uso assiduo, a tratti da scrivente compulsivo, sono convinto che non possa farmi altro che del bene. E poi ventiquattr’ore passano in fretta: in fondo, anche saltare un pasto, talvolta, può essere piacevole.

 

Tre giorni

Scontata la pena, il giorno successivo, ho appena disceso i gradini che conducono alla metropolitana, mi collego e ricevo di nuovo il messaggio: ti devi disconnettere e rientrare.

E adesso che cosa vogliono? Eseguo.

Abbiamo rimosso un post perché violava gli standard della comunità, ti sospendiamo per tre giorni. Di nuovo. Stavolta per tre giorni. Addirittura! Leggo il post: sì, c’è qualche parolaccia, ma neppure questo scritto mi pare offensivo, anzi è un post contro il razzismo, forse i toni sono un po’ forti – sono cresciuto con un antico precetto: mettersi in discussione, quando qualcuno avanza critiche – ma in giro si vedono e leggono, evidentemente tollerate, cose che ritengo molto, molto più gravi. Vabbe’. Che proprio io sia fuori da Facebook, intanto, nella cerchia degli amici incomincia a far notizia, e inevitabilmente iniziano le prese in giro. Tre giorni sono più di un pasto saltato, sono un bel digiuno: ma poi perché, mi chiedo.

 

Una settimana

Quando riemergo sono in Sicilia da mezz’ora. Tempo di riprendere il segnale, collegarmi e di nuovo: Sei pregato di rimettere la password, abbiamo rimosso un post, il tuo account è stato sospeso, per sette giorni. Sette giorni! Ma che palle!

C’è un rito, è quello della fotografia del mio viso accanto alla prima granita ogni volta in cui atterro qui: molti amici ormai se l’aspettano, e io non ho avuto il tempo nemmeno di mangiarne una che mi hanno, di nuovo, estromesso. Questo il primo pensiero. Mavaff.

Si incomincia in quei giorni ad aver notizia delle sospensioni di alcuni giornalisti e scrittori: il giornalista Fabio Chiusi, per un post del quale scrive: «Insomma, satira. Denuncia sociale. Rabbia sublimata. Ci sono molti modi di chiamare quelle poche righe scritte di getto. Per Facebook, invece, ce n’è uno solo: contenuto illecito»; i 99 Posse pubblicano un post sul blocco dell’account dello scrittore Luca Delgado, «da sempre attivo sul suo profilo FB contro il razzismo, non solo quello antimeridionale».

 

 

Basta una parola
Per quanto riguarda me, è abbastanza evidente che vengo sospeso per aver scritto la parola “negro”, che però ho messo in bocca a razzisti per denunciare razzismo: viene ritenuta offensiva, secondo però una lettura che la decontestualizza. Inoltre, una cosa mi lascia perplesso: i post rimossi sono tutti del 2016, com’è possibile che soltanto adesso siano oggetto di attenzione?
«Qualcuno ti ha segnalato, fidati». «Secondo me invece è l’algoritmo, dammi retta». Sono due le correnti di pensiero. In effetti sì, ho avuto discussioni anche accese con un gruppo di persone molto omogeneo, che qualcuno di loro abbia avuto a cuore la questione a punto da perdere parecchi minuti della sua vita per scorrere la mia bacheca e segnalare tutti, ma proprio tutti i post? Oppure, l’altra domanda: esattamente quando, Facebook avrebbe introdotto (o modificato) l’algoritmo? E anche: è tutto a rischio, d’ora in avanti?
Continuano le azioni goliardiche: alcuni amici pubblicano fotografie sulla mia bacheca (che potrei comunque cancellare: è curioso valutare quello che posso fare – modificare la privacy dei post; accedere al “controllo del diario”, cioè accettare o meno i tag sulle fotografie o sui post – e quello che non posso fare – tutto il resto, compreso, ad esempio, cambiare le informazioni al di sotto della foto profilo, “in breve”); mi taggano in infiniti commenti, così da far lievitare le notifiche godendo della mia impotenza; sparlano. Io rispondo su Instagram: scrivo a penna su un post-it, ne pubblico la fotografia. Instagram diviene, mi rendo conto mentre accade, il mio social succedaneo. Le granite finiscono lì sopra, assieme a tutto il pomodoro che accompagna la sacra melanzana, nelle infinite, incantevoli combinazioni della cucina siciliana.
Nei sette giorni perdo l’impulso a condividere, mi collego di meno, mi distanzio dalla vita quotidiana di amici che vivono sparsi per l’Italia e per l’Europa: perdo alcune discussioni che interessano persone con le quali mi relaziono abitualmente in gruppi privati, per il comprensibile meccanismo per cui, siccome non posso interagire, sono disincentivato a partecipare. Mi dispiace non poter rispondere ai messaggi che si accumulano in Messenger: li leggo, ed è l’unica cosa che posso fare.
Attorno a me scommettono sull’esclusione lunga, i trenta giorni – qualcuno, riemerso, ha comunicato la serie: un giorno, tre giorni, poi sette e poi trenta – tanto è chiaro che qualcuno, umano o algoritmo, se l’è presa con me e ormai mi porta a spasso. Riemergo al solito alcune ore, sono in spiaggia stavolta, nemmeno una foto all’orizzonte eoliano e la sentenza è scritta: trenta giorni. Alcuni amici dicono: Perché non ti fai un nuovo profilo? No: come decidono, così accetto.

Un mese
Il mese che a una prima definizione uno direbbe “lontano da Facebook” non lo vivo in realtà lontano da Facebook. Quando tornerò, un’amica dirà: «Che bello riaverti parlante». Parlante. Con la sospensione da agente, senza l’allontanamento, l’effetto è quello di un attore comunque sul palco, deprivato della voce e con il corpo immobile. Perdo interesse per i dibattiti del giorno, le tempeste nei bicchieri d’acqua dove tutti ci immergiamo, impossibilitati a tacere sull’argomento che tira; essi scorrono lungo la mia timeline e li osservo con un distacco crescente fino all’indifferenza.
Facebook è un’arena dove avvengono, per motivi diversi, battaglie verbali; mi soffermo sui meccanismi per cui certe battaglie dovrebbero orientare la formazione di un’opinione, e, accettando che la formazione di un’opinione è un meccanismo molto complesso, mi chiedo: quanti cambiano effettivamente idea dopo un dibattito su Facebook? Mi metto in discussione, e sì, anche io, intransigente nei confronti di chi usa Facebook come vomitodotto, amante di certe retoriche improntate alla civiltà, mi rendo conto di aver usato Facebook in maniera talvolta emotiva, riconoscendo ora, nella tranquillità dell’inibizione, il social come una delle possibilità per far defluire la rabbia: quando vorrei postare un articolo appena letto; quando vorrei condividere, denigrandolo, un pensiero che ho osteggiato; quando vorrei mettere in piazza, inorridito, cose che considero brutture.

Come si vive senza social
Mi mancano alcune persone. Non tanto le interazioni con gli amici – so che il blocco è a scadenza, se mi perdo discussioni o accadimenti verrò senz’altro aggiornato – quanto quelle con una figura ormai neppure nuova di questi tempi: il contatto Facebook mai incontrato, con cui ci sono alcuni argomenti di tangenza, con il quale si creano equilibri alla giusta distanza che nessuno ha interesse a rompere. Di queste persone, mi rendo conto, non ho il numero. Venisse abbattuto il sito, o la sospensione divenisse eterna, non ci fosse mai
più corrente elettrica, non avrei modo di continuare le interazioni. Quando finisce il blocco, mi dico, chiedo il numero.
Vivo meglio, perché mi perdo battaglie perdibili; penso che ridurrò, una volta sbloccato, il tempo perso in battaglie perdibili; sono convinto che quello che sto pensando, di cui sono convinto, che state leggendo, varrà pochi giorni appena, quando verrò sbloccato; e poi ricadrò nel meccanismo. Così accade.
Non avere Facebook quando nessuno ce l’ha è diverso dal non averlo quando tutti invece ce l’hanno; questo dice qualcosa sull’impulso che talvolta prende molti, io credo, di voler vivere per un po’ i tempi in cui tutta questa tecnologia non c’era: non avete mai, ad esempio, la nostalgia degli anni in cui ci si chiamava sul fisso, senza l’ansia della reperibilità continua? Quella serenità sarebbe, penso, compensata dall’ansia della singolarità della situazione: essere i soli, o i pochi, in un luogo, o in una condizione, mentre tutti sono altrove.
Càpita, nel mezzo del blocco, il mio compleanno: è chiaro che passerò per una persona poco educata, che non corrisponde la gentilezza dei messaggi che in molti, ormai è d’abitudine, lasciano in bacheca.

Il ritorno
Quando vengo sbloccato esordisco con questo status: «Ciao». A quel punto sono convinto di aver ottenuto il massimo della pena, trenta giorni, anche perché non ho notizie di estromissioni più lunghe. E invece, tre ore e l’ennesimo post del 2016, l’ennesima condanna del razzismo espressa con parole care ai razzisti, è di nuovo fatale. A questo punto mi attivo: non accetto più una condizione che ritengo ingiusta. Clicco tutto il cliccabile («Se ritieni che il tuo profilo sia stato chiuso per errore, clicca qui»: lo faccio), compilo tutto quanto  quanto è nelle mie possibilità, nello spazio rimostranze, e qualche giorno dopo, finalmente, vengo sbloccato, con tante scuse: il mio profilo, alla fine, per loro, è stato chiuso per errore.
Fonti molto vicine a Facebook hanno esaudito le mie curiosità: sì, c’è sempre una segnalazione da parte di qualche utente; no, le segnalazioni non le valuta un algoritmo; sì, c’è sempre un umano dietro ogni valutazione; sì, è possibile che alcune parole non vengano comprese nel loro contesto; anche quando i post sono sventagliate da seimila battute, sì, l’umano legge, o dovrebbe farlo, le seimila battute e non limitarsi a cercare, questa sì con l’algoritmo, la parola chiave nel post segnalato; sì, gli standard sono volutamente vaghi, per non dare possibilità agli agitatori di professione, troll con attività di lucro, di inchiodare il sistema; sì, possono capitare spiacevoli disguidi, ma la libertà di espressione è un bene primario, che Facebook persegue e tutela.

 

 

http://www.lastampa.it/2017/10/15/tecnologia/idee/ecco-come-facebook-ha-bloccato-il-mio-account-per-un-insulto-che-non-ho-mai-scritto-qbSW8qmqmYlAdRvAQEnXMP/pagina.html