LA PRESA DI RAQQA CANCELLA L’ISIS E APRE A UNO STATO DI CURDI?

DI GIORGIO DELL’ARTI


• È più importante la caduta di Raqqa o il pasticcio di Kirkuk?
La caduta di Raqqa è importantissima. Qui il califfo autonominato Abu Bakr al-Baghdadi aveva messo in piedi il suo apparato amministrativo e mediatico e teneva riuniti i suoi foreign fighter, cioè i combattenti stranieri che da ogni parte del mondo, pieni di fede nelle sue parole, erano accorsi per aiutarlo. Per noi questo è il problema più delicato. Domenica scorsa tra i curdi assedianti e i jihadisti assediati erano intervenuti i capi delle tribù locali. Costoro avevano persuaso quelli dell’Isis a lasciar andare tremila civili, e in cambio avevano convinto i curdi a non intervenire su qualche centinaio di foreign fighter, a cui era stato permesso di scappare. La domanda che tutto l’Occidente si fa adesso è questa: dove andranno questi fanatici a cui è stato inopinatamente aperto un corridoio umanitario? Secondo i francesi tra di loro ci sarebbe anche l’organizzatore degli attentati di Parigi del 13/11, quelli per intenderci della strage al Bataclan di due anni fa. Non tutti i foreign fighter hanno profittato dell’occasione, e almeno trecento di loro sarebbero rimasti a combattere tra le macerie della città di Raqqa. Dovrebbe trattarsi soprattutto di maghrebini e francesi.


• Se si combatte ancora tra le macerie della città, in che senso «Raqqa è caduta»?
Perché sono stati conquistati due punti chiave, lo stadio di calcio e l’ospedale. Specialmente lo stadio ha un alto valore simbolico: qui l’Isis teneva i suoi prigionieri e li decapitava, filmando le esecuzioni e mostrandole al mondo. Tanti occidentali di origine araba si sono estasiati di questo spettacolo, credendo di scorgervi la mano potente che avrebbe potuto schiacciare il demonio occidentale. I curdi hanno innalzato sullo stadio la bandiera della formazione combattente vincitrice, l’Ypg, una stella rossa in campo giallo. È stata presa anche la rotonda di Al Naim, detta «rotonda dell’inferno», altro luogo di esecuzioni e massacri da parte dei fanatici dello Stato islamico.


• Com’è andata questa battaglia di Raqqa?
All’inizio (marzo 2013) l’avevano conquistata le cosiddette formazioni ribelli, quell’insieme di sigle che combattevano il regime del presidente siriano Assad. Raqqa è una città molto importante, un milione di abitanti, circondata dal petrolio, posta nella valle dell’Eufrate, snodo delle principali rotte stradali. Aleppo è a 160 chilometri di distanza, la Turchia è vicina, il confine iracheno sta a 200 chilometri. La diga di Tabqa ne fa un centro fondamentale per l’agricoltura dell’area. A sloggiare i ribelli pensò il califfo, all’inizio del 2014, che ne fece la capitale del suo Stato, piazzandovi tutto quello che serve a un vero Stato per funzionare, sebbene non riconosciuto dalla comunità internazionale. L’offensiva curda, che ha portato alla vittoria di ieri, è cominciata nel giugno del 2015. I curdi presero subito Tal Abyad e Ayn Issa, mentre Raqqa veniva bombardata regolarmente da siriani, russi e dalla coalizione internazionale a guida americana. Tabqa e la sua diga cadono il 10 maggio scorso, dal 6 giugno, centimetro per centimetro, i curdi entrano a Raqqa e ieri la conquistano definitivamente. Anche se qualche sacca di resistenza c’è ancora.

• Questa vittoria in realtà dovrebbe dare ai curdi una grande forza sul piano negoziale.
I curdi sono il popolo più numeroso tra quelli che non hanno una patria: 35 milioni di persone. Il “padrone” della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, non vuole assolutamente che si riunifichino, meno che mai ai danni di qualche pezzo della sua nazione. Ma ci sono curdi anche in Iraq e in Siria e in Iran. Nell’episodio di Kirkuk si vede la mano di Teheran. Nessuno, da quelle parti, vuole lo Stato curdo.

• Gli americani? I russi?
Gli americani, nel loro comunicato, dicono che l’arrivo degli iracheni a Kirkuk e la cacciata dei curdi è il frutto di un «misundestanding», cioè di un equivoco. Gli americani erano contrari al referendum con cui lo scorso 25 settembre i curdi iracheni hanno chiesto al mondo di essere indipendenti. Trump, l’altro giorno, ha detto che gli americani, in Medio Oriente, non parteggiano per nessuno e che, anzi, non dovrebbero nemmeno trovarsi lì. A un Kurdistan iracheno, comunque, gli Stati Uniti non si opporranno. Quanto ai russi, quest’estate il loro ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha detto che bisognerebbe accontentare la richiesta di una patria da parte curda. Gli analisti dànno importanza al fatto che l’offensiva anti-curda degli iracheni si sia limitata alla città di Kirkuk, che formalmente è fuori dal territorio curdo-iracheno. Putin ha firmato contratti importanti con i curdi-iracheni per rifornirsi dei giacimenti di Erbil, il cui petrolio continua infatti a scorrere nell’oleodotto che attraversa la Turchia di Erdogan.