MARINO PERANI E’ TORNATO A GIOCARE IN PARADISO

DI ALBERTO TAROZZI

Fulvio Bernardini allenatore del Bologna disse della sua squadra “Così si gioca in paradiso”. Era la stagione 1962/63 e il Bologna non vinse, quell’anno, badando forse più all’estetica che al risultato.
Vinse invece l’anno successivo, in un memorabile spareggio scudetto contro l’Inter in uno Stadio Olimpico a dominanza rossoblu.

Di quella squadra Perani, deceduto ieri, era sicuramente uno dei giocatori più tecnici ed era esplosiva la forza di un corpo di bassa statura, capace di sprigionare lanci precisi e lunghissimi e creare gol con tiri dalla lunga distanza. Così come le sue braccia erano capaci di rimesse laterali da lanciatore del giavellotto, veri e propri assist ai compagni penetrati nell’area di rigore altrui.

Fregato nella carriera in nazionale, dai gol mancati nel 1966 in Inghilterra, contro gli antenati di Kim Jong-un nella maledetta partita contro la Corea del Nord che ci costò l’eliminazione.
Forse danneggiato dal dover fronteggiare difensori alti quanto lui, che andava a nozze nel mandare in crisi i terzini granatieri come Giacinto Facchetti, grazie alle sue leve piccole e allo scatto improvviso e bruciante.

Una carriera più che dignitosa come allenatore, con una promozione dalla C alla B con il Parma e soprattutto con la più che legittima fama di scopritore di talenti giovanili, uno per tutti Mancini. Per ultimo qualche passaggio di buon livello come opinionista, soprattutto nei media locali

Bergamasco, in una squadra di titolari lombardo veneti, che aveva due stranieri del profondo nord come Haller e Nielsen e come “meridionali” dell’undici titolare, il locale Giacomino Bulgarelli e il toscano Romano Fogli. Ma si era ambientato molto bene a Bologna, dove era frequentatore accanito di quell’angolo di quartieri tra la Bolognina interclassista e subito prima di Corticella operaia che era l’Arcoveggio, l’ippodromo del trotto. Perani non mancava mai, davanti ai picchetti degli scommettitori, soprattutto nei pomeriggi del giovedì, giornata di chiusura dei negozi e dunque ad alta frequenza ippica da parte dei commercianti della zona.

La sua morte era attesa con angoscia dagli amici di un tempo, come Romano Fogli che ne conosceva le precarie condizioni di salute.
Ora, degli undici titolari di quel Bologna rimangono appunto Fogli, Negri, il portiere, oltre ai difensori Janich e Pavinato, a ricordo di quello scudetto, raggio di sole unico e breve tra le stagioni vittoriose degli anni 30 e il buio dell’ultimo mezzo secolo, appena rischiarato dagli anni di Maifredi, Mazzone e Ulivieri.

Per la generazione che ha amato quella squadra, sull’album delle figurine di quegli anni, libro delle facce di allora, rimane la sua presenza a segnare un tempo troppo difficile da dimenticare, anche per chi odia le nostalgie .