QUELLE “NORMALI” BATTUTE A CUI LE DONNE NON SI DEVONO ABITUARE

DI MARUSKA ALBERTAZZI

E già che ci siamo.
Immaginate di aver lavorato, tanto e al meglio delle vostre possibilità. Immaginate di dover presentare quel lavoro all’uomo che dovrà decidere se è buono o da buttare. Vi siete alzate all’alba dopo aver dormito sì e no tre ore perché il piccolo aveva gli incubi e si è infilato nel vostro letto alle 3 e non è stato fermo un attimo. Lo avete svegliato, vostro figlio, gli avete dato la colazione e l’avete portato all’asilo. Avete riordinato gli appunti, vi siete infilate un paio di jeans molto ordinari e una camicia ancora più ordinaria. Vi siete vestite per il lavoro perché, si sa, l’abito non fa il monaco, ma sempre meglio non dare nell’occhio, perché l’attenzione deve essere sul vostro lavoro, non su di voi. Siete uscite di casa e siete arrivate in ufficio. Ci sono già una decina di uomini intorno al tavolo e voi siete l’unica donna. Quando è il vostro momento di parlare, vi alzate in piedi, prendete i fogli su cui lavorate da giorni e cominciate. Siete sorridenti, soddisfatte, pensate di aver fatto un buon lavoro. Raccontate tutto, tutto d’un fiato, siete un fiume in piena, amate il vostro lavoro e ne siete orgogliose. Comincia la discussione, qualcuno si alza e va in bagno. Altri restano lì seduti. Voi siete in attesa di una sua parola, aspettate diligenti e impettite. Sorridenti. Vi alzate per prendere qualcosa dalla borsa.
A quel punto l’uomo parla. E dice: “ma lo sai che hai un gran bel culo? Non ci avevo mai fatto caso”. Ti blocchi. TI geli. Gli uomini al tavolo intorno a te abbassano lo sguardo. Qualcuno tossisce. Tu diventi rossa, molto più rossa della tua camicia, che avevi scelto di un bordeaux un po’ spento, accollata, con una fila di bottoncini tono su tono. Una camicia adatta alle riunioni.
In un momento il tuo lavoro diventa niente. Tu diventi niente. Hai tanto da perdere, ma questa volta non stai zitta.
Prendi una forza insospettabile da dentro di te e lo dici. Dici: ma come ti permetti? Ma cosa c’entra?
“Fai un lavoro da uomo in un mondo di uomini. Di cosa ti lamenti? Abituati”.
Ma tu non ti vuoi abituare. Troppe volte, nella tua vita, hai fatto finta di niente. Sarebbe bastato un: il tuo lavoro fa schifo, non farmi perdere tempo. E invece no. Invece ho un gran bel culo, che significa che ho solo quello di buono. Io sono il mio culo.
Eh no, io non sono il mio culo. Io me ne vado incazzata e offesa, io ricevo le scuse degli altri uomini a quel tavolo, ma non le sue.
Queste sono le storie che devono essere raccontate. Perché lo stupro è una morte violenta e senza scampo. Ma ogni giorno, sul posto di lavoro, le donne ricevono una condanna a una morte lenta e umiliante. Ogni giorno. In ogni ufficio. E questa storia deve finire.

Ok, non mi fermo più.
Vi vorrei parlare anche degli altri. Quelli per bene. Quelli che dovrebbero essere la norma e invece sono mosche bianche. Ma ci sono. Esistono. Anche in ambienti dove l’estetica e la capacità seduttiva fanno – a ragione tra l’altro – curriculum. Ci sono uomini che non usano il potere per ottenere favori sessuali. Uomini che non ne hanno ne’ il bisogno ne’ l’intenzione. Uomini che hanno una bella famiglia e se la tengono stretta. Uomini che rispettano le donne come rispettano gli uomini e forse un po’ di più. Ci sono uomini che se una bella donna gli si spalma sulla scrivania hanno l’intelligenza e la forza di dirle: si ricomponga, la prego. E, proprio perché si è spalmata su quella scrivania, non le danno il lavoro. Ci sono anche aneddoti come questi, che girano nell’ambiente. Ci sono anche uomini come Nils Hartmann. Uomini per i quali è un piacere e un onore lavorare. Grandi uomini. #uominiconlepalle