RENZI COSTRINGE LA CAMERA A RIPUDIARE IL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA, IGNAZIO VISCO

DI GIORGIO DELL’ARTI

Esiste un caso Visco …

Il governatore della Banca d’Italia?

Sì, Ignazio Visco, napoletano, 68 anni, in Banca d’Italia dal 1972, antipatico all’ex governatore Fazio, simpatico invece al suo successore Mario Draghi che ne fece il più giovane capo del servizio studi e il più giovane funzionario generale. Quando Mario Draghi venne scelto per la Banca centrale europea, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, su indicazione del presidente del Consiglio Mario Monti, indicò lui come nuovo governatore. Era il novembre del 2011, sei anni fa. Il mandato del governatore della Banca d’Italia dura sei anni, scadrà cioè, nel caso di Visco, alla mezzanotte del prossimo 31 ottobre. Si deve decidere se confermare Visco per altri sei anni – cosa che può essere fatta una sola volta – o se scegliere qualcun altro. Sia Gentiloni che Mattarella procedevano tranquilli verso la riconferma. Ma Renzi s’è messo di traverso.

Ha titolo il segretario del Pd per intervenire su una vicenda come questa?
No, non ha titolo. La procedura completa, stabilita da Tremonti nel 2005 quando bisognava liberarsi di Antonio Fazio, troppo coinvolto nelle vicende dei «furbetti del quartierino» (all’epoca il governatore era nominato a vita), prevede che il direttorio di Bankitalia (cinque persone, tra cui il governatore in carica) proponga uno o più nomi al governo, che il presidente del consiglio riunisca i ministri e scelga nella eventuale rosa un nome, che il presidente della Repubblica emani infine un decreto per insediare quel nome. Nel nostro caso, le istituzioni coinvolte erano tutte d’accordo e non c’erano apparentemente dubbi sulla riconferma. Ma il Pd, obbedendo alla volontà del suo segretario, ha presentato a sorpresa una mozione alla Camera in cui si auspica la scelta di qualcun altro, Visco non essendo innocente – secondo questo documento – delle crisi bancarie che hanno funestato il Paese durante il suo mandato. Avrebbe in sostanza mancato nell’azione di vigilanza. La mozione iniziale era molto più dura di quella che poi la Camera ha approvato, si parlava senz’altro di «ripetute situazioni di crisi o dissesto» che «avrebbero potuto essere mitigate (…) da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione delle crisi bancarie e di esercizio dei correlati poteri sanzionatori». Gentiloni ha chiesto a Renzi di ammorbidire il testo, Renzi l’ha ammorbidito, ma poi la Camera l’ha approvato. E l’approvazione è una piccola bomba, perché il Parlamento non ha alcun ruolo nella procedura, dunque i deputati (dilaniati al loro interno, come di prammatica) si sono immischiati non richiesti in una materia che non gli compete.

I magistrati, anche nei loro organi rappresentativi, non fanno che dir la loro sulle leggi che li riguardano.
Qualche volta però hanno titolo per parlare, magari in sede consultiva. Ma in ogni caso, Renzi e il suo partito non avevano titolo. E non hanno semplicemente parlato loro, hanno fatto parlare il Parlamento, che ha preso posizione. Ci pensi: come mai nella procedura non è previsto l’intervento delle camere?

Come mai?
Perché si voleva garantire al massimo l’indipendenza del governatore dalla politica. Principio che Renzi ha infranto, per ragioni politicamente ben individuabili. Rimettersi al centro della scena, allontanare da sé i guai di Banca Etruria, in cui è coinvolto il padre della sua amata Maria Elena Boschi. Visco ha taciuto, ma le reazioni degli altri (compresi i senatori del Pd, e tra questi il capogruppo Luigi Zanda) sono state tuttavia al limite del furore. Limitiamoci a Napolitano, che ha ormai ripudiato il suo antico figlioccio politico: «Mi occupo in verità di altre cose. Non devo occuparmi delle troppe cose che ogni giorno capitano e che sono deplorevoli». Renzi s’è difeso così: «Doveva rimanere agli atti che il Pd non si assume alcuna responsabilità sulla conferma del Governatore Ignazio Visco. Se qualcuno vuol raccontare che in questi anni nel settore banche non è successo niente, non siamo noi, perché è successo di tutto. È mancata evidentemente una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova. Ci sono stati dei manager che hanno preso soldi e non hanno lavorato con professionalità, ci sono persone che hanno visto venir meno i loro crediti ed è toccato a noi intervenire per rimediare ai disastri causati da altri e ciascuno si assumerà la sua responsabilità». È doveroso ricordare che Renzi è diventato presidente del Consiglio il 22 febbraio 2014. Il marcio delle banche risale a molto prima. Il pasticcio di Mps, addirittura, risale ai tempi in cui governatore era Draghi e alla vigilanza c’era la Tarantola, poi promossa da Mario Monti alla presidemza della Rai.

Veniamo al sodo: Visco ha vigilato o no?
Visco ha sempre spiegato di aver esercitato la massima vigilanza, di aver effettuato ispezioni e aver comminato sanzioni anche pesanti, però sempre nell’ambito delle leggi, cioè all’interno del perimetro consentito dalla normativa in vigore. E lei sa come sono scritte le leggi italiane: concepite in modo tale che sia sempre possibile essere messi dalla parte del torto. Il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, profondo conoscitore delle cose nostre, lo ha spiegato proprio ieri alla commissione bicamerale Banche, appena istituita: «Nei controlli sulle banche c’è stata una sorta di scaricabarile» ha detto «Della riforma delle autorità di vigilanza si parla da molto tempo, è difficile districarsi: bisogna decidere chi deve fare certe cose e chi no, perché c’è anche un accavallamento con la Bce. Il sistema non è chiaro, per districarsi tra le autorità di vigilanza tra poco ci vuole un Tom Tom». Tipico.