CURE NEL CUORE DEI CONFLITTI. LA CAMPAGNA MSF PER I PAESI IN GUERRA

DI MONICA TRIGLIA

Sono giorni in cui è impossibile non fermarsi sulle drammatiche immagini che arrivano da Raqqa, città siriana già capitale dello Stato islamico liberata nei giorni scorsi. Una parola le definisce: devastazione. Ovunque, nient’altro che devastazione. Causata dai raid della coalizione e dai combattimenti tra i miliziani dell’Isis e le forze curdo-siriane.

Lo stesso abbiamo visto a Mosul, in Iraq, nel luglio scorso.

Come quella siriana, anche la popolazione irachena è stremata.

Nel Paese decenni di conflitto armato e di instabilità hanno duramente colpito un sistema sanitario che non riesce a far fronte al bisogno urgente di cure di milioni di uomini, donne e bambini intrappolati nelle violenze. Dal 2014, oltre 3 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.

Anche all’Iraq è dedicata la campagna “Cure nel cuore dei conflitti” con cui Medici senza Frontiere chiede di sostenere via Sms l’azione medica in contesti di guerra come l’Iraq e la Siria, lo Yemen e l’Afghanistan, o dimenticati, come il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana (fino al 13 novembre un Sms al numero 45548 consente una donazione da 2 a 10 euro; per informazioni, medicisenzafrontiere.it).

A Mosul ovest, nella città vecchia, Medici senza Frontiere ha aperto un ospedale con il pronto soccorso, la sala operatoria e il reparto maternità, che ha fornito assistenza a oltre 3.671 pazienti. L’ospedale di Al-Taheel a Mosul est, dove durante l’offensiva Msf ha allestito un’unità chirurgica di emergenza, ha ricevuto in soli due mesi 1.340 pazienti, tra cui molti bambini, ed effettuato oltre 500 interventi chirurgici. Nell’ospedale pediatrico di Al-Khanssa, invece, dall’inizio di agosto sono stati trattati 1.642 piccoli pazienti, e 554 sono stati ricoverati.

«Quando un Paese è devastato dalla guerra, intere popolazioni vengono messe in ginocchio» dice Loris De Filippi, presidente di Msf. «Oltre ai feriti negli attacchi, tra cui donne e bambini colpiti nelle loro stesse case, ci sono comunità assediate senza cibo e beni essenziali. E se un ospedale viene distrutto, a migliaia restano privi di assistenza medica, anche per una malattia o per far nascere un figlio. Consegnare tempestivamente le cure di cui hanno bisogno è una sfida medica e logistica senza pari, che affrontiamo ogni giorno nei conflitti. Come organizzazione indipendente – Msf opera solo con fondi privati – possiamo farlo solo grazie a chi ogni giorno sceglie di sostenere la nostra azione».

«Non avevo mai visto così tanti pazienti con ferite così serie tutti insieme in una giornata. Vedere dei bambini in quelle condizioni è stato davvero duro» aggiunge Chiara Burzio, coordinatore medico di Msf in Iraq durante i giorni dell’offensiva di Mosul. «Nella clinica ho potuto toccare con mano quanto in concreto possiamo aiutare questa popolazione, nel rinascere e anche nel ritrovare un po’ di gioia per andare avanti».

E proprio a Mosul Marco Sarboraria, anestesista 54 enne di origini valdostane, che con Medici senza Frontiere ha svolto missioni in tanti Paesi, ha scritto una testimonianza sul suo lavoro e la sua scelta.

Sono parole che è giusto ascoltare.

«Nei pochi momenti di relax parliamo molto, io e Martial il chirurgo, ormai vecchi amici. Consideriamo su come accetteremmo noi, in una guerra a casa nostra da invasori di religione musulmana, l’aiuto sanitario di medici e infermieri di religione musulmana. Io lo accetterei ben volentieri e per questo è giusto darlo reciprocamente. Non mi importano i credo, le religioni né mi importa quale sia la guerra, quali i suoi fini o scopi. Per me le guerre sono comunque sbagliate a priori. Ciò che veramente mi importa è alleviare le sofferenze delle vittime!

Sono tranquillo, lavoro molto, sono contento del mio team.

Guardo i buchi del mitragliatore sulle pareti della mia stanza e penso quale sia il posto più protetto per dormire o per telefonare; si sta bene alla sera sul tetto piatto della casa ma penso ai cecchini, al mio telefono illuminato. Allora scendo dietro una scala dove il wi-fi è comunque buono e chiamo casa.

Tanti bambini, troppi tra queste vittime, devo contenere la rabbia e non pensare né immedesimarmi nella situazione. Questi bimbi potrebbero essere i miei figli. Anzi no, in questo momento sono un po’ come dei miei figli, tanti di loro hanno perso i genitori oltre che parti del loro corpo!

Le notti di guardia sono tante, spesso si lavora. Guardo l’ospedale dalla casa di fronte, sento spari isolati.

La notte di uno dei tanti attacchi a Mosul la terra trema sotto i piedi dai colpi di mortaio; saliamo sul tetto per vedere cosa succede. In lontananza fuoco e fumo, vicino i cannoni sono impegnati in uno spettacolo pirotecnico mortale, prima il botto che fa tremare la terra e poi il fragore come di risucchio. Penso a chi si trova dall’altra parte, poi finalmente finisce il bombardamento e si deve dormire. Domani, anzi oggi, è un altro giorno di lavoro e sicuramente arriveranno molte vittime.

Una famiglia intera è sfuggita a un bombardamento, sono da noi, al sicuro! La loro casa è stata distrutta ma loro si sono salvati. Puzzano un po’ di cloro, forse durante l’attacco avevano anche diffuso qualche gas, li decontaminiamo. Per fortuna stanno bene, anche i piccoli!

Fa strano come in pochi giorni via da casa il tuo mondo cambi completamente e tutto si concentri sui problemi di una guerra che diventa anche la tua guerra!

Seguo il volo degli elicotteri con lo sguardo, la tecnologia dell’uomo contro l’uomo stesso come uno dei tanti videogames di guerra con vittime vere.

A che serve tutto ciò? L’evoluzione del genere umano si ritorce contro. Nessun altro essere vivente è capace di tanta violenza e crudeltà!

Fine missione, torno a casa. Considero che anche i miei figli hanno avuto un genitore in guerra. Certo non come soldato né mercenario però il distacco lo hanno vissuto anche se per breve tempo. E io anche se mi sentivo tranquillo ora lo sono davvero e finalmente sono libero di camminare per la strada, di andare in un bar o in un negozio. Con Martial ci siamo visti in passato in Afghanistan e poi in Iraq. Dove ci vedremo la prossima volta? Chissà…».