VIAGGIARE PER SAPER VEDERE

DI MATTIA SBRAGIA

Viaggio. Ancora. Di nuovo. Viaggio. Da tanto tempo. Ho sempre viaggiato. Già quando ancora credevo di essere un ragazzo. E prima ancora. Fino a pensare che il mondo bisognasse rincorrerlo e raggiungerlo per poterlo conquistare. E quale giovane non ha mai pensato di voler conquistare il mondo. Il futuro. Ma viaggiando impari che i mondi sono tanti. Che non puoi volerne conoscere solo alcuni ed altri meno. Che viaggiare é necessario per nutrire il pensiero e l’anima con ciò che é “altro da te”. Allora bisognava andare. Accettare la sfida. Cosí feci. E viaggiare, dapprima, mi insegnò a guardare. Poi viaggiando ancora, imparai che, oltre a guardare, bisogna saper vedere. Ma ne passò di tempo! Dopo aver viaggiato tanto da essere diventato un uomo, mi accorsi d’improvviso che avevo imparato anche a non volermi più accorgere. Di nulla. Di tutto ciò che incontravo. Incrociavo. Sfioravo. Il viaggio aveva preso il sopravvento. Non aveva più importanza da dove venissi o dove andassi. Importava solo andare. Ho viaggiato in carrozze con cocchiere e cavalli degni di un re. Su vecchie carrette a tre marce. Navi, barche, moto, bici … ho viaggiato in ogni modo. Prima classe, vagoni merci, macchine rotte, Rolls Royce.
Oggi viaggio su una freccia che deve brillare nel sole perché la chiamano d’argento. Ma oramai é notte. E corriamo dentro il buio accanto alle nostre paure. Che una volta erano sogni. E i pensieri si rincorrono sui visi di chi ci siede accanto, dietro o, peggio, di fronte. Perché arrivare cosí avanti, con testarda ostinazione? Continuare questo viaggio cosí lungo da aver avuto il suo inizio nella mia innocenza e proseguire indisturbato anche ora che é notte. Per tutti. Notte fonda. Di quel nero che non puoi neppure sbirciare fuori dai vetri per guardare il volto del mondo che stai attraversando. E il riflesso della tua immagine galleggia spudorata sugli specchi creati dal nero. E tutti tacciono. E ognuno sa cosa troverà quando questa freccia smetterà di correre e volare. Chi il vuoto di una casa abbandonata, chi le feste di un cagnolino innocente, chi le risposte e chi le domande. Qualcuno i sorrisi, i baci o le carezze. In ogni viaggio la vedo negli occhi di tutti questa gelosia, questa riservata, ostinata discrezione che chiude ogni luce per non far vedere quella piccola felicità che ognuno si porta attaccata addosso. Quella speranza. Che va al di la di ogni piccola realtà. Né politica né calcio, non filosofia né scomode pulsioni, problemi ansie o incognite. Ma solo volti amati, raccolti nel mondo a forza di viaggiare, trattenuti dal loro partire per riempire il mondo di voci gioiose attorno al viaggio buio e sconosciuto che ci depositerà su un marciapiede mai visto a finire o ricominciare o solo continuare l’avventura di vivere la vita.