ZANONI: ZERO PFAS NELLE ACQUE VENETE? SPERIAMO NON SIA UNA BOUTADE DI ZAIA

DI MARCO MILIONI

«Dopo la grande manifestazione di Lonigo dell’8 ottobre in provincia di Vicenza, sul capo della nostra regione rimane il quesito delle cento pistole. Il caso di contaminazione da derivati del fluoro, meglio noti come Pfas, che interessa da anni tutto il Veneto centrale quanto pesa sulle colture e sulla catena alimentare? Quanto l’acqua dei rubinetti di quelle zone è davvero pulita?» A parlare in termini così preoccupati è Andrea Zanoni (in foto), vicepresidente della commissione ambiente al consiglio regionale del Veneto. Già eurodeputato nell’Italia dei valori oggi a palazzo Ferro Fini è uno dei volti più noti dell’opposizione. Un po’ eretico per certi versi nel suo partito, uomo di punta degli ecodem, l’ala ambientalista del Pd, trevigiano di Paese, classe 1965, Zanoni si è fatto le ossa con una lotta di oltre vent’anni sui temi della tutela della fauna, degli ecosistemi. Note sono le sue battaglie contro le lobby dei cavatori e dei cacciatori «sfidati a suon di interrogazioni, interpellanze». Alcuni anni fa una sua proprietà è pure stata data alle fiamme. A più riprese Zanoni ha pure ricevuto minacce con tanto di proiettili recapitati per posta.

Allora Zanoni in queste ore la giunta e l’agenzia ambientale regionale, l’Arpav, fanno sapere che in quasi tutte le case l’acqua, dopo anni è tornata a valori pressoché a zero Pfas: il tutto grazie ad un potenziamento dei filtri che rimuovono queste sostanze. Si tratta di un passo verso la soluzione del problema?
«Speriamo. Ma ci sono alcune considerazioni da fare che riguardano la natura delle falde da cui l’acqua viene attinta».

Lei si riferisce al fatto che siamo in un periodo di secca e che quindi i contaminanti o inquinanti che dir si voglia vengono rilasciati con meno intensità nel sistema di falda?
«Appunto. Per capire come stanno bene le cose bisogna ricordare che la fonte princpale dell’inquinamento è attribuita ad una fabbrica, la Miteni di Trissino, che si trova in una valle, quella dell’Agno al confine col Veronese. Disgraziatamente la fabbrica che produce queste sostanze è stata posizionata dalla prima proprietà, la famiglia Marzotto, su un’area di ricarica di una falda presente più a sud, conosciuta come falda di Almisano, la quale è una delle più importanti dell’intero continente giacché è la riserva naturale di una serie di comuni del Vicentino, del Veronese e del Padovano, che sono attraversati da un sistema fluviale, quello cosiddetto dell’Agno-Guà-Fratta-Gorzone, il quale nel suo flusso verso sud est giunge sino all’Adriatico. Le falde profonde di questo sistema, almeno nel Veneto centrale, da anni e anni alimentano gli acquedotti di quei luoghi, Lonigo, Cologna, Montagnana i più famosi, ma anche la parte superficiale o di breve profondità di questo sistema alimenta un comparto zootecnico e agricolo che costituisce il nerbo della produzione veneta: allevamenti avicoli, bovini, ortaggi, cereali, frutta, produzioni viti-vinicole. Mi fermo per non continuare all’infinito».

A palazzo Balbi, sede della giunta però, si parla di una situazione che volge al bello. Ma allo stesso tempo la stessa giunta domanda lo stato di calamità. Quindi?
«Ecco di questa contraddizione noi abbiamo chiesto conto al governatore leghista Luca Zaia molte volte. Ma lui non risponde, va in tv o sui giornali a parlare. E senza mai contraddittorio».

Consigliere ma se la soluzione coi filtri potenziati, almeno per l’acqua al rubinetto, è davvero la soluzione con la “S” maiuscola, perché non si è proceduto prima visto che in Italia vige, almeno sulla carta, il principio di massima precauzione? Non è che dopo le accuse piovute alla Regione, ma anche al governo, durante la grande manifestazione di Lonigo, qualcuno ai piani alti della giunta ha fatto arrivare ai gestori dell’acqua l’input affinché si filtri l’acqua a tutto vapore, con un dispendio enorme a carico dei gestori, ovvero degli utenti, giusto in tempo utile a evitare una brutta figura a ridosso del referendum consultivo per l’autonomia, per poi mollare la presa a urne chiuse?
«La domanda non è peregrina. Noi vedremo se la spavalderia di certe dichiarazioni, dati alla mano, rimarrà la stessa dopo il referendum. Se per caso i valori si rialzano allora dovremo chiedere a Zaia di organizzare un referendum ogni mese. Ma al di là dell’ironia va considerato un altro aspetto».

Quale?
«Dopo che le piogge, uso un’espressione grezza, avranno rimesso in moto ed in circolo l’azione dei contaminanti che secondo quanto ci dicono i carabinieri del Noe, i quali indagano sul caso di inquinamento su mandato della magistratura vicentina, potrebbero trovarsi proprio sotto lo stabilimento della Miteni, che non è un capannone artigianale ma un’area enorme collocata a ridosso di un torrentello il Poscola, che per anni potrebbe essere stato uno dei vettori dell’inquinamento. Non dimentichiamoci che la platea dei soggetti potenzialmente esposti è di circa 350mila persone. Sette volte tanto il caso più grave avvenuto negli Usa. Non stiamo parlando di bruscolini. Per questo alla Regione io chiedo molta più trasparenza».

Lei non ritiene che occorrerà fare chiarezza anche sugli assetti proprietari della Miteni?
«Sì certo. La fabbrica è nata sotto l’egida dei Marzotto, per anni la casata industriale più importante del Veneto, una delle più importanti in Italia. Poi lo stabilimento è finito in mano all’Eni, appresso l’Eni ha avuto la comproprietà della fabbrica coi giapponesi di Mitsubishi. Nel 2008 questi ultimi hanno venduto a un gruppo tedesco, l’Icig, i cui proprietari non si sa chi siano visto che la holding che controlla la casa madre fa capo a una finanziaria lussemburghese i cui soci reali sono coperti. Pure il procuratore di Vicenza, il dottor Antonino Cappelleri, sentito dalla Commissione ecomafie, ha dovuto sottolineare che al momento gli assetti proprietari non sono entrati tra gli obiettivi investigativi».

Parlando di Commissione ecomafie, possiamo dire che i verbali di quest’ultima generano spesso polemiche? Mesi fa fu la giunta regionale a lamentarsi della eccessiva gravità della situazione descritta nei verbali. Oggi è qualche sindaco. Perché?
«Per carità, la materia è scottante. Io posso capire il nervosismo degli amministratori locali. Però se poi si leggono le carte sono loro stessi a parlare, e dico comprensibilmente, in termini preoccupati. Basti pensare che il presidente del consiglio comunale di Lonigo, il dottor Giorgio Nicola Nicolin, leghista come Zaia, ascoltato il 26 settembre dalla commissione parlamentare ecomafie, riferendosi ai Pfas dice, e recito testualmente: i nostri agricoltori stanno aspettando di vedere quale sia la situazione dei loro prodotti. Secondo alcuni studi dell’International Agency for Research on Cancer, di Lione, queste sostanze inducono la cancerogenesi. Il professor Fletcher, americano, attraverso un’indagine statistica cross-settoriale, ha dimostrato la relazione. Il professor Joergensen, dell’Istituto di Copenaghen, ha detto che certamente c’è questa corrispondenza con tutto il discorso che riguarda la fertilità maschile, i tumori e così via. Studiosi presso la facoltà di medicina di Edimburgo dicono lo stesso. A Padova, il professor Foresta ci ha detto, per la nostra zona: dai 18 ai 35 anni, più 20 per cento dei tumori al testicolo nell’uomo. Ecco queste erano le parole trascritte alla lettera dai verbali del 26 settembre. Io non ne faccio una questione di appartenenza politica. Con la salute e l’ambiente non si scherza. Ma quando vedo l’inviata delle Iene che chiede conto a Zaia sui dati della contaminazione della catena alimentare del Veneto e vedo il governatore che risponde “mi scriva e glieli daremo” mi cascano le braccia. Anche perché quei dati al momento non li hanno forniti nemmeno a noi consiglieri regionali».

La questione della catena alimentare la preoccupa davvero?
«Direi proprio di sì, visto che sull’argomento ho presentato un dettagliato esposto alla procura della repubblica di Vicenza».

Frattanto però dalla Miteni fanno sapere che i Pfas più temibili, i cosiddetti catena lunga non sono più in produzione dal 2011. Antonio Nardone, consigliere delegato della società reputa una follia vietare anche i Pfas a catena atomica corta che l’azienda ancora produce. Lo stesso Nardone sostiene sui giornali che l’azienda abbia sempre agito rispettando le norme. Come valutate voi questa presa di posizione?
«Se la società abbia agito correttamente, visto che c’è una inchiesta penale in corso, lo stabiliranno i magistrati, non l’ufficio stampa della Miteni. Sui cosiddetti Pfas a catena corta la comunità scientifica è molto dubbiosa. La questione ha tenuto banco sui media peraltro. Per cui non possiamo escludere una loro tossicità. Se Nardone vuole prendere il posto degli scienziati si accomodi in cattedra e mostri i suoi studi».

Come finirà questa storia?
«Andrà avanti molto a lungo. Io spero solo che ci sia utile per poter ripensare in modo intelligente il nostro modello sviluppo. I Pfas sono dappertutto. Servono per impermeabilizzare i tessuti, sono usati nell’industria aeronautica, in quella delle stoviglie, nell’abbigliamento. L’approccio equo-solidale, il mercatino a kilometro zero, il prodotto bio vanno bene, ci mancherebbe. Ma qui stiamo parlando di cicli industriali complessi, di sistemi produttivi, di posti di lavoro, di architetture finanziarie che sorreggono o sono sorrette da interi distretti».

Un esempio?
«Prendiamo in esame quello della concia nell’Ovest Vicentino. Che costituisce un altro fattore impressionante di pressione ambientale. Se la Mteni in fondo dà lavoro 150 persone che diciamo del settore concia che ha un fatturato di tre miliardi e dà lavoro nel comprensorio a ottomila lavoratori? È stata misurata con precisione millimetrica negli anni la pressione esercitata sulla salute e sull’ambiente di questo comparto? Ora al di là che questo è un altro tabù veneto, io sono dell’idea che se la politica, unitamente al resto della classe dirigente, non compie una seria analisi di lungo periodo da cui possa prendere forma un nuovo assetto, non solo produttivo, ma sociale ed economico, noi prima o poi, ci ritroveremo sotto i piedi lande inquinate e commesse industriali scomparse. E questo è un problema, sono costretto a ribadirlo perché vengo ascoltato di rado, che coinvolge non solo la politica ma tutta la classe dirigente. Imprenditori, professionisti, sindacato, ricerca universitaria, finanza: nessuno è immune da critiche».

Intanto però gli operai della Miteni rischiano di fare la fine dei vasi di coccio tra quelli di ferro, presi tra il rischio di una chiusura della fabbrica e i valori di pfas del sangue che sono migliaia di volte più alti di quelli già preoccupanti denunciati dai residenti colpiti dalla contaminazione. Perché si parla poco di loro?
«Quegli operai sono coloro che da un certo punto di vista stanno pagando più di tutti e per certi aspetti sono i più deboli. Non devono essere lasciati soli. Sono persone per bene che per anni hanno lavorato in silenzio con spirito collaborativo rispetto all’azienda senza mai nascondere peraltro i problemi che ci sono dentro e fuori l’impianto. Al di là del fatto che a loro spettano tutte le tutele sul piano sanitario e legale che la norma garantisce, a partire dalla necessità di essere sottoposti, già da domani, a test clinici di alto livello, io penso che le Camere, come accaduto con Alitalia, potrebbero valutare uno scivolo socio-pensionistico ad hoc. Chi è stato per anni a contatto con i contaminanti ha diritto a vedere interrotta l’esposizione senza per forza dover perdere il sostegno economico dello stipendio, perché magari a 55 o sessant’anni deve lasciare quel posto di lavoro perché non ce la fa più».