RAJOY SOSPENDE L’AUTONOMIA DELLA CATALOGNA

DI GIORGIO DELL’ARTI

Mezzo milione di persone manifestano, mentre scriviamo, nel cuore di Barcellona. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha sospeso l’autonomia della Catalogna, applicando per la prima volta, nella storia di quel Paese, l’articolo 155 della Costituzione. Ci vuole ancora una lunga procedura che deve essere messa in atto dal Senato (dove Rajoy ha la maggioranza assoluta), ma intanto lo scontro tra i separatisti e Madrid s’è ulteriormente inasprito. Oltre al mezzo milione che grida per la propria indipendenza, l’altra risposta è arrivata dal presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont che ieri sera ha detto: «Si tratta del peggior attacco dai tempi del franchismo, un golpe». Il presidente catalano chiede la solidarietà dell’Europa: «Se i valori fondanti europei sono stati messi a rischio qui in Catalogna, sappiate che lo saranno anche in Europa. Noi siamo europei e siamo convinti che l’Europa pacifica dovrebbe proteggere ognuno di noi, stare al nostro fianco».

L’Europa pacifica starà al loro fianco?
No, l’Europa pacifica, Italia compresa, sta, senza se e senza ma, con Madrid. Persino la richiesta di una mediazione, avanzata dai catalani, è stata respinta da tutti, a parte Svizzera, Svezia e Slovenia che hanno riservatamente fatto sapere di essere disponibili. Ma Svizzera, Svezia e Slovenia sono troppo piccoli, Barcellona aveva bisogna di un mediatore internazionale potente – la Francia, la Germania, gli Stati Uniti – capace di intimidire il governo Rajoy. Del resto sulla mediazione di un terzo ha messo una pietra tombale la vice di Rajoy, avvocatessa Soraya Sáenz de Santamaría, con queste parole: «Nessuna mediazione è possibile tra la democrazia e l’imposizione, tra la legge e la disobbedienza. Questa Camera non ha bisogno di mediatori. I mediatori di questa Spagna che voi dite di voler difendere, sono tutti seduti in questo scranno e con loro si deve parlare».

Vediamo questo articolo 155.
Dice così: «Qualora una Comunità autonoma non rispetti la Costituzione o le altre leggi, o si comporti in maniera da ledere gravemente l’interesse generale della Spagna, il governo (…) potrà adottare le misure necessarie per obbligare il rispetto forzato degli obblighi o per tutelare l’interesse generale». È un articolo mai applicato prima e in mancanza di precedenti non si contano le interpretazioni di uomini politici e costituzionalisti su ciò che il governo spagnolo può o non può fare. Per ora, con la presa di posizione di ieri assunta davanti all’intero corpo dei ministri, Rajoy ha fatto sapere di voler «procedere alla rimozione del capo della Generalitat, dei consiglieri e dei vicepresidenti che formano il governo della Catalogna». Ha aggiunto: «Il parlamento della Catalogna eserciterà la sua funzione rappresentativa ma per garantire che tutto avvenga nella legalità non può proporre nessun candidato alla Generalitat». Esautorato il governo locale, il governo centrale potrà sciogliere il parlamento catalano e indire nuove elezioni, da tenersi entro sei mesi (non quest’anno, comunque). Governo e parlamento locali dovranno limitarsi all’ordinaria amministrazione. Le funzioni dei vari assessorati catalani saranno assunte dal governo centrale. La vita economica della Catalogna sarà controllata e determinata da Madrid. Madrid passava a Barcellona, tutti i mesi, un miliardo e 400 milioni. L’insieme di queste misure dovrà essere approvato a maggioranza assoluta dal Senato spagnolo. In astratto Rajoy ha i numeri e problemi non dovrebbero essercene. Tuttavia meglio non giurare su niente.

Vanno alle elezioni e i separatisti vincono. Che succede?
E lei lo chiede a me? Rajoy spera che in un turno elettorale regolare gli antiseparatisti abbiano la meglio. Nel referendum incasinatissimo del 1° ottobre i sì alla separazione hanno superato il 90% dei voti. Ma è andato a votare molto meno del 50%. I sondaggi darebbero i separatisti in vantaggio per 52 a 48. È certo invece che il resto della Spagna, e specialmente le regioni più povere, vedono catalani e Catalogna come il fumo negli occhi. Escluderei il ricorso alle armi, cioè la guerra civile vera e propria, perché sia spagnoli che catalani mi paiono troppo ricchi per mettersi a un rischio simile. Certo per Barcellona la freddezza internazionale è un problema. Puigdemont e gli altri hanno tentato di vincerla ricordando che il mondo, nonostante l’ira di Putin, riconobbe al Kosovo l’indipendenza dalla Serbia dichiarata unilateralmente (2008). Il Kosovo però veniva da un decina d’anni di massacri, e le botte della polizia spagnola lo scorso 1° ottobre non reggono il confronto. I catalani sperano di essere maltrattati in modo sufficiente da indignare la comunità internazionale. Rajoy, che è maestro nelle guerre di posizione, starà attento a non cascarci e ad aspettare che nel fronte avversario i vari capi comincino a litigare.

Ma come è cominciata tutta questa storia?
Prima del 1936 (guerra civile) la Catalogna godeva di ampia autonomia. Franco la soppresse e anzi considerava i catalani poco meno che dei malviventi. Caduto Franco (1978), l’autonomia gli venne restituita e nel 2006 fu approvata una costituzione catalana che la allargava ulteriormente. il governo centrale era d’accordo con questa Costituzione e il parlamento di Madrid la approvò. Ma nel 2010, su ricorso proprio di Rajoy, la Corte costituzionale spagnola riscrisse 14 articoli e ne mise in discussione altri 27. Di fatto, la carta catalana venne abrogata. Di lì cominciò la lotta indipendentista.

Esiste un articolo 155 anche da noi?
Sì, l’articolo 126 della nostra Costituzione prevede, per ragioni di sicurezza nazionale, lo scioglimento del Consiglio regionale e la rimozione del Presidente della Giunta che abbiano compiuto atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge.