E SE IL SUD LANCIASSE UN REFERENDUM, IL NORD FALLIREBBE

DI RAFFAELE VESCERA

Oggi Lombardia e Veneto votano per un referendum che, dietro la richiesta di ottenere maggiore autonomia regionale, nasconde l’obiettivo di togliere al Sud altri 35 miliardi di euro, oltre i 49 che lo Stato già gli sottrae ogni anno, negandogli i servizi pubblici che profonde nelle regioni del Centronord. Il pretesto addotto dalle due regioni a conduzione leghista è che, a detta di Alberto Brambilla del milanese Corriere della Sera di oggi, “Nel 2012 il Nord ha prodotto un surplus tra entrate e uscite (residuo fiscale) di 94 miliardi, il Centro di 8 e il Sud ha presentato un deficit di oltre 63 miliardi.” Dunque per dare più benessere ai cittadini del Nord, a suo dire, le regioni settentrionali dovrebbero trattenere buona parte di questo loro “residuo fiscale”, e il Sud sempre a loro dire, dovrebbe imparare ad amministrarsi meglio arrivando a coprire almeno il 75% delle spese per il proprio welfare.

Il “ragionamento” non farebbe una piega se lo Stato italiano avesse messo il Sud nelle condizioni di sviluppo che ha garantito al Centronord, invece di impoverire scientemente il Mezzogiorno, trattandolo al pari di una colonia interna cui sottrarre risorse naturali e negare finanziamenti per infrastrutture e lavoro, riducendo i meridionali a un popolo di consumatori di prodotti del Nord. Il risultato è che il Pil pro capite del Sud è di 16.500 euro l’anno, di poco inferiore a quello di greci e portoghesi e pari alla metà degli italiani del Nord. Ovvio che le regioni settentrionali ricevano più tasse dai loro cittadini, ma è altrettanto ovvio che senza le discriminazioni cui il Sud è sottoposto da 156 anni e senza i suoi consumi il Nord starebbe ben peggio.

Scrive Marco Esposito su Il Mattino: “I Conti pubblici territoriali – dati ufficiali – certificano una spesa di 15.802 euro per cittadino del Centronord e di 12.222 per cittadino del Mezzogiorno. Per pareggiare il livello alla media nazionale di 14.567, il Mezzogiorno dovrebbe ricevere 2.345 euro in più per abitante. Cioè 49 miliardi aggiuntivi. Il paradosso dell’Italia è che il Mezzogiorno, in un Paese equo, dovrebbe ricevere 49 miliardi in più e invece si deve difendere dal rischio di ritrovarsi ulteriori 35 miliardi in meno.”

A questo punto, tra i meridionalisti corre la tentazione di indire sì un referendum per l’autonomia delle regioni del Sud per tenersi, ad esempio, le tasse per svariati miliardi delle bollette delle compagnie di Stato, quali, Poste, Enel, Rai, autostrade, carburanti Eni, Telecom, etc. che pagano nelle loro città ma vanno alle regioni del Nord, dove tali aziende hanno (chissà perché) la sede legale. Di più un referendum meridionale potrebbe imporre alle numerose aziende private che operano al Sud ma hanno la sede legale al Nord, di versare le tasse regionali nelle regioni in cui producono. Pensate ad aziende gigantesche come la centrale a carbone Enel di Cerano, l’Ilva di Taranto, e i pozzi Eni lucani che creano danni ambientali per miliardi di euro a Brindisi, Taranto e in Basilicata, senza pagare tasse alle regioni in cui operano. Inoltre, i meridionali, per portare benessere e lavoro alla loro terra amata e fermare degrado e migrazione, considerando che oltre il 90% delle merci da loro acquistate è “made in nord” sono pronti a lanciare una campagna per comprare solo prodotti “made in Sud”, in modo da favorire lo sviluppo delle aziende meridionali. La conseguenza sarebbe che il Nord fallirebbe in pochi mesi. Allora cari “fratelli d’Italia” chi ha il coltello dalla parte del manico?

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