UNA TESI: VISCO ATTACCATO DA RENZI E BOSCHI PER AVER VIGILATO SU BANCA ETRURIA

DI ANGELO DI NATALE

Vista con gli occhiali che normalmente permettono un’osservazione attenta della realtà politica e istituzionale italiana, del passato e del presente, la mozione Pd su Bankitalia votata dalla Camera martedì scorso 17 ottobre risulta strana, pretenziosa, invasiva, dirompente: quasi un abuso, un “mai visto prima”, un colpo basso inferto da un partito politico, per il tramite del Parlamento di cui esso controlla e orienta la maggioranza, ad uno dei pochi organi di vigilanza e garanzia più preziosi e solidi nel generale crollo di credibilità delle istituzioni indipendenti.
Con la mozione, il Parlamento ha impegnato il governo <<ad invididuare, con la proposta di nomina del governatore, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’istituto>>.
Anche senza volere recuperare la versione originaria da cui, durante le concitate trattative con il Governo, sono stati tagliati la parola discontinuità e un intero periodo sulla prevenzione e gestione delle crisi bancarie che suonava come una condanna senza appello dell’operato di via Nazionale, il testo approvato a Montecitorio conserva tutta intera la sua carica eversiva rispetto ad un rigido protocollo di regole scritte e di prassi mai eluse, sulle quali si fonda una funzione essenziale per lo Stato e che è parte del sistema europeo delle banche centrali sancito nei trattati i quali, piaccia o no, si pongono al di sopra della nostra stessa Costituzione come di tutte le Costituzioni nazionali dei paesi membri.
Non è un caso se una mozione di maggioranza che semplicemente sfiorasse il tema Bankitalia non era mai approdata in Parlamento.
E ciò perchè, intanto, la nomina dei vertici dell’Istituto non compete in alcun modo al Parlamento che quindi non ha alcun titolo per occuparsene.
Passi pure se gruppi d’opposizione come M5S, Lega e Si, siano riusciti a portare in aula mozioni aventi contenuto simile, ma che uguale impulso sia venuto dal partito di maggioranza, a Montecitorio quasi assoluta, è qualcosa di inusitato, di mai visto, di profondamente lesivo della grammatica istituzionale e del principio della divisione dei poteri, oltre a configurare precise responsabilità politiche per le conseguenze che l’Italia potrebbe pagare a caro prezzo, quando chiedesse, dinanzi alla Banca centrale europea di cui Bankitalia rappresenta il segmento nazionale, di avere voce in capitolo rispetto ai criteri di gestione delle sofferenze bancarie che in patria hanno raggiunto quota 360 miliardi e che sono una zavorra per la fragilissima economia italiana.
Nè si può derubricare il tutto a normalissima discussione parlamentare, sempre salutare per la democrazia, perchè sia l’oggetto (“nuova fiducia” in Bankitalia) che il periodo, proprio nel momento di scadenza del mandato e di nomina del successore, hanno reso quella mozione un intervento a gamba tesa sulla nomina che compete unicamente al Governo e al presidente della Repubblica.

Senza dire che sul tema generale delle crisi bancarie e, quindi delle relative, responsabilità, comprese eventualmente quelle di palazzo Koch, il Parlamento, appena poche settimane prima ha assunto la propria iniziativa nominando un’apposita Commissione d’inchiesta la quale deve ancora cominciare ad accertare quelle responsabilità.
Ma allora, se il Parlamento non ha titolo per intervenire sul tema, se nondimeno il gruppo di maggioranza entra a gamba tesa su una materia così delicata e in un momento cruciale, c’è da chiedersi perchè.
Come si spiega un atto di così radicale rottura politico-istituzionale e dagli effetti, potenzialmente ma anche attualmente, disastrosi?
Una risposta convincente può risiedere, alternativamente, solo in due casi.
Il primo, se l’attuale vertice di Bankitalia sia responsabile delle crisi bancarie costate centinaia di miliardi di euro agli Italiani e, in tale ipotesi, il partito di governo, pur commettendo un’invasione di campo, non sia riuscito in nome del superiore interesse nazionale, a stare zitto, al fine di scongiurare una continuità nella guida dell’Istituto che sarebbe gravemente dannosa per il paese.
Il secondo se, al contrario, ad agitare quella violazione così palese e quella rottura così profonda sia stato un poderoso interesse particolare, o improprio ed estraneo a quello generale, che la continuità nella gestione di Bankitalia avrebbe compromesso.
Chiarito questo punto, rimarranno sullo sfondo, con il rilievo più o meno vistoso che si vorrà dare, dinamiche e moventi di parte politica che sarà bene tenere presenti.
Il nodo centrale quindi è la mozione contro il governatore uscente di Bankitalia Ignazio Visco.
Cominciamo da quest’ultimo.
Nominato a fine ottobre 2011, è il secondo governatore “a tempo”, dopo Mario Draghi, con mandato di sei anni rinnovabile una sola volta.

Questa norma è stata introdotta con legge del 28 dicembre 2005 la quale prevede che la nomina sia disposta con decreto del presidente della Repubblica su proposta del capo del Governo, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il Consiglio superiore della Banca d’Italia.
Come ha operato Visco alla guida di Bankitalia in questi sei anni?
Ha responsabilità nelle crisi per omessa vigilanza o, addirittura, complicità con le malefatte dei tanti banchieri che hanno gettato sul lastrico centinaia di migliaia di risparmiatori?
Per capire e focalizzare la risposta è utile un passo indietro.
L’istituto di vigilanza, forte del prestigio storico di autentiche autorità morali e riserve della Repubblica come Luigi Einaudi, Donato Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi e Carlo Azelio Ciampi, vede quasi totalmente dissipato questo patrimonio al tempo di Antonio Fazio e dei “furbetti del quartierino” Stefano Ricucci, Danilo Coppola, Giamnpiero Fiorani. Una cricca, come definita in atti giudiziari, funzionale alla scalata della Popolare di Lodi, piccola banca di provincia gestita come cosa propria e al di fuori di ogni regola da Fiorani, pupillo del governatore Fazio che lo mette in pista con ogni mezzo nella scalata ad Antonveneta, poi finita ad Abn Ambro e dopo un lungo giro acquistata per 17 miliardi, a fronte dei 5 per i quali è stata offerta a Fiorani, dal Monte dei Paschi di Siena.
Lo scandalo di un tessuto sistematico e amicale di relazioni pericolose induce Fazio, succeduto a Ciampi nel ‘93, a dimettersi nel 2005 quando, anche per la bufera che ha investito la sua gestione, si rende necessario porre fine all’inamovibilità a vita della carica.
Con Draghi la credibilità di Bankitalia torna alle vette consuete anche se si scoprirà in seguito che negli anni del suo mandato, dal 2006 al 2011, il sistema di controllo e di vigilanza sulle banche italiane incappa in più di una défaillance.
Su tutte il caso dell’acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi, autorizzata il 17 marzo 2008 da Draghi per un costo di 9 miliardi (Abn Ambro appena tre mesi prima l’ha pagata 6 miliardi) poi però lievitato a ben 17 miliardi, nonostante pochissimo tempo prima proprio Bankitalia abbia accertato il pessimo stato dei conti dell’istituto veneto.
Che uno stimato campione di competenza, rigore e affidabilità come Draghi sia incorso in questo ed altri infortuni potrebbe essere materia di un’apposita indagine. Qui basti dire che quelli sono anni in cui, mentre in tanti paesi crollano colossi bancari, in Italia si ripete che il sistema è solido, i controlli efficaci e i pericoli inesistenti. Purtroppo, nonostante Draghi, nessuna di queste tre cose è vera, come scopriremo a caro prezzo solo diversi anni dopo, nell’era Visco.
Il governatore, nominato da Napolitano su proposta di Berlusconi, s’insedia nei giorni finali del governo dell’allora cavaliere, travolto dalla crisi finanziaria e dalla tempesta della speculazione.
Fin dal primo anno del suo mandato, non si può dire che le ispezioni siano carenti e i controlli inefficaci. Già nel 2012 Visco firma relazioni pesantissime su Banca Etruria, banca il cui nome nulla dice in quel periodo all’opinione pubblica nazionale, non essendo nota alcuna crisi o alcuna situazione di allarme.
Eppure i rilievi di Visco sono severi, le intimazioni nette, chiare e reiterate più volte anche nel 2013. E poichè nulla succede in quanto i vertici della banca continuano a dilapidare il patrimonio, concedendo prestiti milionari senza garanzie, in molti casi ad un ristretto giro di amici e sodali addirittura anche in conflitto d’interessi, a settembre 2014 arrivano anche le sanzioni ad amministratori e sindaci. Tra i primi c’è anche Pierluigi Boschi, in carica dal 2011 come componente del Cda, vice presidente della banca da maggio 2014 quando la figlia Maria Elena da appena due mesi è ministro del governo Renzi.
E siccome neanche le sanzioni bastano a cambiare lo stato delle cose, due mesi dopo, a novembre 2014 nuove ispezioni accertano una perdita d’esercizio per 517 milioni e si concludono con ancora più pesanti censure. Ma mentre i Boschi, padre e figlia, sono impegnati a cercare salvatori esterni per altre vie (politica, massoneria, perfino attraverso Flavio Carboni, il faccendiere artefice della P3), la banca viene spinta fino al burrone.
E’ l’11 febbraio 2015 quando gli ispettori mandati da Visco interrompono una riunione del Cda, accompagnandone alla porta tutti i componenti in quanto la Banca Etruria, avente un debito superiore al patrimonio, è tecnicamente fallita.
E’ in questo momento e per mano di Visco che di fatto avviene il commissariamento della banca, che settimane dopo prenderà forma in un decreto del ministero dell’economia di cui, quasi comicamente, Maria Elena Boschi e il suo mentore Matteo Renzi, capo del governo, ascrivono ancora oggi ai propri meriti come un atto di eloquente imparzialità tale da mettere a tacere ogni accusa di conflitto di interessi!
In quel periodo la maggioranza renziana in Parlamento blinda la ministra la quale respinge la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni giurando che mai è intervenuta negli interessi di famiglia.

E’ una bugia come dimostra il suo incontro a marzo 2014 con il presidente di Etruria Giuseppe Fornarsari insieme al papà-vice e con gli emissari di Veneto Banca, Flavio Trinca e Vincenzo Consoli, anch’essa nel mirino di Bankitalia, giunti da Montebelluna nella residenza di Laterina in cerca di una strategia comune. E come dimostra la rivelazione di Ferruccio De Bortoli secondo la quale la ministra nel 2015 chiede all’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni di comprare Banca Etruria: Boschi preannuncia una querela mai presentata, mentre Ghizzoni non smentisce la circostanza che anzi lascia intendere, qualora interrogato nelle sedi appropriate, di potere confermare. Ma nessuno lo chiama in una “sede appropriata”. Vedremo se, oltre a qualche procura che si spera stia agendo in silenzio, di tale disponibilità si ricorderà il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Casini il quale, come è noto, su suggerimento di Matteo Orfini, dirigente Pd da anni “renzianissimo” … quasi quanto la Boschi, ha deciso di cominciare con le banche venete: Etruria verrà dopo, e non è detto che ce ne sarà il tempo, almeno prima della scadenza della legislatura e delle conseguenti elezioni politiche in cui Renzi-Boschi si giocheranno il tutto per tutto.
Per tornare alla vigilanza operata da Bankitalia sotto la guida di Visco, almeno con riferimento al caso di Banca Etruria si può dire che ci siano state distrazione, morbidezza, inefficacia nei controlli? Assolutamente no, anzi è evidente e comprovato il contrario.

Diversa potrebbe essere la risposta in relazione ad altre crisi bancarie come quella della Popolare di Vicenza che fino al 2012-2013 Bankitalia ignorava al punto che il capo della vigilanza Barbagallo suggeriva la fusione di Veneto Banca ed Etruria con il gruppo di Zonin. Per stabilire quanto colpevolmente, occorrerebbe un’apposita indagine. Sicuramente Visco su questa materia dovrà giustificarsi ed è per questo che Renzi tramite Orfini ha suggerito a Casini di cominciare dalle banche venete. Ma con la sua mozione ogni gradualità ed ogni tattica saltano insieme alle furbizie che le hanno generate ed il caso esplode nella sua brutale verità.
Dopo Visco, veniamo a Renzi.

Con le crisi bancarie qual è stato il suo approccio, considerato che è stato lui a volere la mozione contro il governatore?
Quali i suoi atti nei tre anni in cui è contemporaneamente capo del governo e del Pd, e nei successivi sei mesi già trascorsi al comando, riconquistato, del partito da cui l’attuale governo dipende pressoché totalmente?
Mentre Visco stringe in una morsa, tentando di recuperarle ad una correttezza e trasparenza di gestione, banche che vanno dritte verso il fallimento come Etruria, Renzi lo attacca per lo stipendio che vorrebbe ridurre al tetto fissato per i dirigenti dello Stato, dimenticando, al di là del buon senso della richiesta, che quello di via Nazionale è organo indipendente.
Dopo la riforma delle banche popolari in cui non mancano ombre, proiettate, come nel caso della Boschi, dal solito giglio magico, un altro dossier discutibile è quello del Monte dei Paschi quando Renzi, già in campagna referendaria in vista del 4 dicembre, garantisce il miracolo della salvezza affidandosi a Jp Morgan cui è promessa una commissione da 558 milioni di euro, ignorando altri piani di salvataggio e non esitando a imporre al ministro Pier Carlo Padoan di licenziare su due piedi l’amministratore delegato di Mps Fabrizio Viola non gradito a Jp Morgan, in cambio di Marco Morelli con il quale il mercato fornirà i capitali richiesti.
Come va a finire? Nessun salvataggio, risposta disastrosa dei mercati, zero risultati sulla strada prescelta da Renzi.
Poi c’è il dossier delle quattro banche commissariate: oltre ad Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti.

Il governo-Renzi a novembre 2015 emette il decreto che, grazie al “bail-in”, pone in carico al sistema bancario il costo di salvataggio e azzera di fatto conti correnti, azioni e obbligazioni di centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori vittime incolpevoli di sistemi fraudolenti con cui quelle banche hanno nascosto il loro gigantesco passivo, continuando a vendere a clienti ignari, spesso come condizione di erogazione del credito ordinario, azioni e titoli-spazzatura.
Su questo fronte sono da accertare le responsabilità di controllo, in questo caso da parte della Consob, mentre alla Banca d’Italia di Visco va dato atto di avere lanciato più volte, ma invano, un forte monito al Parlamento e al Governo per gradualizzarne il passaggio al bail-in e ammorbidire il suo impatto sul tessuto economico sociale.
Nella sola banca Etruria, in una notte 350 mila piccoli risparmiatori vedono cancellate azioni e obbligazioni per oltre 300 milioni di euro: effetto del bail-in che il governo vuole immediato e integrale, mentre Bankitalia suggeriva prudenza e un percorso transitorio.
Questo è quanto accaduto nei sei anni di carica di Visco e nei quattro di Renzi di cui i primi tre al Governo, il quarto a capo del partito ma con un controllo pressoché ferreo sul Governo che egli, dopo le proprie dimissioni obbligate dalla sconfitta nel referendum, fa nascere.
Di Maria Elena Boschi in parte abbiamo già detto.
Potentissima ministra per le riforme con Renzi a palazzo Chigi, sua figura forte in nome di una fiducia pienissima e di un legame strettissimo, abbiamo visto come abbia usato tutto il suo potere per cercare di risolvere gli affari privati di famiglia in relazione alla crisi della banca amministrata da papà.
Quando il governo di cui fa parte si trova, più volte, a prendere decisioni che riguardano quegli affari e quegli interessi in evidente conflitto, lei, nella migliore delle ipotesi (in Parlamento non è chiara neanche su questo) si limita ad uscire dalla stanza: una farsa umiliante che l’Italia pensava di non dover più vedere dopo l’analogo comportamento di Berlusconi quando il “suo” governo si occupava delle “sue” tv.
Se questo è il passato, più o meno prossimo, che dobbiamo tenere presente per capire come sia stato possibile che il partito di Renzi e Boschi abbia compiuto martedì scorso quel blitz in parlamento senza precedenti, ecco la ricostruzione più rigorosa e vicina al vero che, al netto di dubbi e congetture dell’immediato, cinque giorni dopo si possa fare di quel turbolento pomeriggio parlamentare.
Difficile parlare della mozione come di un atto d’impeto.
Da settimane era chiaro che i decisori, Mattarella e Gentiloni, ritenessero naturale una conferma di Visco.
Venerdì 13 ottobre, quattro giorni prima che la mozione irrompa in Parlamento, Maria Elena Boschi cancella il tema dall’agenda del Consiglio dei ministri. E la stessa cosa fa nella riunione di lunedì 16.

Gentiloni, pigro anche quando si tratti di mettersi sul “chi va la” e di pensar male, non s’accorge di nulla e non nota niente di strano, tant’é che ai giornalisti che quel giorno gli chiedono cosa abbia deciso il Consiglio dei ministri su Bankitalia, risponde allegro e sollevato come chi possa attestare la migliore condizione di se: <<non ne abbiamo assolutamente parlato>>.

Forse a Gentiloni, ma non al duo Renzi-Boschi o meglio Boschi-Renzi, sfugge un articolo del Corriere della Sera di mercoledì 11 ottobre che dedica ampio spazio alla citazione in Tribunale, per circa mezzo miliardo di euro, da parte del liquidatore Giuseppe Santoni, dei vertici di Banca Etruria, Boschi senior compreso, responsabili del fallimento e dei danni provocati dalla loro gestione a correntisti e risparmiatori.
A Gentiloni, ma non a Boschi-Renzi, sfugge anche la circostanza che l’ampio servizio, oltre a quella di Fiorenza Sarzanini, cronista giudiziaria, porti anche la firma di Federico Fubini, vice direttore ed editorialista di punta su temi prevalentemente economici e istituzionali.
Come se ciò non bastasse il tandem Sarzanini-Fubini si ripropone martedì 17 ottobre quando il Corriere passa in rassegna i beni di sindaci e amministratori di Banca Etruria che rischiano di essere aggrediti per effetto di quella citazione per danni.
Pare che l’idea di una mozione da fare deflagrare in aula quando saranno in discussione quelle delle opposizioni, nasca sabato 14 ottobre tra Renzi, Maria Elena Boschi e Francesco Bonifazi, deputato, tesoriere del Pd, ex fidanzato della potente sottosegretaria (nel governo-Gentiloni si parla di un “palazzo Chigi 1” e di un “palazzo Chigi 2” per delimitare l’area d’influenza e di controllo del premier da quelle della longa manus di Renzi) nonché socio di studio del fratello di lei: tutti ruoli venuti già in rilievo qualche settimana prima a proposito della partecipazione di Bonifazi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche.
Ma è lunedì sera che la decisione comincia a prendere forma quando dal nucleo ristrettissimo del trio magico il testo passa nelle mani fedelissime di Ettore Rosato, presidente del gruppo alla Camera, dispostissimo a firmarlo nella sua versione originaria in cui si invoca esplicitamente discontinuità e a farsi carico di condurlo al voto finale. Un’operazione non facile perché solo il massimo di segretezza fino all’ultimo momento possibile ne può consentire l’approvazione: la prevedibile reazione corale di indignazione istituzionale può indurre decine e decine di deputati, per quanto fedeli e disposti a qualunque voto in nome dell’obbedienza al capo, a tentennare o sottrarsi.
E’ per questo che lunedì sera il piano è ancora top-secret.

Successivamente Renzi dirà che in quel momento il governo è già informato attraverso il sottosegretario Pierpaolo Baretta il quale però smentisce.
Certo è che fuori dalla cerchia ristretta dei quattro (Renzi, Boschi, Bonifazi, Rosato) nessuno sa niente fino a martedì mattina 17 ottobre quando, con massima circospezione, il capogruppo comincia a raccogliere le firme tra i suoi deputati dai quali pretende la consegna del silenzio, se è vero che alle 14 nel Governo tutti ne sono ancora all’oscuro.

E’ a quell’ora che Gentiloni apprende della mozione dal capogruppo di Ap Maurizio Lupi (non da un esponente Pd) e, intuita l’enormità della cosa, cerca con urgenza Anna Finocchiaro, ministra dei rapporti con il Parlamento che per un po’ non risponde. Il suo telefono continua a squillare mentre si trova in Senato per una riunione dei capigruppo che deve calendarizzare, ironia della sorte, il “Rosatellum-bis”.
Quando Gentiloni riesce a parlarle, lei abbandona la conferenza e si precipita alla Camera. Sono ore caldissime di scontri e di mediazioni perchè “Paolo il temporeggiatore” non è in grado di dire no a Renzi e cerca solo di ridurre il danno chiedendo timidamente tramite il suo ministro alcune modifiche.

Riesce solo in parte perché dopo un primo sì, trova un muro e capisce che il suo amico Renzi è pronto anche a sconfiggerlo in aula come dopo rivelerà la chat su whatsApp dei parlamentari vicini ad Andrea Orlando tra i quali la stessa Finocchiaro cui Gentiloni affida la trattativa.
Il Governo ottiene che sulla mozione non ci sia la firma di Rosato, presidente del gruppo con il peso del suo ruolo, e così prima firmataria diventa Silvia Fregolent, la deputata più vicina a Maria Elena Boschi, se mai vi fossero dubbi su quale sia il movente di quella che in molti riterranno un’imboscata lungo il percorso della riconferma di Ignazio Visco.
In ogni caso rimane il fatto che un atto così dirompente, irrituale e pericoloso non viene discusso in alcuna sede né di partito né di gruppo parlamentare, anzi preparato come un blitz segretissimo, il che fa dire al deputato Marco Miccoli, con una punta di critico rammarico: <<ho votato una schifezza>>.
Nelle due ore che precedono il voto, il ministro Padoan, infuriato, non si rassegna alla verità incredibile delle cose: <<Paolo dimmi che non è vero, ti prego>> urla al telefono quando il presidente del consiglio deve ammettere che non ne sapeva niente e che ad informarlo è stato poco prima, alle 14 dello stesso giorno, Lupi e non Renzi, né Boschi, né Rosato. Negli stessi momenti Anna Finocchiaro che cerca di mediare e di riferire a Gentiloni, non si capacita: <<ma come Paolo, non hai il testo?>>. No, non ho il testo>> deve ammettere il capo del Governo.
Nella vicenda c’è tutto il Renzi che abbiamo conosciuto: deciso, tenace, cocciuto, lanciatissimo, costi quel che costi cinicamente e unicamente, verso i suoi obiettivi personali che in questo caso sono: dare, anche a nome del suo giglio magico capeggiato dalla Boschi, una lezione a Visco; riaffermare il suo potere prevaricante anche sul governo; marchiare l’immagine di Gentiloni come quella di un suo replicante come già fatto con l’imposizione del voto di fiducia sulla legge elettorale, perché perda credito come possibile candidato dopo le elezioni a palazzo Chigi; imbrogliare le carte e additare Visco come il responsabile delle crisi bancarie che si devono invece alla malagestio di consorterie criminali e cricche familistiche (non a caso in quelle ore Bersani osserva: negli Usa prima hanno messo in galera Madoff e poi si sono chiesti se la Sec avesse fatto tutto il necessario!); mettere in valore quest’imbroglio nell’imminente agone elettorale quando Lega, M5S e Sinistra tuoneranno contro le banche e i loro sistemi di protezione e lui, Renzi, presuntuoso e ambizioso quant’altri mai, sarà capace di far credere di essere stato sempre dalla parte dei risparmiatori affondati dalle colpe di Bankitalia.
Ma c’è un limite a tutto e sono in molti, anche tra coloro che lo hanno oltremodo sostenuto, a ritenere che questa volta l’arrembante capo del Pd questo limite lo abbia superato: da Walter Veltroni a Giorgio Napolitano, da Roberta Pinotti a Carlo Calenda, da Piercarlo Padoan a Romano Prodi.
Quest’ultimo viene velenosamente tirato in ballo da Renzi, in cerca di un inesistente precedente che legittimi la sua pesante invasione di campo, per avere semplicemente auspicato nel 2005, dopo lo scandalo-Fazio, l’intervento legislativo poi sfociato nella legge che ha posto un termine al mandato del governatore.
Più di tutti la prende male il capo dello Stato cui compete la nomina del governatore di Bankitalia.

Mattarella si dice esterrefatto e definisce inopinato il contenuto della mozione: nel suo lessico si tratta di espressioni fortissime e quasi estreme.
Il bilancio dell’assalto dello statista di Rignano è di macerie e probabilmente si risolverà in una totale sconfitta per lui, su tutti i fronti.
Mercoledì 18, il giorno dopo, Visco parla con il presidente della Bce Mario Draghi che gli conferma tutto il suo sostegno già manifestato presentandosi a maggio scorso ad ascoltare, prima volta in sei anni, le sue considerazioni finali sulla relazione annuale di Bankitalia; incontra il ministro Piercarlo Padoan da cui riceve la stessa attestazione di stima; interviene alla commemorazione di Federico Caffè, l’economista che più di ogni altro incarna il pensiero e le teorie di Keynes totalmente assenti nell’agenda-Renzi e delle quali oggi l’Italia avrebbe urgente bisogno; va a palazzo San Macuto a preannunciare al presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche Pierferdinando Casini che renderà disponibili oltre quattromila documenti sull’affaire delle tante crisi che hanno devastato il sistema creditizio italiano, perchè tutti sappiano come sono andate le cose.

Un osso duro, questo governatore taciturno, che Renzi forse non s’aspettava!
Peraltro Visco a metà novembre sarà ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, ma prima di lui sarà la volta del capo della vigilanza dell’istituto Barbagallo; dei procuratori di Roma Giuseppe Pignatone e di Vicenza Antonino Cappelleri che indagano su varie ipotesi di reato; delle associazioni dei consumatori; dei liquidatori delle banche fallite.
Venerdì prossimo 27 ottobre il Consiglio dei ministri dovrà, finalmente, pronunciarsi sul nome da proporre al capo dello Stato per la guida di palazzo Koch nei prossimi sei anni.
Se la decisione potesse essere presa solo a palazzo Chigi, non c’è dubbio che il presidente del Consiglio, cui Renzi suole urlare al telefono quando impartisce ordini che non consente siano discussi, farebbe esattamente ciò che il vero capo del suo governo impone.
Ma a decidere è Mattarella, di concerto con Gentiloni al quale compete la proposta. Quindi una decisione congiunta che, pertanto, mette fuorigioco Renzi, il quale, nella sua personale visione delle istituzioni, è capace di … congiungersi solo con le proprie mire personali, le proprie strategie, gli assalti, i blitz, i giochi pericolosi a lui congeniali, e di interagire unicamente con coloro il cui compito è di eseguire i suoi comandi.
Tutto è possibile, anche che Gentiloni tenti, timidamente come nel suo stile, di verificare se Mattarella sia disponibile a nominare qualcuno diverso da Visco, il che gli consentirebbe di inchinarsi all’ennesimo diktat di Renzi. Ma è molto poco probabile che l’impresa, nello scompiglio creato da Renzi e nel teatro di macerie lasciato dalle sue scorribande, possa riuscirgli.
In ogni caso Gentiloni farà tutto il possibile.
In gioventù ha militato nel Movimento studentesco di Mario Capanna ed è stato segretario regionale per il Lazio del gruppo maoista Movimento Lavoratori per il Socialismo poi confluito nel Partito di Unità Proletaria per il Comunismo. Ma anche più di recente, dieci anni fa, cinquantenne, ministro delle comunicazioni del Governo Prodi ha denotato un certo piglio battagliero contro il conflitto di interessi di Berlusconi.
A Palazzo Chigi invece i suoi collaboratori lo chiamano “The Hurt Locker” dal titolo del film sugli sminatori americani in Iraq.
Uno sminatore in servizio permanente “Paolo il freddo”, ma l’impresa questa volta è proibitiva. Il numero di mine di cui l’incursione di Renzi ha disseminato il campo è impressionante ed anche scoraggiante, e non basteranno a bonificarlo i cinque giorni che mancano alla riunione del Consiglio dei ministri in cui Boschi non potrà chiedere alcun rinvio della pratica Bankitalia e Gentiloni, suo malgrado, non potrà concederlo.