LA CHIAMAVANO MIMI’

DI RENATA BUONAIUTO

Anche quella mattina si svegliò all’alba, anzi no le quattro non possono considerarsi alba… cercò di scivolare piano dal letto, il suo turno a lavoro iniziava presto doveva sbrigarsi se non voleva far tardi, preparò in religioso silenzio un caffè…le piacevano quei momenti tutti suoi, sbirciò fuori dalla finestra.
Le case dei vicini erano tutte buie, anche loro sembravano immerse nei sogni dei loro inquilini o, forse solo occupate a difendere quelle ore di sana incoscienza…
Come ogni mattina, cercò nel caldo getto della doccia di liberarsi dal torpore che ancora l’avvolgeva. Scelse un abbigliamento comodo e caldo, era gennaio ed in quei giorni aveva piovuto molto, forse per questo non aveva notato il fuoco spento e la coperta abbandonata sul ciglio della strada, su quella strada che ogni mattina percorreva con la sua piccola utilitaria, al caldo del riscaldamento acceso e con la musica che le faceva compagnia.
Ma quel giorno era diverso, non c’era la solita nebbiolina che confondeva le ombre, non c’erano pozzanghere da evitare e scrosci d’acqua improvvisi.
La scorse rannicchiata su un muretto, il fuoco stava spegnendosi, doveva aver riscaldato le ore piu’ fredde e piu’ buie della notte. Il colore della sua pelle si mimetizzava nella notte, quasi a proteggerla… aveva lunghi capelli ricci, e grandi labbra rosse, accentuate da un rossetto vistoso. I loro occhi s’incontrarono per pochi istanti, istanti sufficienti a farle capire che quella ragazza, era stata lasciata lì per uno scopo…il peggiore.
Poteva avere l’età di sua figlia, poteva avere i suoi stessi sogni e, chissà nel suo viaggio della speranza, aveva creduto veramente di poterli veder realizzare.
Sfuggire alla miseria della sua terra, alla guerra, alla fame, sfuggire da un futuro già scritto.
Pensava ai giorni che avevano preceduto l’addio. A sua madre che credeva di dover essere felice per quel distacco, mentre sentiva dentro di sé salire un nodo alla gola, uno smarrimento profondo.
Cosa avrebbe provato se avesse saputo di quelle mani che ogni sera violavano quel corpo che lei aveva amato e nutrito, abbracciato e coccolato, cosa avrebbe provato se avesse saputo che quel viaggio si sarebbe infranto in una notte senz’alba, cosa avrebbe fatto se avesse immaginato che la vita donata, adesso l’era stata rubata.
Ad attendere i “sopravvissuti” di quel viaggio della speranza , erano già pronti uomini senza scrupoli, senza emozioni, senz’anima…
L’avevano costretta a prostituirsi, notte dopo notte, mese dopo mese, anno dopo anno. Le avevano interrotto la vita, spezzato i sogni, umiliato il corpo.
Era tardi, doveva andare a lavoro ma, quell’immagine era ancora lì…la mattina dopo decise di anticiparsi, voleva comprare dei cornetti caldi, parlarle.
Quando arrivò il fuoco era acceso, l’odore penetrante le bruciò la gola, come faceva a sopportarlo si chiese stupidamente…
Si alzò ed accennò un sorriso, ringraziò per quell’insolito dono e tornò al suo posto…sembrava una bambina in un corpo da donna, ubbidiente e rassegnata, ma anche eccitata alla vista di una sconosciuta che finalmente non doveva temere.
Le disse il suo nome Mimì, “che strana coincidenza pensò”, lo stesso nome di suo nonno. Ma aveva notato anche che aveva pronunciato quel nome con distacco, con indifferenza, come se non le appartenesse…forse l’avevano battezzata loro così o forse l’aveva scelto lei perché su quel marciapiede, su quella strada non c’era lei ma solo Mimì.
Tornò quasi tutti i giorni, i cornetti aumentarono, c’erano altre ragazze nigeriane con lei…tutte uguali, tutte Mimì.
Andando via una mattina scorse una macchina poco distante, un uomo solo al suo interno la guardava…
Per un po’ Mimì non tornò piu…