BULLISMO, QUANDO A DIRE NO E’ UN COMPAGNO DEI BULLI

DI CHIARA FARIGU

Bullismo, ci risiamo. Ma stavolta l’episodio ha un epilogo inaspettato che fa la differenza. E che vale la pena raccontare, perché di bullismo si parla poco e molto spesso male. I protagonisti della storia, con ruoli differenti, 5 ragazzi giovanissimi, appena 13 anni a testa, una società sportiva nei pressi di Firenze, il luogo dove si sono svolti i fatti.

Andrea, dopo la scuola, è solito frequentare una palestra. Praticare un’attività sportiva lo fa sentire simile agli altri, lui che è un ragazzo “speciale”, nato con un cromosoma in più. Simpaticissimo con quel taglio d’occhi a mandarla, sorriso sempre pronto, dolcissimo di carattere. Allo stesso tempo fragile e indifeso come chiunque abbia la sindrome di Down. Pertanto incapace di riconoscere il male e ancor più di sapersi difendere da atti violenti. La palestra, come la scuola è luogo di apprendimento ma anche di socializzazione. Si fanno amicizie, ci si confida, si scherza, si fa gruppo. Si scaricano le tensioni accumulate durante lo studio, si evade. Così è stato anche per Andrea sino a quando non è incappato in tre bulletti in cerca di “emozioni” nuove per vedere l’effetto che fa.

Andrea, la “vittima” perfetta: fragile, vulnerabile e per giunta con disabilità. Più facile da colpire, più semplice e “divertente” da prendere in giro e umiliare. E’ quanto hanno pensato i tre bulli che negli spogliatoi della palestra gli hanno sbriciolato e buttato la merenda nell’acqua della doccia per poi costringerlo a mangiarla. Un’umiliazione per Andrea, incapace di reagire a quel sopruso, risate a gogò per i tre ideatori della “bravata” o gioco, come troppo spesso si è soliti derubricare atti del genere. Che sarebbe potuto durare a lungo perché le “vittime” come Andrea difficilmente raccontano se non dopo diverso tempo e dopo che qualche familiare ne ha preso atto.

Ad Andrea è andata bene. Perché mentre raccoglieva da terra la merenda bagnata e la metteva in bocca è apparso lui, Marco a mettere fine all’ennesimo atto di bullismo.
Non ci pensa due volte, il coetaneo di Andrea: in un attimo si ritrova in mezzo tra il compagno deriso e i tre bulletti intimando loro di smetterla e di vergognarsi per quell’atto deplorevole.
A denunciare il fatto la mamma della vittima sul suo profilo Facebook: “Bullismo contro mio figlio down: umiliato e deriso da tre coetanei”, scrive la donna, “costretto a mangiare la merenda gettata nelle docce”. “Ci sono ancora ragazzini che non si piegano ai soprusi, scrive la mamma, che denunciano che chiedono giustizia, che mettono a repentaglio la loro tranquillità per un amico. Quel ragazzo ha dimostrato un coraggio, una correttezza, una forza che quei tre messi insieme non avranno mai”.

Per fortuna, si potrebbe aggiungere. E’ grazie ai ragazzi come Marco che possiamo sperare che non tutto sia perduto. Ne è convinta la mamma di Andrea così come il sindaco di Bagno a Ripoli, la cittadina dove si sono svolti i fatti, che ha ripreso il post della signora facendolo diventare virale in poche ore. Marco ha scelto dove e con chi stare. Ha scelto di non restare indifferente. “Il coraggio di M. è una speranza, un seme che deve essere coltivato”, ha scritto il sindaco, ringraziandolo.

Di bullismo se ne parla poco. Sbagliando. Perché di bullismo si muore, la cronaca ce lo ha raccontato come diversi casi si siano risolti tragicamente. Di bullismo si rimane segnati a lungo. A volte per tutta la vita.
Alcuni dati Istat risalenti al 2014 evidenziano che più del 50% degli 11/17enni è stata vittima di un episodio offensivo, irrispettoso e/o violento da parte di coetanei. Dati che negli ultimi anni sono andati in crescendo. Un fenomeno da non sottovalutare. Perché potrebbe sfuggire di mano, soprattutto quando chi dovrebbe stigmatizzare e porre fine a certi comportamenti è portato a derubricare a scherzi innocenti o bravate le malefatte di chi li commette.

La storia di Andrea ha avuto un lieto fine. Ma non sempre è così. Per questo non possiamo abbassare la guardia. Mai

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