ROMA, BERLINO E ADESSO TOKYO: DALLA COSTITUZIONE PACIFISTA ALLE GUERRE

DI ALBERTO TAROZZI

Sul finire della seconda guerra mondiale tre nazioni, quelle sconfitte, del così detto asse Roma, Berlino, Tokyo, diventarono pacifiste per forza: Italia, Germania e Giappone.
Il ruolo di nazioni sconfitte comportò una rinuncia forzata a riarmarsi, una svolta pacifista che si tradusse in articoli delle rispettive costituzioni, per l’imposizione delle potenze vincitrici.
Le clausole più restrittive vennero imposte al Giappone, forse a ricordo del fatto che i soli giapponesi avevano in fin dei conti violato, in quel di Pearl Harbour, quelli che potevano venire considerati i confini degli Usa; tanto che vi fu chi disse che l’articolo 9 della Costitzione giapponese era stato scritto direttamente da mano statunitense.
Cosa vi era scritto?

ART. 9- Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali.
Per conseguire, l’obbiettivo….non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.

Dunque una clausola che poteva giungere alla negazione, poi ammorbidita, anche del puro e semplice costituirsi di un esercito.

Più articolato l’articolo 11 della nostra costituzione, certo gradito alle potenze vincitrici, ma elaborato secondo una riflessione politica del tutto interna alla cultura della nascente democrazia italiana.

ART. 11- L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Prevale il ripudio della guerra come principio etico e viene invece lasciato spazio all’interpretazione di cosa significhi “limitazione della sovranità” altrui e quali siano le “organizzanizzazioni internazionali” idonee a decidere se e in che genere di interventi dovessimo risultare coinvolti.

Infine la Costituzione tedesca, categorica, ma meno preclusiva di quella giapponese e apparentemente sottratta al rischio di interpretazioni discordanti, in cui poteva incappare il nostro art. 11.

ART. 26 – 1) Atti che siano idonei e posti in essere con l’intento di turbare la pacifica convivenza dei popoli, e specificamente di preparare una guerra d’aggressione, sono
anticostituzionali. Essi devono essere colpiti da pena. 2) Armi destinate alla condotta di una guerra possono essere fabbricate, trasportate e messe in circolazione solo con l’autorizzazione del governo federale. Una legge federale
regola i particolari.

Veniamo ai fatti, ossia alla storia dei rispettivi dopoguerra.
Prima di tutto un effetto collaterale troppo spesso ignorato.
Le tre nazioni in questione sono state le uniche a registrare un aumento consistente del Pil, su scala planetaria, tra quelle che nell’anteguerra non si erano ancora sviluppate a misura delle potenze occidentali. Forse il fatto di avere sottratto risorse al riarmo non aveva poi fatto così male all’economia e le risorse liberate avevano funzionato da propulsore di primordine per i boom economici dei tre paesi in questione.

Altro discorso va fatto per la tenuta del connotato pacifista delle rispettive politiche estere.

Al di delle premesse di principio l’Italia dilatava, col passare degli anni, le sue prospettive interventiste ai quattro angoli del mondo. Dapprima negli anni 80, suonarono le fanfare per l’intervento del Generale Angioni in Libano a favore della pace; poi ci gloriammo perché nel 91, nell’ambito dell’intervento Onu in Iraq, due nostri avieri vennero catturati dalle truppe iraqene a testimonianza del nostro darci da fare in loco (sembra incredibile, ma il fatto che quella cattura ci collocasse in prima pagina fece incazzare a morte i media francesi che, non potendo proporre la cattura di qualche loro compatriota ignorarono la nazionalità dei nostri due avieri). E finalmente venne il Kosovo e il governo D’Alema. I weekend primaverili sulle nostre coste adriatiche ebbero come colonna sonosra il fragore dei bombardieri che, decollati da Aviano, Pisignano e Falconara, se ne andavano a bombardare Belgrado. Nessuna presa di posizione ufficiale delle Nazioni Unite. Solo un obbligo, derivante dalla nostra appartenenza a un’organizzazione internazionale chiamata Nato, indusse la nostra corte costituzionale a sentenziare che la Costituzione non era stata violata. Dopo di che peace keeping in ogni dove che ci è comunque costato i morti di Nassiriya.

Più sornione l’atteggiamento tedesco. A lungo trincerato dietro i vincoli che gli Usa avevano imposto loro negli anni precedenti, ma tirato in ballo per tirarsi indietro quando gli stessi Usa avrebbero preferito un impegno militare al loro fianco.
Categorici “Non possiamo” di fronte alle chiamate alle armi nell’occasione delle guerre in Iraq, Mali, Libia e Siria. Impegno blando nel solo dopoguerra in Kosovo, come forza di peace-keeping, un atteggiamento curioso, se si pensa che il governo Schroeder, col riconoscimento della Croazia, anni prima, non aveva certo facilitato il raffreddamento degli animi.
Solo un impegno di peace-keeping più consistente in Afghanistan con qualche decina di morti. In compenso grande produzione di armi, con imprese come la Rheinmetall a competere con la nostra Fincantieri.

Ci mancava il Giappone. Ma prima o poi ci si doveva arrivare: il paradosso legato al fatto che chi ci aveva voluto disarmare quando ci temeva, ora ci chiede di dargli il supporto delle nostre truppe in qualità di alleato per alleggerirgli i compiti, è arrivato a colpire anche lì. D’altronde bisogna concedere loro le attenuanti del caso. Se i missili nordcoreani sorvolano i loro cieli chi glielo toglie al premier Abe il piacere di proporre al popolo nipponico terrorizzato la rinuncia alla non belligeranza. Due piccioni con una fava: facilita le vittorie elettorali e risulta gradito all’amico americano.
Solamente, proprio il fatto che gli Usa a suo tempo avessero scritto l’articolo 9 in termini così categorici, impedisce di entrare in guerra soltanto grazie ad acrobazia intepretative di un testo scritto tanti anni fa.

Indispensabile cancellare quelle clausole e diventare in tutto e per tutto alleati di quel paese che un giorno, da nemico, ti aveva sconfitto. La metamorfosi sta per compiersi
Anche Tokyo potrà presto scendere in guerra, senza i lacci e i lacciuoli di una Costituzione pacifista.