IN PENSIONE A 67 ANNI DAL 2019: CRESCE L’ASPETTATIVA DI VITA

DI CHIARA FARIGU

A dirlo è l’Istat, gli italiani vivono mediamente 7 mesi in più, rispetto all’ultima rilevazione. L’aspettativa di vita, che aveva dato qualche segnale di arresto lo scorso anno, ha ripreso il volo modificando il segno meno con l’esuberante segno più per la felicità di tutti. Una notizia da sballo se ai dati forniti dall’Istituto di Statica non fosse seguito il “pertanto”… si lavorerà più a lungo e si andrà in pensione più tardi, alla veneranda età di 67 anni con 5 mesi di servizio in più sulle spalle. I più duri da sopportare, in cauda venenun, dicevano gli antichi latini, anche perché imposti ai lavoratori sempre e solo per far cassa.

Roba da rimanerci secchi, per i deboli di cuore, passare dall’euforia allo sconforto più totale nel giro di pochi secondi. Già. A stabilire la nostra pensione contribuiscono oltre all’età anagrafica e contributiva tre paroline magiche: “aspettativa di vita”, legate indissolubilmente tra loro. Se viene a mancare una delle tre si sta al palo e si ritenta la fortuna al prossimo giro. Lo sanno molto bene i futuri pensionandi quando, vicini al traguardo, centellinano anni mesi giorni di servizio più diavolerie varie per chiudere il cerchio e godersi il meritato riposo. Le riforme previdenziali tutte, dalla legge Dini in poi, si sono poste un unico traguardo: inasprire i requisiti d’accesso per mantenere saldi i conti dello Stato.

Con la legge Dini del 1995 si introduce per la 1^ volta il “sistema contributivo”, ovvero un assegno pensionistico computato in base ai contributi effettivamente versati per quanti, a partire da quella data, avessero meno di 18 anni di età contributiva e per i nuovi assunti dal 1° gennaio 1996. Per tutti gli altri, restava immutato il sistema retributivo, ovvero l’assegno pensionistico calcolato sulla retribuzione percepita nell’arco dell’intera vita contributiva. Una riforma a metà, si disse allora, un colpo alla botte e una al cerchio, frutto di diversi compromessi ma che fece comunque da spartiacque per le riforme successive.
C’è da dire che se prima di allora le riforme previdenziali erano state di manica larga privilegiando ora una categoria ora un’altra in base ai tornaconti elettorali, con conseguenze che avremmo pagato caro e amaro, da quella data in poi è stata tutta una corsa a inasprire i requisiti d’accesso, a ideare scalini e scaloni, fino ad elaborare quel diabolico marchingegno chiamato “aspettativa di vita”. Ideatore Giulio Tremonti, allora ministro del Lavoro del governo Berlusconi, e messo in pratica minuziosamente e pervicacemente dalla ministra più invisa agli italiani Elsa Fornero nel governo tecnico guidato da Mario Monti. Una riforma lacrime e sangue della quale ogni italiano ne sta pagando lo scotto. Indimenticabili le sue lacrime alla presentazione in conferenza stampa, un singhiozzo le impediva di pronunciare la parola “sacrifici” chiesta agli italiani in quel momento di crisi profonda. Peccato che a pagare fossero sempre i soliti noti, mentre restavano inalterati i privilegi degli altrettanti soliti noti. Innalzamento dell’età lavorativa di 5/7anni dall’oggi al domani, anche per chi era in procinto di congedarsi dal mondo del lavoro. Sistema contributivo per tutti, portando a termine quanto di incompiuto era rimasto nella legge Dini e aspettativa di vita, l’“automatismo perverso”, come lo ha definito Susanna Camusso, per trattenere al lavoro più a lungo i futuri pensionandi. Dal quale non si può e non si deve tornare indietro, ha dichiarato ieri il presidente dell’Inps, Tito Boeri, perché garantisce un risparmio di oltre 140miliardi di euro e perché è parte integrante del pacchetto riforma Fornero.

Chi se ne importa che questo incida ancora una volta sulla pelle viva dei lavoratori, ormai i più vecchi d’Europa, e di conseguenza sulle nuove generazioni che, solo a parole, si preoccupano di tutelare. Perché questo lo capisce anche un bambino, più si protrae il lavoro di chi lo ha meno opportunità troveranno quanti lo cercano. E i dati sulla disoccupazione giovanile parlano chiaro, oltre il 37%, il più alto d’Europa dopo la Grecia e quasi pari alla Spagna. Per non parlare poi dei Neet, dei quali il Belpaese detiene il primato, di quanti, cioè, il lavoro neanche lo cercano più, né studiano né frequentano corsi di apprendistato. Sono oltre l’11% questi giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, numeri che tendono a salire, a testimonianza di quanto il lavoro sia LA priorità del nostro Paese. Lavoro che manca anche e soprattutto per l’età pensionabile che viene fissata sempre più in là e per le normative recenti che offrono, quando c’è, lavori a termine e sottopagati. Un cane che si morde la coda. Con tutte le conseguenze del caso.

Ora un ulteriore allungamento della vita lavorativa a partire dal 2019: altri cinque lunghi mesi, perché se campiamo più lungo questa benedetta pensione dobbiamo pur sudarcela, o no? “È indispensabile fermare la follia di un automatismo perverso che porta a peggiorare periodicamente l’età pensionabile dei lavoratori. I dati diffusi dall’Istat che attesterebbero, dopo un periodo di calo dell’aspettativa di vita, un aumento di cinque mesi, confermano l’urgenza di fermarsi e riconsiderare un meccanismo scorretto e penalizzante. Il governo aveva assunto l’impegno a discuterne”, ha dichiarato la Camusso, in linea con quanti, dopo averla approvata, ora disconoscono la riforma lacrime e sangue targata Fornero. Ci sarebbe da domandarsi dov’erano allora, quando fu imposto tout court agli italiani un sacrificio dal quale non si può e non si deve tornare indietro, pena lo sforamento dei conti dello Stato.

Sarà pure iniquo, e lo è, il meccanismo della speranza di vita ma fa cassa. Le regole Tremonti-Fornero non si toccano, ha detto Padoan, quindi niente ripensamenti, niente ritocchi. D’altronde, non dimentichiamo che in ogni caso, l’aumento a 67 anni scatterebbe comunque nel 2021. Inutile dolersi dell’inevitabile.

Viviamo più a lungo? Beh, rimbocchiamoci le maniche e tiriamo avanti sperando sempre che la salute ci assista. Alla faccia di chi spererebbe il contrario.
Una domanda nasce spontanea, ma se le nuove generazioni entrano sempre più tardi nel mondo del lavoro e quando lo trovano è a spizzichi e mozzichi potranno mai aspirare ad una vecchiaia con pensione? La risposta non è necessaria.

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