GIOVANNI ALLEVI:” IL PROBLEMA AGLI OCCHI MI HA RESO PIU’ LIBERO NELLA MUSICA”

DI CINZIA MARONGIU

Giovanni Allevi ama il paradosso. Lui stesso ne esprime uno come sottotitolo della sua ultima creatura discografica: “Ho sempre cercato l’equilibrio, ma il meglio di me l’ho dato quando l’ho perso”. In bilico perenne tra la musica cosiddetta “alta” e quella “contemporanea”; attaccato e trattato come un reietto dagli accademici e guardato con deferenza, in quanto splendida eccezione, dagli amanti del pop, Allevi si è divertito stavolta ancora di più a mischiare le carte e a giocare con la sua duplicità musicale fin dalla copertina del nuovo doppio cd, “Equilibrium” appunto. Anche se quella perdita di equilibrio di cui parla, è più che altro fatta di sofferenza e difficoltà, le stesse in cui si è trovato a vivere dopo il grave problema agli occhi della scorsa estate: quel buio cui era costretto e quelle difficoltà visive cui sembra essere condannato anche in futuro, come confessa in questa intervista, paradossalmente lo hanno reso più attento al circostante, più fantasioso e perfino più coraggioso nell’osare e nello sperimentare. Di sicuro, non gli hanno fatto passare quello sguardo innamorato e leggero sul mondo.

Giovanni, allora com’è questa storia dell’equilibrio?
“Voglio rassicurare i fan: tranquilli, non l’ho trovato. E anzi ho capito che nella mia vita artistica il meglio di me stesso lo do quando mi sbilancio. Il mio è un invito a cercare l’equilibrio ma anche a perderlo nel momento in cui lo abbiamo trovato. Perché nella vita bisogna sbilanciarsi, tuffarsi verso l’ignoto e affrontare quel colpo di testa che rappresenta un guizzo geniale che ci fa sperimentare nuovi mondi”.

In questo disco si agitano entrambe le tue anime, fin dalla copertina.
“È vero, al centro c’è un mio primo piano. E poi da una parte c’è un Giovanni direttore d’orchestra impettito che mi punzecchia con la bacchetta e dall’altra parte c’è un Giovanni rock sovversivo, una sorta di black bloc emotivo che mi tira i capelli. Ecco io sono diviso tra queste due anime e sono divertito dalla loro presenza ma la mia testa protende un po’ di più verso la parte rock. Questi due mondi che rappresentano la grande tradizione classica cristallizzata, deificata, nel passato e l’anima contemporanea che vive il presente, mi hanno sempre un po’ tirato, ognuna dalla loro parte. E io ho sempre cercato di mantenermi in equilibrio tra di loro. Quella che ho raggiunto non è una pace, ma una continua tensione che poi è il motore della composizione musicale”.

Credo che un momento di disequilibrio lo abbia vissuto per il problema agli occhi della scorsa estate. Nel disco ci sono brani come “Scent of you” che danno il conto di cosa significhi ritrovarsi senza vista a fare i conti con la realtà .
“Ho avuto il distacco della retina nel mezzo dell’ultimo concerto in Giappone. Tanto che finito il brano con il campo visivo invaso da una tenda nera. Mi sono alzato in piedi e ho detto “Gambate” che in giapponese significa “coraggio, vai avanti”. Il giorno dopo sono stato operato d’urgenza. Nell’altro occhio ho da molto tempo un importante problema di vista per cui ho dovuto ad affidarmi ad altre facoltà già da quella sera. Nei giorni successivi all’operazione ho  passato lunghi momenti al buio in cui ho composto altri brani di “Equilibrium”. Poi, tornato in Italia, ho ascoltato tutta la registrazione in questo nuovo stato dello spirito. Quando la vista viene meno, entrano in gioco gli altri sensi e altre facoltà irrazionali come l’intuizione. In questa nuova dimensione la mia musica ha potuto varcare orizzonti ancora inespressi. Credo che questo album sia un regalo inaspettato di questa difficile vicenda”.

Adesso comunque questa vicenda è conclusa? Stai bene?
“In seguito alle molte visite che ho fatto, ho capito che probabilmente il danno sarà permanente. Ma voglio trarre uno spunto positivo da quanto accaduto e per questo sono infinitamente contento che esca questo disco perché la mia musica non è mai stata così libera”.

Nel videoclip di arte grafica di “Flowers”, il primo singolo estratto dal disco, ci sono dei fiori con fattezze umane. Tra i vari, si riconoscono Trump e Kim Yong Un, intenti ovviamente a litigare. Poi come per incanto i due si placano grazie al potere della musica. Credo che solo a una persona ottimista come te potesse venire in mente qualcosa del genere.
“Questo mondo che ha perso l’equilibrio si affida sempre più spesso a personalità apparentemente forti. Anche se in realtà resto convinto che ci voglia molta più forza per essere comprensivi e accoglienti. Quello che sta accadendo mi preoccupa. Il cielo del Giappone è stato più volte attraversato dai missili nordcoreani. Amo profondamente i giapponesi, persone delicate e poetiche, che non meritano una minaccia di questo tipo. Ma resto un sognatore. Così ho voluto immaginare che la musica e l’arte possano ammansire gli animi e riescano a generare l’accettazione del diverso”.

Di diversità ne parli anche in “Together”. In questo periodo in Italia stiamo vivendo un duro scontro sullo ius soli e sulla questione dei migranti. Come la vedi?

“Quello che nel mondo sembra difficile, nella musica invece riesce a realizzarsi e cioè l’idea che diverse individualità insieme rappresentino una ricchezza. In “Together” che è un brano per pianoforte e orchestra d’archi le diverse melodie sono affidate alle varie sezioni d’archi che riescono ad armonizzarsi tra di loro e allo stesso tempo a mantenere la specifica individualità. Il risultato finale è bello e non sarebbe tale se tutto fosse appiattito. Quindi, usando la musica come unità di misura, cerco di immaginare un mondo più bello dove il posto della paura è preso dall’accettazione e dallo stupore per un’altra cultura”.

Anche tu sei stato per tanti anni un reietto. Proprio in quanto risultato di una sintesi o comunque di sfumature differenti sei stato attaccato più volte dalla musica “alta”, accademica. Quanto ti ha fatto soffrire questa diffidenza e come l’hai superata?
“In passato ci ho sofferto molto ma sono arrivato alla conclusione che questa spaccatura tra il mondo accademico che mi attaccava e il mondo contemporaneo che mi sosteneva, è sempre stata dentro di me. Quello che era accaduto fuori è una simbolica proiezione di quello che io sono dentro. È come se io stesso l’avessi creato questo scontro. Io stesso sono un risultato dell’Accademia perciò pur, non condividendo, capisco le parole che mi sono state rivolte. Ma il mio amore per la musica è più grande. Quindi porterò sempre avanti il sogno di scrivere una musica classica nelle forme e contemporanea nei contenuti. Ovvero il sogno di una musica classica contemporanea che possa raccontare il presente e non un mondo che è vissuto due secoli fa. Magari avrò tutti contro, magari continuerò a essere il reietto, magari sarò per sempre il gabbiano Jonathan che ha voluto sfidare le convenzioni  e volare il più in alto possibile, però sono contento di vivere questa vita e di aver iniziato una piccola grande rivoluzione”.

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