GRASSO LASCIA IL PD. IL PERCORSO COERENTE DI UN EROE DELLA LOTTA ALLA MAFIA

DI VINCENZO SODDU

Lo strappo non poteva che provenire da un uomo delle istituzioni.
Quelle stesse istituzioni che la nuova legge elettorale, che per essere approvata ha richiesto ben 5 voti di fiducia, ha fortemente messo a rischio, ridicolizzando il ruolo del Parlamento.
Pietro Grasso ha rassegnato le dimissioni dal gruppo dem a Palazzo Madama. Da oggi passa al Gruppo Misto. Poche parole, trapelate nello stupore generale, anche se questa sembra per molti versi una decisione annunciata. L’ex Procuratore Antimafia lascia il Partito di cui era ormai diventato un uomo di punta per una “distanza umana e politica da una deriva che non condivido”.
E questo proprio nel momento in cui Denis Verdini, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, prendendo la parola in Senato, e rivendicando il suo ruolo fondamentale per far passare i principali provvedimenti dell’esecutivo, si è infilato addirittura dentro una nuova, possibile maggioranza a maglie allargate.
Pietro Grasso, l’uomo che ha dedicato una vita alle regole, al contrasto alle mafie, non poteva più rinviare una decisione che era ormai latente e connaturata alla sua profonda e provata moralità.
Magistrato per vocazione, giovanissimo diviene titolare dell’inchiesta riguardante l’omicidio del Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella. Cinque anni dopo è designato giudice a latere nel famoso maxiprocesso a Cosa Nostra con 475 imputati, 200 avvocati difensori e 600 giornalisti da tutto il mondo. Tra gli imputati Liggio, Calò, Greco e Montalto in aula, Riina Bagarella e Provenzano in contumacia. Le accuse ascritte agli imputati includevano, tra gli altri, 120 omicidi, traffico di droga, rapine, estorsione, e, ovviamente, il delitto di associazione mafiosa in vigore da pochi anni. Da quel momento, dato che i termini di custodia cautelare per un centinaio di imputati scadevano l’8 novembre 1987, cominciò una maratona quotidiana contro quel nemico invisibile, la Mafia, mai veramente inchiodato prima d’allora alle sue gravi responsabilità giuridiche. E Grasso ne divenne il simbolo. Tutta l’Italia si unì a lui nell’attesa infinita che quegli otto membri della Corte d’assise, ritiratisi in camera di consiglio, uscissero con quella decisione storica per il nostro Paese. Finito il dibattimento, lo stesso Grasso fu delegato dal Presidente della Corte d’Assise alla stesura della sentenza, che, dopo un impegno di oltre otto mesi, si concretizzò in una storica pronuncia finale della Corte di Cassazione, che ne confermò in via definitiva i punti essenziali, primo fra tutti la concreta dimostrazione dell’esistenza della Cupola attraverso la via giudiziaria. Un giorno storico, e Grasso entrava nell’immaginario degli italiani in quel Pantheon della lotta alla Mafia insieme a Falcone, Borsellino, Caponnetto e Ayala. Non a caso, dopo la firma di quella sentenza, cominciarono le famose riunioni dei mafiosi che dettero inizio agli attentati e vennero stabiliti nuovi obiettivi da colpire. Poche settimane dopo la Mafia compì la strage di Capaci e di Via D’Amelio. E fatalmente, terzo tra gli obiettivi nel mirino di Cosa Nostra, entrò anche Pietro Grasso. A un esplicito invito di Riina fu proprio Brusca a indicare l’ex giudice del maxiprocesso. C’era già l’esplosivo e il telecomando. Grasso doveva soltanto arrivare a Monreale, dove risiedeva la suocera, e dove sarebbe dovuto avvenire l’attentato. Poi, un problema tecnico, un controllo elettronico di sicurezza che poteva influenzare il telecomando e l’attentato fu rinviato per trovare dei telecomandi che non consentissero interferenze. Frattanto il gruppo operativo fu arrestato e fu arrestato anche Totò Riina. La suocera morì e Grasso si salvò. Fu lo stesso Grasso a scoprire la verità direttamente dalla voce del pentito Gioacchino La Barbera.
Grasso eroe della lotta contro la Mafia, erede della lezione di Falcone, protagonista nel 2012 proprio di una serie di lezioni sulla mafia, un progetto di educazione alla legalità dedicato alle generazioni più giovani per spiegare tutti i segreti di Cosa nostra e che si ispirava alle lezioni di mafia pensate nel 1992 dal direttore del TG2 Alberto la Volpe assieme a Falcone, una delle ultime iniziative del magistrato palermitano prima di essere ucciso nell’attentato di Capaci.
L’anno dopo arrivò l’invito di Bersani per un ingresso in politica nel suo partito, una persona pulita che sceglie un’altra persona pulita per farne l’emblema del suo partito, e che lo volle prima candidato e poi con grande consenso anche presidente del Senato. Un ruolo che porta Grasso vicino a Sergio Mattarella, già incontrato sul luogo dell’omicidio del fratello Piersanti, in un commosso e sincero abbraccio, uno spaccato di un’Italia pulita anche nelle istituzioni, in controtendenza con le accuse di uno Stato fino a pochi mesi prima in trattativa con la Mafia.
Fino a ieri, quando comportamenti “imbarazzanti” che minano la “credibilità e l’indipendenza” delle istituzioni, secondo le sue stesse parole, non l’hanno convinto a lasciare proprio quella politica in cui aveva cominciato a credere fermamente.