NEI GIORNI DEL G8 DI GENOVA, TORTURE E DIRITTI SOSPESI

DI LUCA SOLDI

 

La Corte Europea dei diritti umani ha stabilito che gli atti commessi dalle forze dell’ordine a Bolzaneto durante i giorni del G8 nel 2001, sono atti di tortura.
L’Italia viene così condannata per le azioni dei membri delle sue forze dell’ordine, ma anche perché gli organi dello Stato non sono riusciti a dare seguito a delle indagini degne di una moderna democrazia.
“I ricorrenti, trattati come oggetti per mano del potere pubblico, hanno vissuto durante tutta la durata della loro detenzione in un luogo ‘di non diritto’ dove le garanzie più elementari erano state sospese” queste in sostanza le conclusioni dei togati di Strasburgo che poi hanno evidenziano che “l’insieme dei fatti emersi dimostra che i membri della polizia presenti, gli agenti semplici, e per estensione, la catena di comando, hanno gravemente contravvenuto al loro dovere deontologico primario di proteggere le persone poste sotto la loro sorveglianza”.
Gravissime le carenze nel rispetto e nell’applicazione della legge.
Ed in pratica nessuno avrebbe passato un giorno in carcere per quanto accaduto in quel luogo abbandonato dal diritto.
E’ risultato impossibile identificare gli agenti coinvolti, sia perché a Bolzaneto non portavano segni distintivi sulle uniformi, ma anche per la grave mancanza di cooperazione della polizia con la magistratura. Al tempo poi erano evidenti “le lacune strutturali dell’ordine giuridico italiano”, limiti che pure la sentenza riconosce superati nell’aver “preso nota della nuova legge sulla tortura entrata in vigore il 18 luglio di quest’anno, ma che le nuove disposizioni non possono essere applicate a questo caso”.
L’elenco delle accuse non è certo nuovo ma farlo riemergere riempie di sconcerto, di vera indignazione per tutta quella vera e propria strategia destabilizzante che avvenne a Genova durante i giorni del G8 fra il 20 ed il 22 luglio del 2001.
Il ricorso alla Corte di Strasburgo era stato presentato da 59 persone tutte condotte a Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001, alcuni di loro erano stati condotti lì da un’altro luogo tristemente noto per altrettante violenze, dalla scuola Diaz.
Complessivamente le persone trattenute furono ben 300.
Il tribunale per i diritti aveva già definito come torture i fatti avvenuti nella scuola con una sentenza del giugno scorso.
L’elenco delle violenze ha coinvolto un po’ tutti ma in vario modo: alcuni sono stati picchiati più volte, altri sono stati fatti spogliare davanti ad agenti del sesso opposto, a molte delle ragazze sono stati fatti togliere anche gli assorbenti negando l’uso di salviette igieniche.
Le denunce parlano di sottrazione, anche forzata, di oggetti personali che non sarebbero stati mai restituiti.
Le vittime dei fatti sono state costrette a sottostare a cocenti umiliazioni, alcuni di loro hanno dovuto gridare “viva il duce, viva il fascismo, viva la polizia penitenziaria”.
Le celle in cui erano una parte dei ricorrenti sono state spruzzate con gas urticanti.
In quelle ore un vero stato di polizia ha consentito si negasse la possibilità di contattare un avvocato, la famiglia, o per gli stranieri i loro consolati.
Dei 59 ricorrenti solo 11 hanno accettato un accordo con il governo italiano che si è impegnato a versargli 45mila euro per danni morali e materiali e le spese legali sostenute.
Agli altri la Corte, ha riconosciuto risarcimenti per danni morali che variano tra i 10 e gli 85 mila euro. La differenza nelle somme dipende da due fattori: la gravità delle torture subite, e il fatto se lo Stato ha già versato oppure no gli indennizzi accordati dai tribunali nazionali.
In Italia il processo in Cassazione per i fatti di Genova si era concluso, nel giugno 2013, portando a sette condanne e quattro assoluzioni. Una decina di imputati si erano salvati grazie alla prescrizione in sede penale ma non avevano evitato il giudizio civile: tra questi anche alcuni medici che avevano sottoposto a torture i pazienti detenuti.
Durissime le reazioni politiche alla sentenza.
“Bolzaneto è stata una pagina orribile della nostra storia – commenta il responsabile Sicurezza del Pd, Emanuele Fiano – non ci possono essere giudizi diversi, questa sentenza lo conferma, ancora una volta”. Per Nicola Fratoianni di SI: “Ci fu tortura noi lo sapevamo. Amareggiati per aver atteso quasi 20 anni. Ora mai più quelle scene e quelle infamie. L’amarezza è che i responsabili di quelle atrocità siano stati coperti prima e poi tra indulti, falle legislative abbiano avuto punizioni ridicole”.
Fra tutte le testimonianze che hanno fatto emergere le nefandezze compiute in quei giorni, una deve essere ricordata, è quella di un infermiere penitenziario, Marco Poggi.
Definito l’infame di Bolzaneto da colleghi e poliziotti per aver coraggiosamente contribuito a denunciare quei fatti, si trovava a Genova per servizio proprio in quella tragica occasione.
Poggi entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. “Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro”, denunciò. “Picchiava la polizia di Stato ma soprattutto il “gruppo operativo mobile” e il “nucleo traduzioni” della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della “penitenziaria”. Gli dicevano: “Devi pisciare, vero?”. Una volta arrivati nell’androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio..”.
Per sfida, per orgoglio, per ingenuità ha voluto documentare quegli eventi con un libro che raccoglie il diario di quelle ore: “Io, l’infame di Bolzaneto”.
“Delle violenze nelle strade di Genova – ha detto – c’erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l’ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c’era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato – l’ho detto – ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa – nella giustizia – e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch’io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l’ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l’ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria – e sono la stragrande maggioranza – che non menano le mani”.
Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza, lo hanno consigliato di lasciare il lavoro, hanno danneggiato la sua auto, ha ricevuto garbati avvertimenti, ha dovuto cambiare sede di impiego.
A lui la sentenza di Strasburgo non ha riconosciuto il diritto ad una ricompensa, ma oggi, con lui tutti, forse, saranno più gentili.