STRAGE BOLOGNA, 37 ANNI DOPO PROCESSO AL “QUARTO UOMO” E NUOVE INDAGINI SU MANDANTI E FINANZIATORI

DI ANGELO DI NATALE

Quando il calendario segnerà l’arrivo della prossima primavera, lo Stato italiano, trentotto anni dopo la più grave strage terroristica nella storia della Repubblica, darà il via ad un processo per tentare di collocare uno dei tanti tasselli di verità che ancora mancano nel puzzle pieno di buchi, ombre, veleni, reticenze, depistaggi di cui la trama dell’eversione nera ha potuto fruire per anni, unendo pezzi di servizi segreti deviati, logge massoniche segrete, criminali sanguinari, terrorismo politico di matrice neofascista e apparati dello Stato.
E’ la storia, mai scritta per intero, della strategia della tensione che mirava al cuore dello Stato e della sua comunità nazionale nel momento in cui, dopo i primi governi Dc-Psi degli anni ‘60, la società anelava a conquiste sociali che solo maggioranze e governi aperti alle componenti di sinistra, socialista e comunista, avrebbero potuto garantire.
Il 21 marzo prossimo dinanzi alla Corte d’Assise di Bologna sarà alla sbarra Gilberto Cavallini, ex esponente dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, condannato ad otto ergastoli per alcuni omicidi politici tra i quali quello, quaranta giorni prima della strage di Bologna, del magistrato Mario Amato, colpevole di indagare sull’eversione nera.
Cavallini è stato l’ultimo dei terroristi accusati della strage nella stazione ferroviaria ad essere catturato, a settembre del 1983 a Milano, e poi condannato, ma solo per banda armata, nel processo sfociato nelle sentenze che hanno comminato l’ergastolo a Giuseppe Valerio Fioravanti e alla fidanzata Francesca Mambro, e trent’anni di reclusione a Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti, tutti esecutori di quel terribile disegno di morte.
Cavallini, che oggi ha 65 anni, trentotto anni dopo per la prima volta è imputato di essere uno degli esecutori, in concorso, del più grave attentato terroristico della storia italiana. Ad accusarlo il pool di magistrati coordinati da Giuseppe Amato, omonimo del pubblico ministero da lui assassinato a Roma il 23 febbraio 1980 con un colpo alla nuca mentre aspettava l’autobus per andare a palazzo di giustizia.
Da almeno due anni il sostituto procuratore conduceva le principali inchieste sui movimenti eversivi di destra in assoluto isolamento e aveva da poco annunciato sviluppi clamorosi nella sua indagine, prossima «alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi». “Verità d’assieme”,  in Italia sempre scomode a molti, con quel colpo di pistola cancellate per sempre.
Nel processo che si aprirà il 21 marzo prossimo Cavallini è accusato di avere partecipato alla preparazione del piano di morte nella stazione bolognese, fornendo in Veneto ai tre stragisti covi, autovetture e documenti falsi.
Sintomatico che questo nuovo sussulto di ricerca di un pezzo non secondario di verità si debba unicamente all’Associazione famiglie delle vittime che non si è arresa neanche dopo l’archiviazione del 2013, confezionando e portando ai pubblici ministeri nel 2015 un dossier con dati, notizie, incroci documentali che a marzo scorso hanno indotto il giudice dell’udienza preliminare ad accogliere la richiesta di rinvio a giudizio formulata a maggio dello scorso anno.
La rilettura delle migliaia di pagine di atti processuali definisce secondo l’accusa un ruolo più preciso di Cavallini nella preparazione della bomba nella sala d’aspetto di seconda classe che devastò un’ala dello scalo bolognese. Atti emersi nel processo a Ciavardini e trasmessi alla procura indicarono in Cavallini il procacciatore dei covi in Veneto per la latitanza dei complici.
A Villorba di Treviso, alla vigilia dell’esplosione, in uno di quei covi si sarebbe radunato il nucleo operativo dei Nar. Circostanza ripresa e documentata, dopo l’archiviazione chiesta dalla procura nel 2009 e disposta dal gip nel 2013, dall’Associazione familiari delle vittime il cui presidente Paolo Bolognesi definì il dossier prodotto «un lungo e approfondito lavoro di ricerca e analisi incrociata di migliaia di pagine di atti giudiziari di processi per fatti di strage e terrorismo dal 1974». L’idea è che la rilettura di atti su attentati come Piazza Fontana e Piazza della Loggia permetta di risalire dal terrorismo nero al «cuore oscuro delle istituzioni» dietro le stragi. Il dossier «identifica mandanti, complici e strutture clandestine che si servirono della violenza stragista per finalità di politica interna. Elementi certi, concreti» che però «non risultano essere stati correlati tra di loro».

L’Associazione già due anni fa si disse certa di aver sottoposto ai pubblici ministeri elementi «gravemente indizianti per varie persone che hanno agito per il reato di strage, insurrezione armata contro lo Stato e guerra civile con l’aggravante, per i militari, dell’alto tradimento».
Per quest’ultimo, la competenza è della procura di Roma: «Spero che ai nostri atti – osservò il rappresentante delle famiglie delle vittime – si possano aggiungere quelli secretati. E che li lascino indagare fino in fondo».

Tra le novità del dossier, il ritrovamento, tra gli atti del processo bis sulla strage dell’Italicus, «di una corrispondenza che prova l’ospitalità data nel 1984 in Paraguay dal leader di Ordine Nuovo Elio Massagrande al capo della P2 Licio Gelli, già condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, e l’interesse a un incontro con Gelli mostrato, in questa occasione, da Paolo Marchetti e Rita Stimamiglio, le stesse persone che ospitarono, nel gennaio-febbraio 1981 a Padova, Fioravanti, Mambro e Cavallini».
Nell’udienza preliminare, a marzo scorso, la difesa di Cavallini, assente in aula, aveva puntato tutto sul principio del “ne bis in idem” ritenendo che le nuove accuse rientrassero tra quelle per cui il terrorista è già stato condannato per banda armata. Ma gli elementi prodotti dall’Associazione familiari delle vittime attengono invece alla partecipazione specifica alla preparazione della strage configurando il ben più grave reato di concorso. Per i magistrati Cavallini è il quarto uomo della banda che il 2 agosto del 1980, all’ora di punta, piazzò una potentissima bomba nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento.
Sono circa novanta le parti civili costituite: insieme ai familiari figurano la presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Emilia-Romagna, il Comune di Bologna.
Soddisfatto Bolognesi, parlamentare Pd e presidente dell’Associazione che, all’atto della richiesta di rinvio a giudizio, alla soddisfazione aveva aggiunto un timore: «Speriamo che ora non li fermino. A Bologna come a Roma. Da membro della Commissione Moro ho visto troppi segnali strani. Danno l’idea che qualcuno è d’accordo nel voler chiudere la partita sugli anni di piombo. Ma l’atto della Procura è il segno – ammetteva ancora Bolognesi – che hanno analizzato con attenzione il nostro dossier, che indica nomi e cognomi di mandanti e finanziatori».
E infatti la notizia del nuovo processo a Cavallini ha preceduto di un solo giorno quella di un’ulteriore promettente novità. Un altro giudice ha concesso ancora due anni alla procura generale per indagare contro i finanziatori e i mandanti della strage.
Un’ottima notizia se si considera che l’avvocatura dello Stato aveva chiesto nove mesi di tempo. La procura generale, che aveva avocato a se le indagini dopo la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura ordinaria, avrà ora più tempo per compiere nuove investigazioni.
Anche in questo caso pienamente soddisfatta l’Associazione familiari delle vittime che aveva fortemente criticato la tesi della procura (la stessa comunque che ha chiesto ed ottenuto il nuovo processo contro Cavallini) secondo cui non erano emersi elementi sufficienti per chiedere il dibattimento e si è opposta con successo alla richiesta di archiviazione anche in questo caso con un corposo dossier.
Nella decisione della procura generale di avocare l’inchiesta c’è anche un richiamo alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo in quanto, come sostenuto dalla Corte Edu, <<quando ci sono delle vittime di reati così gravi che in qualche modo possono anche aver coinvolto uomini dello Stato, bisogna fare tutto il possibile>>. L’avvocato dello Stato ha spiegato la decisione parlando del <<rispetto che si doveva alla posizione dei parenti delle vittime>>. Un rispetto che <<impone ulteriori approfondimenti>> accogliendo le istanze dell’associazione dei familiari che chiedevano indagini supplementari dopo la richiesta di archiviazione avanzata, nel marzo scorso, dalla procura ordinaria.
Doppiamente soddisfatto Bolognesi, vincitore del duello con il procuratore Giuseppe Amato che ad agosto scorso disertò le iniziative dell’associazione per l’anniversario della strage in risposta alle critiche ricevute sulla propria decisione di chiedere l’archiviazione contro mandanti e finanziatori della strage.
Per il rappresentante delle famiglie delle vittime la decisione sulle nuove indagini è arrivata <<grazie alla tenacia della nostra associazione nel ricercare la verità e alla digitalizzazione degli atti giudiziari che permette la loro analisi e una lettura incrociata. Ora possiamo, finalmente, arrivare ai mandanti, non solo della strage di Bologna, ma di gran parte degli eccidi che hanno insanguinato il nostro Paese>>.
Secondo l’associazione la strage di Bologna va inquadrata in una più ampia strategia della tensione che ha un unico filo conduttore capace di attraversare almeno un ventennio di storia del nostro Paese.
In meno di 24 ore quindi, tra mercoledì 25 e giovedì 26 ottobre, due diverse decisioni hanno aperto altrettante strade nuove a caccia di qualcuno dei tanti pezzi di verità nascosta sulla pagina più oscura e tragica della storia dell’Italia repubblicana.
Ma il processo a Cavallini non sarà solo un altro capitolo di possibili nuove responsabilità dirette nell’esecuzione della strage.
“Gigi” o “il Negro”, come giovanissimo si faceva chiamare a Milano, se fu, come sostiene l’accusa, il quarto uomo dell’attentato contro ottanta vittime innocenti, è stato anche e soprattutto – e questa è verità storica e giudiziale ormai accertata – figura chiave nel movimento neofascista che scelse la lotta armata per compiere una serie di omicidi politici e l’attività criminale sanguinaria finalizzata a furti e rapine per finanziarla.
Nato a Milano nel ‘52 da famiglia di ferventi fascisti, dopo essere stato ultras dell’Inter, “Gigi” entra in “Giovane Italia” e nel Msi di cui però non tollera un certo conformismo istituzionale. Si dichiara radicalmente fascista e per nobilitare la sua militanza racconta, a modo suo, l’episodio di un attacco di <<partigiani vigliacchi di cui, uno contro venti, ad aprile del 1945 a Milano, sarebbe rimasto vittima uno zio del padre>>.
La sua militanza neofascista, proclamata in pubblico bel al di là dei limiti posti dalla legge Scelba, in certi ambienti milanesi lo rende un personaggio al punto che perfino Radio Popolare, nella sua fase pionieristica, gli concede, caso unico per un neofascista dichiarato, lo spazio di un’intervista.
Tale intervento a Radio Popolare e la sua introduzione a un libro sul fascismo milanese della “Legione Ettore Muti” rivelano il “pensiero” di questo terrorista pluriassassino il quale rivendica <<la specificità assoluta e l’originalità del fascismo italiano, la sua superiorità di modello spirituale e politico rispetto a fenomeni come il nazismo tedesco e il nazionalismo romeno, sicuramente ben più considerati e stimati da passate generazioni di “evoliani” dell’estrema destra e della giovane destra missina italiana>>. Per Cavallini <<il fascismo è un fenomeno rivoluzionario di superamento, non di statica negazione, della rivoluzione francese e del materialismo sovietico, grazie alla genesi dal sindacalismo rivoluzionario e all’influsso dell’attualismo gentiliano, in totale diversità rispetto a movimenti e regimi di destra radicale, dal nazionalsocialismo tedesco al franchismo spagnolo, riconducibili al filone storico della destra europea, controrivoluzionario o rivoluzionario conservatore>>.
Più che scrivere e parlare però Cavallini ama agire, accoltellare, sparare.
Quello dell’intervista a Radio Popolare è lo stesso periodo in cui “Il negro” a Milano partecipa attivamente a pestaggi contro i giovani di sinistra e risse organizzate da squadre che partono dalla sede del Msi di via Guerrini.
Il 27 aprile del ‘76 c’è anche la sua mano nell’uccisione dello studente antifascista Gaetano Amoroso in via Uberti, accoltellato a morte.
Condannato a tredici anni di reclusione, riesce ben presto ad evadere: mentre viene trasportato attraverso un cellulare da Milano a Brindisi, durante una sosta in un’area di servizio a Roseto degli Abruzzi ottenuta per fare pipì, si lancia in una scarpata e fa perdere le sue tracce.
A Roma si procura un falso documento e per la sua latitanza sceglie il Veneto dove è accolto e protetto dal leader di Ordine nuovo Massimiliano Fachini che lo sistema a Treviso.
Qui, con il nome di Gigi Pavan, il terrorista nero omicida latitante, si fidanza con Flavia Sbroiavacca, figlia del titolare di un importante gruppo di agenzie di viaggio, alla quale, fingendosi lavoratore pendolare della Total, riesce a nascondere la sua identità e la sua condizione. Fino al 1980 quando a Flavia, incinta al terzo mese, rivela di essere un evaso per necessità, in quanto “persona per bene perseguitata dalla giustizia”.
L’amore è cieco e, se non lo è, aiuta a non vedere, tant’é che la donna, prima ancora di scoprire questa verità, parziale e distorta, con Gigi ospita a casa sua Giusva Fioravanti, fuggito da Roma dopo la rapina l’11 dicembre ‘79 ad un’oreficeria di Tivoli cui anche Cavallini partecipa e dopo l’omicidio, il 18 dicembre dello stesso anno, del giovane Antonio Leandri.
In quello stesso periodo “Gigi” cresce nella propria caratura criminale e si lancia alla spasmodica ricerca di finanziamenti: facendo la spola tra Roma e il Veneto, ricicla l’oro rapinato l’8 ottobre ‘79 da Egidio Giuliani ai danni di un gioielliere ebreo-libico, Fadhlun Mardochai, poi ucciso da uno dei killer di Gheddafi.
La lotta armata è ormai da tempo l’unica attività del gruppo.
Il 30 marzo 1980 Cavallini, con la coppia Fioravanti-Mambro, assalta il distretto militare di Padova impossessandosi di quattro mitragliatrici, cinque fucili automatici, pistole e proiettili. Sul muro della caserma Francesca Mambro appone la firma “Br”, lanciando un assist ad occhi e orecchi attenti e desiderosi di favorire un facile depistaggio.
Il 28 maggio “il negro” è a Roma, parte attiva sempre al fianco della coppia Fioravanti-Mambro in un’azione dimostrativa: schiaffeggiare e disarmare gli agenti della vigilanza dinanzi al “Liceo Giulio Cesare” sotto gli occhi degli studenti. Ma uno dei poliziotti reagisce e ne nasce un conflitto a fuoco in cui viene ucciso l’appuntato Franco Evangelisti e vengono feriti altri due agenti.
Ma “Gigi” è ancora in cerca della prima impresa omicida da compiere in solitudine per rivendicarne tutti i “meriti” e il 23 giugno 1980, quaranta giorni prima della strage alla stazione di Bologna, prende di mira il pubblico ministero Mario Amato che da anni, a Roma, in totale solitudine, indaga sul terrorismo neofascista e in quei giorni annuncia risultati clamorosi. Cavallini lo sorprende alla fermata dell’autobus, all’incrocio tra viale Ionio e via Monte Rocchetta, dove il magistrato, totalmente solo, con la solita borsa piena di documenti in mano, attende il 391 per andare nel suo ufficio di piazzale Clodio.
Egli era già nel mirino per la forza dirompente delle sue inchieste sull’eversione nera e il clamore dei risultati investigativi che stavano maturando.
Era però totalmente solo: gli era stato negato l’uso di una vettura blindata, per la “difficoltà” di rendergli disponibile alle otto del mattino un autista il cui turno cominciava alle nove!
Un colpo alla nuca e la prima impresa assassina di cui “Gigi il nero” non debba dividere il “merito” con nessuno è compiuta.
Per comprendere appieno il profilo psicologico e criminale di Cavallini, bisogna prestare attenzione alle testimonianze sulla sua euforia quando racconta dell’emozione quasi mistica che prova sparando, quando rievoca la vampata della pistola, i capelli della vittima che si aprono volando via. <<Ho visto il soffio della morte>> dice.
Il giorno seguente, i Nar fanno ritrovare un volantino di rivendicazione dell’omicidio: «Oggi 23 giugno 1980 alle ore 8:05, abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore Mario Amato, per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri ancora pagheranno>>. Dopo quella missione di morte, i pluriomicidi Giusva Fioravanti e Francesca Mambro festeggiano, secondo le loro stesse dichiarazioni, con ostriche e champagne.
Appena quaranta giorni dopo l’assassinio di quel magistrato colpevole solo di compiere, in solitudine, il suo dovere, l’Italia conosce la più grave strage terroristica della storia repubblicana e uno degli ultimi atti della strategia della tensione che mira a coprire l’argine stragista alle spinte democratiche a sinistra e a favorire il controllo autoritario dei poteri oscuri che tramano nell’ombra.
Nel nuovo capitolo che si apre adesso, Cavallini è accusato di avere partecipato all’ultimo summit la notte tra l’1 e 2 agosto del 1980 in cui viene pianificata la strage di Bologna con Mambro, Fioravani e Ciavardini.
Per tanti anni lo ha salvato la fidanzata la quale ha dichiarato che i tre Nar poco dopo le otto del mattino sarebbero partiti per Padova dove avrebbero incontrato Carlo Digilio, altro terrorista, ma di Ordine Nuovo, per poi tornare all’ora di pranzo: tempi e percorso incompatibili con la deflagrazione avvenuta nella stazione di Bologna alle 10.25, ma resoconto chiaramente non credibile alla luce di quanto definitivamente accertato sul conto di Mambro e Fioravanti.

Ma, come tante altre vie mai percorse verso la verità, cadono anche le accuse di favoreggiamento alla donna la quale, dalla relazione con “Gigi” ricava non pochi altri guai.
A lei era intestata un’automobile, una Audi 100, chiave di un altro fatto di sangue attribuito a Cavallini. Il 26 novembre del 1980, a Lambrate, nel Milanese, l’uomo, che da tempo si sposta con documenti falsi, viene fermato per un controllo dai carabinieri. Per evitare che il riconoscimento dell’autovettura conduca i militari alla sua vera identità, Cavallini spara e uccide il brigadiere Ezio Lucarelli, oltre a ferire il maresciallo Giuseppe Palermo. Nella fuga, il terrorista, che si trova con un altro Nar, Stefano Soderini, non si cura di recuperare i documenti falsi e l’errore consente agli inquirenti di risalire a buona parte della rete neofascista le cui facce diventano di dominio pubblico.
Dopo la strage di Bologna e prima dell’arresto, la “lotta armata” neofascista del trio di Nar e di altri complici della rete è attivissima.
Il 31 ottobre 1980, Fioravanti e Cavallini rapinano una gioielleria a Trieste. Il 26 novembre, “Gigi” è a Milano assieme a Stefano Soderini nella carrozzeria di Cosimo Simone, storica base della mala milanese. Quella mattina ha bisogno di un’auto ”pulita” ma, all’arrivo di una pattuglia per un controllo via radio dell’identità dei presenti, apre il fuoco uccidendo il brigadiere Lucarelli e, nella fuga, dimentica i documenti in mano ai carabinieri ed è quindi costretto a lasciare in tutta fretta la casa di Treviso.
Qualche giorno dopo, il 19 dicembre 1980, Cavallini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro ed altri complici, militanti e criminali comuni, svaligiano la gioielleria Giraldo a Treviso portandosi via tre miliardi di lire.
Alla rapina partecipa anche il veneto Fiorenzo Trincanato, un delinquente comune a cui “Gigi” affida qualche giorno dopo un borsone pieno di armi. Trincanato però, dopo l’arresto della moglie, trovata in possesso di una pistola, per paura di essere anch’egli catturato nasconde il borsone in un canale alla periferia di Padova.
Quando la sera del 5 febbraio 1981, Valerio Fioravanti, il fratello Cristiano, Francesca Mambro, Cavallini, Giorgio Vale e Gabriele De Francisci tentano di recuperare le armi, vengono colti sul fatto da due carabinieri: Enea Codotto di 25 anni e Luigi Maronese di 23 anni. Nel conflitto a fuoco che segue, Fioravanti spara uccidendo i due militari che, prima di morire riescono a colpirlo. Il pluriomicida dei Nar, gravemente ferito ad entrambe le gambe, sarà riportato dal resto del gruppo nell’appartamento usato come base e, poco dopo, arrestato.
Il 30 settembre 1981 Cavallini partecipa all’uccisione di Marco Pizzari, estremista di destra che, secondo molti neofascisti, collabora con la polizia ed è ritenuto responsabile dell’arresto di Ciavardini e di Nanni De Angelis, e quindi anche della morte di questi. Viene freddato da Cavallini e Alibrandi che lo colpiscono tre volte, due alla testa e uno al torace, nei pressi di piazza Medaglie d’Oro, a Roma.
Il 21 ottobre 1981, assieme ad Alessandro Alibrandi, Francesca Mambro, Giorgio Vale, Stefano Soderini e Walter Sordi, Cavallini uccide in un agguato nei pressi di Acilia il capitano della Digos Francesco Straullu, di 26 anni, che sta lavorando per smascherare i membri dell’eversione nera. Nell’azione rimane ucciso anche l’agente Ciriaco Di Roma.
Il 24 giugno del 1982 partecipa, con Walter Sordi e due giovanissimi militanti neofascisti, al disarmo di una pattuglia di polizia in servizio di vigilanza nella sede dell’Olp di Roma. Gli agenti Antonio Galluzzo e Giuseppe Pillon sono raggiunti da numerosi colpi d’arma da fuoco: il primo muore, il secondo rimane gravemente ferito.
Cavallini sarà l’ultimo dei Nar ad essere catturato: il suo arresto avviene il 12 settembre del 1983, in un bar di corso Genova a Milano, dove entra per incontrare Soderini rimasto senza soldi e senza appoggi. Viene individuato pedinando un fiancheggiatore, Andrea Calvi, responsabile della rivista Movimento.
Dal carcere di Ascoli Piceno, inizia il percorso processuale in cui deve rispondere di vari omicidi, banda armata, furti, rapine e vari altri reati.
Il suo primo ergastolo risale al 12 gennaio 1984, quando venne condannato al carcere a vita assieme a Stefano Soderini per l’assassinio del brigadiere Ezio Lucarelli. Al processo Nar2, poi, cumulerà sei ergastoli, che si andranno ad aggiungere a quelli per gli omicidi Evangelista e Amato.
È attualmente detenuto nel carcere di Terni in regime di semilibertà provvisoria già revocata, il 19 dicembre del 2002, per essere stato trovato in possesso di una pistola Beretta con la matrice cancellata e di 50 proiettili, e per avere utilizzato un appartamento, un’auto e uno scooter invece di recarsi a lavoro in una palestra di Novate Milanese, tutte azioni incompatibili con le sue restrizioni di semilibero.
Agli agenti che, dopo averlo pedinato, gli stringono le manette ai polsi, dice: <<Ringraziate Dio che la pistola l’avevo nello zaino, perché non vi avrei mai permesso di rimettermi in galera per altri dieci anni>>.
Il che non gli ha impedito, anni dopo, con otto ergastoli sulle spalle, di riottenere la condizione di semilibertà con la quale potrà difendersi dalla nuova accusa di avere partecipato anch’egli all’esecuzione della strage di Bologna.
Nella peggiore delle ipotesi “Gigi il Nero”, a 65 anni e dopo 38 da quell’orribile piano di morte che ha spezzato la vita ad ottanta persone innocenti, oggi semilibero rischia, per nulla turbato, solo il …nono ergastolo.