VERGOGNA FASCISTA NEGLI STADI ITALIANI

DI LUCIO GIORDANO

Cosa aspetta la Figc a prendere provvedimenti radicali, a stroncare questa pianta infetta del fascismo negli stadi? Ieri doveva essere la giornata della riconciliazione, dopo l’ignominia laziale  dei manifesti su Anna Frank. Nobili le intenzioni, subito ammazzate dall’idiozia umana.  Ignoranza allo stato puro. A Torino, invece di ascoltare alcuni brani del diario della tredicenne morta nel campo di concentramento di Bergen Belsen, gli ultrà hanno intonato l’inno d’Italia. A Firenze tanti  fischi, mentre a Roma, dove tutto era iniziato, si inneggiava allegramente ai giallorossi, coprendo con i cori da stadio le parole della piccola ebrea, recitate con enfasi. A Bologna, infine, un centinaio di ultrà della Lazio, fuori dallo stadio, hanno cantato cori fascisti con il solito braccio alzato. Che, parodiando Carlo Verdone, si potrebbe tranquillamente dire ” io je lo taglierebbi, quer braccio”.

Tifo maledetto, tifo idiota, violento e menefreghista. Ma non è lo stesso tifo che uccise la povera Anna Frank. E’ ben peggiore, più squallido, più incivile della malattia che l’ammazzò. Senza tanti giri di parole, quegli ultrà con il braccio teso. sono trogloditi senza cervello, le cui famiglie hanno serie responsabilità nella maleducazione dei figli. Tutti gli stadi d’Italia vivono ormai da troppo tempo questa squallida regressione culturale e ormai non si può più fare finta di niente. Le società sportive, dunque,  prendano una volta è per sempre le distanze da questi loschi figuri, evitino di coprirli, di coccolarli in casa e in trasferta. Basta. Basta davvero. Daspo a vita, una volta identificati. E che le partite se le vedano a casa. Senza rapidi  provvedimenti da parte delle società sportive, la Federcalcio usi il pugno duro: squalifiche del campo anche per dieci giornate consecutive . Curve vuote? meglio. Del resto o  si fa così o gli stadi si svuoteranno ugualmente e in tempi brevissimi,  di tutti i tifosi veri.  Ieri un collega mi diceva che da due anni non mette più piede all’Olimpico. Prima ci andava sempre, con i tre figli maschi, e spesso andava a vedere la Roma anche con la moglie e l’altra figlia. “Ora, mi spiegava, lascio perdere, non voglio che i miei ragazzi crescano  vedendo saluti fascisti ogni due minuti. E non sono il solo. Anche altri amici con i quali andavo allo stadio, prima da ragazzi, ora con le nostre famiglie, hanno preso la mia stessa decisione”.

Come non dargli ragione. Se assistere ad una partita vuol dire rivivere lo stesso film  in bianco e nero del sabato fascista, meglio andare al mare. Meglio lasciarli soli, quei teppistelli in camicia nera. No, ormai una partita di calcio non è più una festa. E’ un rito tribale.  E se le società di calcio non dovessero capirlo, sarà il numero dei  biglietti strappati a farglielo capire. Saranno gli spalti sempre più deserti e le casse vuote a sbattergli in faccia la realtà. Ne siano consapevoli: senza pubblico pagante, non basteranno i diritti tv ad evitare il  loro fallimento. E tutto per colpa di un gruppo di facinorosi che nulla sa dei 90 milioni di morti provocati dal nazifascismo. Che nulla sa del dramma di una piccola ebrea, ammazzata dal folle odio: Di una dittatura, di un’ideologia da cancellare. Per sempre.