L’ARGENTINA NON CHIUDE I CONTI CON LA DITTATURA. TROVATA LA NIPOTE NUMERO 125

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Per la statistica è un numero: il 125. Ma l’ultima nipote recuperata dalle Abuelas (nonne) de Plaza de Mayo ha prima di tutto un nome: Victoria. E adesso, oltre all’identità, ritroverà quel resta della sua famiglia. Victoria è figlia della desaparecida Lucía Rosalinda Victoria Tartaglia, studentessa di Giurisprudenza e militante peronista, sequestrata il 27 novembre 1977. Incinta. La bambina, partorita nel centro di detenzione clandestina “Atlético – Banco – Olimpo”, venne immediatamente offerta a una famiglia di “gente per bene”, amici di militari o militari loro stessi, mentre la madre fu probabilmente uccisa buttata da un aereo.
Due pratiche – la desaparición e l’appropriazione di neonati – tipiche del terrorismo di stato negli anni tra il 1976 e il 1983. Non era certo amore quello che spingeva i torturatori ad adottare illegalmente i figli delle loro vittime o a cederli a famiglie che li crescessero come “buoni patrioti argentini”. Era una forma metaforica ed estrema di pulizia etnica, riconosciuta da numerose sentenze come parte di piano sistematico portato avanti dalla dittatura. Più di 350 nipoti mancano ancora all’appello, malgrado la ricerca instancabile dell’associazione delle Abuelas de Plaza de Mayo, che proprio in questi giorni ha celebrato i 40 anni dalla fondazione.
L’appropriazione di neonati è forse il tratto più caratteristico della dittatura argentina. Se la dittatura cilena si distingueva per gli arresti di massa negli stadi e le fosse comuni, quella argentina si basava sulla non visibilità: le persone sparivano (“Non sono né morte né vive”, diceva il generale Jorge Videla, capo della giunta militare, morto in carcere nel 2013, mentre scontava una condanna a 50 anni), i corpi non si trovavano. I figli delle prigioniere incinte non nascevano.
Chi si ostinava a cercarli, malgrado tutto, erano le nonne. Fu proprio una di loro a intuire il piano dei militari. Il suo nome era Nélida Gomez de Navajas, una delle fondatrici dell’associazione delle Abuelas de Plaza de Mayo, madre di Cristina, sequestrata nel 1976, mentre il suo compagno Julio Santucho era a Roma. Cristina sospettava di essere incinta e lo aveva annunciato a Julio in una lettera, pochi giorni prima del sequestro. Partorì in un centro di detenzione e fu probabilmente gettata da un aereo nel Rio de la Plata, dove Nélida, morta nel 2012, ha voluto che fossero disperse anche le proprie ceneri.
Victoria è stata sottoposta agli esami genetici e il Banco Nacional de Datos Genéticos (una sorta di banca del Dna di tutte le famiglie di desaparecidos) ha confermato la sua vera identità.
Come si arriva a scoprire l’identità di un nipote appropriato? In alcuni casi, come questo di Victoria, il sospetto sorge nell’ambito di indagini giudiziarie e la persona viene convocata dalla giustizia. Ma in altri casi si presenta spontaneamente all’associazione delle Abuelas per chiedere l’esame del Dna. Il sito web (www.abuelas.org.ar) pubblica l’elenco dei neonati presumibilmente nati in prigionia e, se disponibili, le foto dei loro genitori e invita chi – nato negli anni della dittatura – abbia dubbi sulla propria identità a chiedere un incontro. Spesso emergono vicende di adozioni taciute, avvenute al di fuori delle vie legali, ma non sempre legate alla dittatura.
Presentarsi spontaneamente nella sede delle Abuelas, a pochi isolati dal Congreso de la Nación, è un primo passo difficile e doloroso. Significa mettere in discussione tutta la narrazione di un’esistenza. Accettare la possibilità di cancellarla e riscriverla da zero. Per questo l’accoglienza viene effettuata da psicologi, che contengono le ansie e le rendono digeribili, ospitandole per tutto il tempo necessario, senza esercitare pressioni.
Solo quando la persona è pronta, si apre un dossier, da inviare alla Conadi (Commissione nazionale per il diritto all’identità, all’interno del ministero di Giustizia e diritti umani), che ordina un’analisi del Dna e lo confronta con la banca dati genetici dei familiari dei desaparecidos. Se i risultati sono positivi, si organizza l’incontro con la famiglia d’origine. La denuncia degli appropriatori viene fatta dalla Conadi stessa, d’ufficio, per evitare ai diretti interessati una scelta così lacerante.
Solo successivamente viene data la notizia alla stampa, con discrezione, senza fotografi, senza mettere sotto i riflettori persone che stanno vivendo emozioni così intense e contrastanti.
Perché alla fine restano loro, le persone, con le loro storie. E i vuoti da riempire. E i tempi e le vite che non tornano. Basta un esame del Dna per recuperare tutto questo? Forse no, ma almeno offre una risposta. Dà senso alla sofferenza. Spiega i non detti, le omissioni, quello che i bambini capiscono ma fanno finta di no, per compiacere gli adulti. A chi deve riscrivere il copione della vita, serve sapere che in tutti questi anni qualcuno lo ha cercato. Perché lo ama. E forse, no, non basta. Ma è tantissimo.

Nella foto, immagini della mostra “Nietos/as”, fonte: Abuelas