ALLA FESTA DEL CINEMA I FRATELLI TAVIANI DELUDONO CON IL FILM SULLA RESITENZA

DI COSTANZA OGNIBENI

Fatt’a nomina e va curcati. Farsi una nomina e dormire sonni tranquilli è una vecchia massima che può essere applicata a chiunque, tranne che ai registi. Il pubblico potrà essere pur attirato dal nome “Fratelli Taviani” alla regia; i più giovani anche da Luca Marinelli nelle vesti del protagonista. E in effetti la Sala Sinopoli dell’Auditorium era gremita. Ma Paolo e Vittorio stavolta hanno fatto flop ed è un peccato dover dare un giudizio così tranchant a chi il cinema lo fa dalla notte dei tempi. La trasposizione cinematografica del romanzo di Beppe Fenoglio Una questione privata non conquista, e i tiepidi applausi alla comparsa dei titoli di coda ne sono un’evidente riprova. E il senso di rammarico aumenta quando si pensa che la tematica è così attuale, che veramente si dovrebbe consigliare a tutti di andare a vederlo, soprattutto alla luce degli ultimi accadimenti che hanno coinvolto il mondo del calcio. Forse ai “burloni” degli adesivi di Anna Frank farebbe bene ripassare un po’ di storia delle Resistenza e rendersi conto che dei ragazzi poco più che ventenni hanno mutato le sorti del loro paese.

Nonostante, dunque, un vago senso civico possa spingere a consigliarlo, bisogna riconoscere che il film in sé porta parecchie lacune. La trama è spezzettata e chi non ha letto il romanzo farà una fatica incredibile a stare dietro alle facezie di Milton (Luca Marinelli), il giovane partigiano che, perdutamente innamorato della bella Fulvia (Valentina Bellè), quando inizia a sospettare di una possibile relazione tra lei e il suo migliore amico Giorgio (Lorenzo Richelmy), intraprende un viaggio alla ricerca della verità attraverso i nebbiosi paesaggi delle Langhe. La guerra fa solo da sfondo a una questione privata – e non è un caso che il libro riporti questo titolo – : sono i sentimenti e i conflitti interiori a farla da padrone, ma se una scelta stilistica del genere può funzionare per un libro, in un film rischia di trasformare un racconto inobliabile come quello della Resistenza in una soap opera: le scene sono scollegate, l’impressione è quella di avere a che fare con tante piccole trame fini a se stesse di cui si fa fatica a trovare il filo conduttore. Nel libro il viaggio di Milton per le Langhe è la metafora di un viaggio interiore; il paesaggio nebbioso la rappresentazione del suo tormento: sebbene questo elemento costituisca il fulcro della narrazione, non traspare minimamente nella pellicola.

Così come presi da una soap opera sembrano gli attori: togliendo dalla lista nera Luca Marinelli, a cui si riserva il solito inchino, gli altri protagonisti mettono in scena un’interpretazione totalmente inespressiva che non coinvolge e non aiuta minimamente quello spirito di immedesimazione che è alla base del rapporto con il proprio pubblico. Rimangono freddi, piatti, perennemente imprigionati dietro al maxi schermo che proietta le loro vicissitudini al quale non riescono a dare profondità.

Affrontare uno dei testi più importanti della letteratura del XX secolo non è certo un’impresa da tutti e si pensava che solo due maestri come i fratelli Taviani se ne sarebbero potuti far carico. Ma usciti dalla sala abbiamo avuto modo di appurare che il compito si è rivelato troppo arduo perfino per loro.