ELEZIONI DI SANGUE IN KENYA. PARTITI, CLAN E SULLO SFONDO TERRORISMO E PETROLIO

DI ALBERTO TAROZZI

Kenya, continua la striscia di sangue. E’ dalle elezioni dell’8 agosto che si susseguono gli scontri tra manifestanti e polizia e quelli tra i componenti delle diverse etnie. Nell’arco di due mesi si parla di un centinaio di morti, ma gli accertamenti, in questi casi, risultano difficoltosi.

E’ una vicenda legata al clima elettorale incandescente, ma che rimanda anche ad altri fattori.

Procediamo con ordine. Ai pimi di agosto le elezioni sono vinte dal partito di Kenyatta, figlio di un padre della patria , ma anche esponente dell’etnia Kikuyu, maggioritaria nel paese, ma accusata dalle altre etnie di corruzione e crimini di ogni genere. In particolare le accuse vengono dall’etnia dei Luo, concentrata nell’ovest del paese e il suo leader, Odinga, è anche il leader del principale partito di opposizione che accusa Kenyatta di pesanti brogli elettorali.

Gli Usa appoggiano il vincitore in maniera bipartisan. Il democratico Kerry, presente in Kenya, dice che tutto è stato regolare e Trump si congratula col vincitore. Mentre sulle strade scorre il sangue accade peraltro qualcosa di nuovo: la Corte suprema di Nairobi, dà ragione Odinga e le elezioni vengono annullate in data 1 settembre e vanno ripetute il 26 ottobre. Tripudio delle opposizioni, ma il clima non si raffredda. Proseguno gli scontri e altri morti.

Alla fine la decisione di Odinga: boicottaggio delle elezioni di ottobre da parte delle minoranze, a sfregio di Kenyatta e dei Kikuyu.

Il boicottaggio riesce. I votanti passano dall’80 al 34%.

Nella città di Kisumu, nell’ovest del paese, si registrano zero votanti. Punto e a capo. Richiesta di ancora nuove elezioni nell’arco di due mesi. Nuovi scontri e ancora qualche morto..

Cosa c’è dietro? In primo luogo è evidente che dietro ai partiti si nascondono le etnie. Nel paese le ostilità contro i Kikuyu le accuse di livelli di clientelismo criminali sono diffuse e Odinga non rappresenta solo i Luo e la parte occidentale del Kenya.

In secondo luogo va considerato che il Kenya è sotto pressione, soprattutto nella parte orientale del paese, a causa delle infiltrazioni di terroristi, che facendosi unilateralmente portavoci dell’Islam, hanno dato vita, in Somalia, alle formazioni di Al Shabab. Vale la pena ricordare la strage dell’Università di Gharissa: più in generale va considerato che si tratta di un’alleanza nuova, nel presunto nome di Allah, di clan una volta nemici e la cui riconciliazione non può essere considerata definitiva. I somali e i clan dell’est/nord est del Kenya, una volta in guerra, pure di fare fronte al governo dei Kikuyu a Nairobi si radicalizzano e si alleano. Apparentemente si tratta di problemi che non sono affiorati nel corso delle elezioni, però anche in questo caso molto sangue era scorso. Ma si esauriscono qui le ragioni di tensione?

Anche se non vi è nulla di dichiarato sarebbe da tenere d’occhio quanto riguarda i futuri grandi progetti di ampliamento della rete ferroviaria che porta dal nord ovest a Mombasa, nel sud, sull’Oceano. Più precisamente si tratta di percorsi che si originano nel Sud Sudan, che attraverserebbero anche l’Etiopia e che consentirebbero uno sbocco al mare del petrolio sud-sudanese alternativo allo sbocco del vecchio Sudan da cui il Sud si è staccato.

Particolare interessante. Nella costruzione della rete viaria sono coinvolti i cinesi, che vogliono così mantenere una centralità nella zona, che poteva essere sottratta loro dalla secessione del Sud Sudan, se non fosse poi che in quel paese la guerra è proseguita, coinvolgendo coi suoi campi profughi sia in Etiopoa che in Uganda. Alla faccia della stabilità.

Fattori etnici, politici, economici, ad ovest come a Est, dal Nord al Sud, fanno massa critica sul Kenya e da paese relativamente stabile rischiano di farlo diventare una polveriera.

Qua e là i leader dei  due opposti schieramenti organizzano passeggiate in comune, percorrendo le strade di un villaggio, in segno di riconciliazione: una rappresentazione simbolica che ho conosciuto di persona, quando, nell’ambito dei progetti di cooperazione allo sviluppo, si voleva dare l’idea che il progetto mirasse a beneficiare tutte le differenti anime di un villaggio.

E’ passato un quarto di secolo e di strada se n’è fatta parecchia nel frattempo. Purtroppo a marcia indietro.