RUSSIAGATE: LA GIUSTIZIA SI AVVICINA A TRUMP

DI ANDREA DELLAPASQUA

 

MANAFORT. Oggi (30 ottobre per chi scrive), si è presentato spontaneamente all’Fbi di Washington Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Trump, questi era indagato nel Russiagate e oggi sarebbero scattati i primi arresti; è stato anche incriminato il suo sodale Rick Gates. Vi sono ben 12 capi d’accusa che riguardano l’ex collaboratore di Trump, tra i più importanti ricordiamo riciclaggio di denaro, frode fiscale, violazione della legge sulle lobby e falsa testimonianza. La crisi dell’amministrazione Trump ha però radici piuttosto lontane e quello di oggi non è certo un fulmine a ciel sereno.

L’ACCIDENTATO CAMMINO DEL GOVERNO TRUMP. Una dimissione eccellente all’interno dell’entourage trumpiano è stata quella del suo principale consigliere, il generale Michael Flynn, avvenuta a metà febbraio. Flynn aveva mentito al vicepresidente Pence in merito ai suoi rapporti con la Russia. Passata la burrasca Flynn si è innescata quella legata a Jeff Sessions, procuratore generale degli Stati Uniti (Ministro della Giustizia), il quale è incappato nei medesimi guai di Flynn: mentire in merito ai rapporti personali con la Russia. E’ fatto noto poi, tornando all’anno scorso, che James Comey, allora capo dell’Fbi e James Clapper al vertice della Cia, hanno denunciato l’interferenza russa nelle elezioni USA. La mossa del Presidente, risalente al 10 maggio scorso, di silurare Comey ovviamente ha sollevato un polverone alimentando ancora più sospetti e delineando l’ipotesi di un tentativo di insabbiamento da parte dell’amministrazione Trump sul cosiddetto Russiagate.

GLI HACKER RUSSI. Durante la campagna elettorale che, a sorpresa, ha consegnato la corona a Trump scippandola alla Clinton, degli hacker russi, pare di fiducia governativa, hanno sottratto migliaia di documenti riservati dei democratici per poi diffonderli anche tramite WikiLeaks, tutto ciò è avvenuto nel tentativo di gettare ombre sulla candidata democratica che gli osservatori occidentali davano per favorita. Il dossier di 35 pagine metterebbe in risalto dei rapporti “pericolosi” tra the Donald e la Russia. Gli hacker russi infatti non hanno solo sottratto documenti dei democratici ma anche dei repubblicani, però riguardo questi hanno usato la “cortesia” di non diffonderli. Proprio analizzando questi documenti sarebbero emersi i rapporti pericolosi tra Trump e la Russia. Il dossier è stato stilato da un ex agente dei servizi britannici, i dubbi però riguardano la possibilità che quanto affermato trovi conferme certe: Donald, si dice per esempio, sarebbe caduto in una vera e propria trappola ordita dai russi e sarebbe stato immortalato in un hotel assieme a delle prostitute della grande madre Russia mentre si presta a giochi erotici spinti che hanno a che fare con l’urinare addosso al partner sessuale o nel ricevere il medesimo trattamento…Il tycoon insomma sarebbe più che ricattabile.

TRUMP E I SUOI INTERESSI. Trump è ovviamente il Presidente degli Stati Uniti ma è da molto prima un costruttore ed un uomo d’affari. Ci sono una messe di dichiarazioni di Trump e di suo figlio rilasciate negli anni non presidenziali in cui entrambi si sperticavano in osservazioni positive legate al mercato russo. Trump da sempre cerca di costruire una delle sue celebri torri a Mosca; nel 2013 organizzò proprio lì la kermesse di Miss Universo della quale detiene i diritti e in quell’occasione cercò di avere come ospite d’onore Putin il quale cortesemente rifiutò. La geopolitica del Presidente assomiglia molto alla strategia di un Ceo di una company che vuole tutelare i suoi asset strategici. Come è stato osservato Trump più che essere repubblicano o avverso ai democratici è semplicemente Trump. Un esempio su tutti: a parole, vediamo se seguiranno i fatti, Trump vorrebbe smantellare le grandi banche d’affari americane, una bestemmia per qualunque repubblicano. Le sue relazioni improprie con la Russia rappresentano un’altra eresia per tutti i repubblicani che ovviamente mal sopportano la sua presidenza (si può gioire per un presidente del proprio partito se non abbraccia i medesimi ideali/interessi e rischia di cancellare la credibilità del partito e il partito stesso?).

GLI INTERESSI DEI COLLABORATORI DI TRUMP. Alcuni stretti collaboratori di Donald avevano buoni legami con la Russia. Paul Manafort con il quale abbiamo iniziato il nostro articolo, novello incriminato, capo del quartier generale della campagna elettorale di Trump, era stato in precedenza consigliere dell’ex presidente ucraino filo russo Viktor Yanukovich; trapelata la notizia che avrebbe ricevuto una grande quantità di soldi in nero dal partito dell’ex Presidente, Paul ha dovuto fare le valigie, questo però non è stato sufficiente osservando il suo destino attuale. Carter Page, consigliere di Trump, collaborava con “Gazprom”, la società del gas russa, vero braccio economico di Putin, lo faceva tramite la banca d’affari Merrill Lynch, anche Carter ha abbandonato la scena. Michael Caputo, principale consigliere di Trump fino a luglio poi dimessosi, negli anni ‘90 lavorava in Russia, anche lui aveva collaborato con “Gazprom”.

IL PRECEDENTE CASO BILL CLINTON. Abbiamo accennato prima alle dichiarazioni di Trump riguardo le grandi banche d’affari da smantellare. Sappiamo anche come il Presidente stia rischiando l’impeachment. Si avvererebbero entrambe le profezie del grande documentarista Michael Moore (autore ad esempio del capolavoro “Bowling a Columbine” sull’uso delle armi in America): vittoria di Trump e fine anzitempo del mandato per guai giudiziari. Impeachment e banche ci possono portare a Clinton, vediamo perché. E’ arcinoto il fatto che Bill Clinton venne coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale: gli incontri di natura intima avvenuti nello studio ovale tra lui ed una stagista. I repubblicani si ritrovarono a potere battere un rigore a porta vuota (utilizzare le accuse di falsa dichiarazione giurata e intralcio alla giustizia servì per attivare la procedura di impeachment), incredibilmente non ne approfittarono e dell’impeachment non se ne fece poi nulla. Ancora più incredibilmente, l’anno successivo, nel 1999, successe qualcosa di inusuale, in una sorte di grosse koalition, democratici e repubblicani, capitanati dal Presidente Clinton, misero mano alla legge sulle banche nata negli Trenta per evitare altri disastri epocali dopo quanto accaduto nella grande crisi. In sostanza la legge, il Glass-Steagall act, prevedeva la separazione tra banche per risparmiatori e banche d’affari, praticamente le seconde non potevano fare anche il mestiere delle prime eventualmente “giocando” con i soldi dei risparmiatori: dal 1999 il Glass-Steagall act non esiste più. Forse i rapporti impropri in uno studio presidenziale hanno agevolato la grande crisi del 2007-2008 in seguito alla quale tuttora ogni immobile vale meno ed in seguito alla quale vari imprenditori sono passati a miglior vita…

L’AFFAIRE MANAFORT. Torniamo ai giorni nostri. La strategia degli inquirenti con Manafort è stata tutto fuorché quella di muoversi con i guanti di velluto: a luglio si è proceduto a perquisire la sua abitazione e agitare le manette potrebbe servire per lavorare ai fianchi l’amministrazione Trump facendo parlare un anello debole, forse il più debole dell’entourage presidenziale. Si tratterebbe per gli inquirenti di scoperchiare prove alla mano il grande pentolone che da due anni si sta rimestando e dal quale escono miasmi molto tossici per uno stato democratico: Trump e i suoi, con l’aiuto decisivo di Putin, avrebbero complottato contro la Clinton, gettato fango su di lei e pilotato quindi l’esito delle elezioni, elezioni che probabilmente avrebbero altrimenti consegnato alla storia un altro presidente poco incline a sopportare la politica interventista di Putin (Crimea, Ucraina, Siria).

Ciò che risulta interessante osservare ogniqualvolta una struttura mostra le proprie crepe è quanto normalmente non appare in superficie: la penetrazione del velo di Maya, il velo illusorio di cravatte e sorrisi, di discorsi preparati legati al futuro della Nazione, dietro tutto ciò si nasconde sempre il gran ballo di politica ed affari.

Un americano però può perdonare molto ad un suo Presidente, chiunque esso sia: l’avere mentito su del sesso ottenuto da una giovane stagista (la moglie del Presidente in questione non cercò il divorzio, forse il cognome Clinton poteva essere un buon viatico per la Casa Bianca…), l’avere creato prove false assieme agli inglesi su fantomatiche armi di distruzione di massa per radere al suolo mezzo Medio Oriente e fare milioni di morti (Bush), l’avere adottato la dottrina Freedman detassando i ricchi e impoverendo tutti gli altri (Reagan), ma ciò che nessun americano accetterà mai è osservare il proprio commandant in chief stringere la mano all’arcinemico di sempre, colludere con lo zar di turno, l’avversario mai domo anche dopo la fine della guerra fredda, l’americano medio risponderà sempre seccamente con un niet.