TORINO E ROMA UN SABATO NOTTE DI VIOLENZA

DI RENATA BUONAIUTO

 

Sabato 28 ottobre

Siamo a Torino, si chiama Ghitza ed ha 61 anni, arriva dalla Romania, ma in questa piazza dedicata a Madre Teresa di Calcutta, tutti lo chiamano George.

Fino a quattro anni fa aveva anche un lavoro, poi ha perso tutto e trascorre lì le sue giornate. Un cartone di vino, la sua “consolazione”, un materasso il suo riparo.

Da qualche settimana gli hanno rubato anche quello, le notti sono ancora piu’ dure al freddo di una panchina e la sua gamba dolorante ne sà qualcosa, ma per qualcuno la sua sola presenza è un disturbo.

Sabato alle 21,40 dormiva, una mano malata lo ha cosparso di benzina e gli ha dato fuoco. Ha ustioni di secondo e terzo grado sul volto, un edema polmonare. E’ in rianimazione.

Siamo a Roma in piazza Carioli, è ancora notte, c’è un ragazzo proveniente dal Bangladesh di soli 27 anni, con lui un giovane egiziano. Compare all’improvviso il branco, 5 ragazzi tra i 17 ed i 19 anni, li accerchiano, li insultano poi cominciano a picchiarli, l’egiziano riesce a fuggire, il suo amico no, rimane a terra sanguinante.

E’ ricoverato, ne avrà per un mese.

Scattano le indagini, a Torino viene fermato un clochard romeno, pare avesse litigato con George, ore prima proprio per la “panchina”. A Roma vengono fermati sulla via Botteghe Oscure, i 5 ragazzi, per uno di loro scattano le manette, il suo volto è ben noto alle forze dell’ordine, la sua violenza solo una conferma.

In una notte si sono fuse due storie: razzismo e disperazione, in una notte ancora violenza.

Una violenza contro la quale non abbiamo più parole, contro la quale non abbiamo soluzioni, ma che ferisce anche noi. Turba la nostra quotidianità, sgomenta gli anziani, spaventa le madri che non riconoscono più i propri figli, una violenza che lascia dietro di sé una sensazione di inadeguatezza, di malessere, di impotenza.

Tirano un sospiro di sollievo i Torinesi che, in queste ore si guardavano tra loro alla ricerca del colpevole, nascosti dietro un pasto caldo, offerto ai clochard, cercavano un gesto d’insofferenza che potesse rendere plausibile un’aggressione così miserabile. Quei stessi Torinesi che da anni cercavano di far cambiare il nome alla piazza perché ritenevano poco conveniente accostare il suo nome ad un luogo frequentato da spacciatori, vagabondi e furfantelli vari, forse immemori che Madre Teresa aveva proprio dei “più indegni”, fatta la sua missione.

Non hanno potuto fare altrettanto i Romani, che si devono invece assumere la paternità di questa ennesima violenza, perché sia chiaro, il razzismo è solo un pretesto, se sul loro cammino avessero trovato un anziano, un disabile, una donna, un omosessuale, avremmo solo dovuto cambiare titolo alla nostra storia.

La rabbia guida il loro vagare nella notte, l’alcool confonde le loro menti, l’emulazione spinge le loro mani. Non c’è mai pentimento, non c’è mai pietà per chi sanguinante giace in terra, non c’è orrore per quelle fiamme che si alzano su un corpo già piegato dagli anni.

Resteranno forse un tempo fermi, arresti domiciliari, carcere ma, non fermeranno la loro rabbia, la loro esaltazione malata, il loro delirio di onnipotenza.

Non lo faranno ma, possiamo farlo noi, riconoscendo nel silenzio dei nostri pensieri quanto razzismo ancora ci portiamo dentro.