ADDIO SANDRO, GIORNALISTA SEMPRE IN CERCA DELLA VERITA’


DI BARBARA PAVAROTTI

Arrivò nella sala riunioni del Tg5 un giorno di settembre del 1993. Eravamo tutti lì, un po’ intimiditi e incuriositi, pronti ad accogliere il nuovo capocronista. Sandro Provvisionato arrivava già con il suo alone di leggenda: l’inviato speciale dell’Europeo in teatri di guerra, l’autore di un libro pubblicato pochi mesi prima e che aveva fatto scalpore: “Misteri d’Italia, 50 anni di trame e delitti senza colpevoli”. Arrivava il nuovo capo: sarebbe stato severo, ci avrebbe stroncato senza pietà, ci avrebbe giudicato dei novellini? Come in effetti tanti di noi erano, la maggior parte assunta da nemmeno due anni, per la nascita del nuovo telegiornale di Canale 5, ancora praticanti, in attesa del fatidico esame di stato.

La direzione di Mentana ci aveva costretto ad imparare in fretta, tutti mandati su casi di prima pagina a sfidare i grandi nomi della carta stampata e le vecchie volpi della Rai. Ma lui, il nuovo capo della cronaca, l’asse portante del telegiornale, il successore di un altro grande maestro del Tg5, Giampaolo Rossetti, anche lui scomparso troppo presto, come sarebbe stato? Dopo la presentazione di Mentana, da Sandro poche parole: “Io farò quello che so fare: lavorare molto e cercare di dare il meglio”. E fu subito amore.

Provvisionato era un capocronista che non conosceva l’ansia, non la infondeva in nessuno. Mai un urlo, di quelli tipici dei capi che sbottano, tutti un po’ isterici, mai una parola fuori posto o maleducata. Era pacato e garbato, non conosceva la presunzione e l’arroganza. Sapevamo che era bravo, con mille contatti, un esperto di terrorismo, di mafia, di stragi, ma fu il suo carattere l’arma vincente nel guidare la redazione. Distribuiva calma anche a pochi minuti dalla messa in onda, col pezzo ancora da finire. E si fidava, non stava col fiato sul collo ai redattori. Ci aiutava a crescere professionalmente dandoci fiducia.

Decise che a me, amante della nera, per un periodo avrebbe fatto bene un bagno nei meandri della cronaca giudiziaria, perché tutti i delitti, disse, poi diventano processi e bisogna capirne i meccanismi. E allora via, in procura, a piazzale Clodio, a conoscere i magistrati, a cercare di carpire notizie e informazioni. E’ capitato anche che gli telefonassi: “Sandro, so che dovrei rientrare in redazione per il turno pomeridiano, ma il magistrato Ionta mi ha promesso che oggi mi dedica un po’ di tempo a spiegarmi il caso Moro, da quel lontano 1978 a oggi. Non sarà però un incontro finalizzato a un pezzo per il tg delle 20. Che faccio?”. E lui: “Rimani, impari molto più lì che qui”.

Bravo Sandro. Roba che ormai non ci si può permettere più, con le redazioni composte da quattro gatti, che devono passare da un pezzo di cronaca a uno di esteri, di politica o di gossip nell’arco della stessa giornata. Coi giovani giornalisti che devono pensare solo a macinare pezzi su pezzi il più velocemente possibile, senza perdere tempo, nell’era della velocità, con inutili approfondimenti. Altri tempi, altra scuola, altre esigenze. Altro modo di formare i giornalisti. E Sandro faceva parte di quella scuola che ancora riteneva più utile che i redattori capissero, conoscessero bene la materia su cui dovevano scrivere, andassero a fondo. Era un maestro, uno di quelli ormai così rari. Uno che sapeva insegnare e consigliare.

Altro episodio. Un parroco e la sua perpetua, insieme da 40 anni, vengono uccisi in un paese a un paio d’ore da Roma. Volevano morire insieme, l’avevano sempre detto, ma non in quel modo. Io torno in affanno, perennemente con l’angoscia di non fare in tempo per la messa in onda, lui legge il pezzo e fa: “Hai l’esame di stato fra una settimana?”. “Sì”. “Bene, se non ti promuovono, vado io a protestare. E’ impossibile che tu non lo superi”.

Ecco, erano queste piccole soddisfazioni a farti venire voglia di lavorare sempre meglio e sempre di più. Era questa razza di capocronista a renderti orgoglioso di fare questo mestiere e a fartelo amare.

Dopo qualche anno, Provvisionato si dedicò ad altro ruolo: alle inchieste, agli approfondimenti, in un tandem riuscitissimo con Tony Capuozzo nel settimanale “Terra”. Ha scritto una ventina di libri, ha fondato la testata online “Misteri d’Italia”, punto di riferimento sulle stragi, i segreti di stato, il terrorismo, i grandi delitti impuniti, imbrogli e depistaggi di un’Italia insanguinata. Perché, come si legge nell’introduzione di questo formidabile archivio, “non sia la memoria la vittima definitiva di chi ha usato il potere in maniera incontrollata, ha ordito e tramato contro le libertà dei cittadini”.

E se ne è andato così, a sorpresa, ad appena 66 anni. Troppe cose avevamo ancora da chiedergli e lui ancora tanto ci avrebbe potuto dare. Lo piange il Tg5, lo piangono tutti i colleghi e non solo. Al figlio Andrea, che è stato anche un pilastro di Alganews, l’abbraccio e il cordoglio di tutta la redazione.