BERLUSCONI, DELL’UTRI E MAFIA: COME DERUBRICARE UN’ACCUSA GRAVE IN “ROBA VECCIA”

DI GIULIO CAVALLI

La tattica è sempre la stessa, da decenni: trasformare il collegamento tra Cosa Nostra e Berlusconi (scritto nero su bianco nella sentenza che ha portato in carcere Marcello Dell’Utri) in una favoletta ad uso e consumo delle tiritera degli “attacchi politici”. Così la notizia della riapertura (ennesima) di un’indagine nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti delle stragi del 1993 (a seguito delle intercettazioni ambientali in cui il boss Giuseppe Graviano disse “Berlusconi mi ha chiesto questa cortesia, per questo c’è stata l’urgenza” parlando con il suo compagno dell’ora d’aria, il camorrista Umberto Adinolfi) finisce stancamente nel palinsesto dei media come se fosse una notizia ripetuta che bisogna dare per forza e il commento più diffuso diventa un “ancora!” che di solito usiamo per i tormentoni incapaci ormai di accendere qualsiasi fascinazione. E il gioco è fatto: ne esce male pregiudizialmente la magistratura (che, dice qualcuno, indaga ancora su quei fatti con “tutti i problemi che ci sono”, come se la natura mafiosa di una forza politica e di parecchi governi fosse un delitto con una ravvicinata data di scadenza), ne esce male l’opposizione (quel che ne rimane) che teme di essere appesa a accuse che poi non troveranno sentenza (come se non ci fosse già tutto nella sentenza di condanna per Marcello Dell’Utri) e ne esce bene Silvio Berlusconi, forte del suo farsi martire per delegittimare gli accusatori.

Il tema, badate bene, non è giudiziario, per niente: il tema sta tutto nella cultura politica di una vicenda gravissima gestita magistralmente dagli accusati e malissimo da chi, della sentenza Dell’Utri, avrebbe dovuto farne un vessillo. Il 9 maggio del 2014 (lo so, vi sembra passato un secolo, perché anche “invecchiare” in fretta una sentenza è un trucchetto per renderla inoffensiva) dice che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il Procuratore Generale Galasso, “siamo in presenza di un reato permanente”. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri”, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“. In un Paese normale, dico in una democrazia sana e non dotata dalla malatelevisione e dal giornalismo servile, una sentenza del genere avrebbe segnato definitivamente il tramonto politico di Berlusconi e dei suoi berluschini e avrebbe messo al muro i suoi alleati (a proposito: Salvini non ha niente da dire?); in un Paese normale la nuova indagine della Procura di Firenze sarebbe solo il naturale approfondimento alla ricerca della verità, di una verità già scritta e certamente deve essere sviscerata. In un Paese normale la domanda sarebbe stata: “ci hanno messo così tanto a voler aprire un’indagine per fare chiarezza?”.

Invece, grazie all’astuta narrazione tossica distillata con cadenza quotidiana (ve lo ricordate lo speciale andato in onda qualche tempo fa per santificare Dell’Utri come perseguitato politico, con l’appoggio di insospettabili figure come Rita Dalla Chiesa?) oggi ci si ritrova in un terreno fertile alla stanchezza, la noia e la consunzione della verità. E anche quella che dovrebbe essere l’opposizione, preoccupata di commentare ciò che è trend topic su twitter piuttosto che affrontare la complessità della storia, appare poco convinta, fragile e terrorizzata dal fatto di essere fuori tempo massimo.

Così lo scandalo è chiuso ancora prima di iniziare. E il delitto è perfetto.

 

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