FESTA DEL CINEMA DI ROMA. CON ABRACADABRA PABLO BERGER DIVERTE E DISORIENTA

DI COSTANZA OGNIBENI

Più conosciamo Pablo Berger, più possiamo affermare che non è certo un regista convenzionale. Classe 1963, l’autore bilbaino è uno che nel cinema ci sguazza. Sperimenta, spiazza, sbigottisce. Riscuotendo, talvolta, anche un discreto successo: era il 2013 quando lo vedemmo impugnare con orgoglio la statuetta di Goya vinta con Blancanieves, la trasposizione cinematografica della favola dei fratelli Grimm in chiave iberica, ambientata nell’Andalusia degli anni venti e pertanto muta e priva di colore, come solevano presentarsi le pellicole di allora.

Quattro anni dopo il trionfo, Berger si ripresenta nelle sale con un lungometraggio da molti definito “capolavoro”, ma che, in realtà, sotto certi aspetti, suscita qualche perplessità.

La storia, ambientata nella periferia di Madrid, è quella di Carmen (Maribel Verdù), una simpatica casalinga vittima di un marito dispotico (Antonio de la Torre) che non ha occhi che per la propria squadra; gira per la casa urlando e pretendendo attenzioni, e non rivolge parola alla donna e alla figlia se non per dare ordini. Le cose cambiano quando i coniugi vengono invitati al matrimonio di un parente della moglie: durante la festa del ricevimento, Pepe (José Mota), cugino di Carmen e illusionista amatoriale, esegue uno spettacolo di magia nel quale ipnotizza lo scettico marito. Il gioco doveva esaurirsi nel giro della serata, suscitando ilarità e stupore negli spettatori, ma le cose non vanno come previsto.

Comico e pieno di gag in prima battuta, Abracadabra a tutto fa inizialmente pensare tranne che a un thriller dai contorni drammatici. Eppure, dopo aver riso a crepapelle per la prima mezz’ora, ci si addentra in un vero e proprio mistero che coinvolge la mente del marito di Carmen che bisogna in qualche modo salvare da quanto gli sta accadendo. La commedia cambia repentinamente registro e si trasforma a poco a poco in un dramma psicologico; il livello di coinvolgimento rimane, e anzi si alza, se non altro perché il racconto assume dei connotati così assurdi, che ci si chiede davvero dove voglia andare a parare. Ciò che colpisce è che la trama, per quanto ridicola, porta con sé una discreta mole di introspezione, elemento impossibile da notare se ci si concentra sulla sua assurdità: Carmen si ritrova da un giorno all’altro un marito completamente diverso dal despota che le dormiva accanto fino a poco prima ma, incredibile a dirsi, lo rimpiange amaramente. Per la serie meglio un tiranno autentico che un finto marito ideale, la protagonista con i suoi ripensamenti lascia intendere la sua parte di complicità in un rapporto ormai degenerato, ma, tutto sommato da salvare.

Tuttavia, la ricerca del bandolo della matassa la aiuta a vedere la realtà in modo via via più obiettivo, a uscire da una situazione di impotenza che non prevedeva ribellione, regalando un finale inaspettato quanto surreale, che si svolge in una lunga sequenza semi-onirica che poco ha a che vedere con l’iper-realismo di tutta la prima parte del film.

L’elegante monocolore di Blancanieves lascia posto a un’esplosione di colori, in questa nuova, cangiante pellicola di Berger, dove luci, fotografia e sapiente uso della macchina da presa conducono il gioco, accompagnati dalla brillante interpretazione di Maribel Verdù che tiene, per tutto il film, i lunghi primi piani che ne rivelano il dramma interiore. Ma il repentino cambio di tono, i ripetuti colpi di scena, il continuo passaggio da reale a surreale, sommati a una sorta di non-sense che accompagna tutta la commedia, rendono la pellicola uno spettacolo piuttosto convulso, faticoso da seguire senza ricorrere a un Moment a metà della proiezione. Se il tutto si somma a una trama piuttosto contorta che si esaurisce in un finale forse un po’ troppo lungo, si riscontrano le pecche di un film che, partito col migliore degli auspici, tende a sgonfiarsi nel corso del suo svolgimento.